Il leghista Matteo Salvini, purtroppo e addirittura ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (in un Paese in cui fanno schifo sia le Infrastrutture che i Trasposti), che sogna di ritornare a fare danni al Viminale (occupato da un soggetto che già tanti danni ha combinato), il 30 gennaio scorso pubblica un post su X, dal titolo emblematico “Io sto col poliziotto”, dove sventola la solita bandiera dell’ordine e della sicurezza (nel BelPaese ancora più insicuro), lanciando la divertente campagna propagandistica (solo per racimolare qualche voto).
Solidarietà all’agente indagato, “giù le mani dalle Forze dell’Ordine”, con annesso pacchetto di promesse e parole d’ordine vuote: tutela legale, norma “anti-maranza”, strette, stop, pugni sul tavolo.
Un post ridicolo.
Non poteva essere altrimenti.
Farfuglierie di vario genere, retorica leghista, parole campate in aria, cazzate di varia natura. Tutto condito con il solito modo di fare: lanciare la polpetta avvelenata nello stagno per accattivarsi chi non ha voglia di farsi una propria opinione, ovvero chi ragiona con lo stomano (e con altro) e non con la mente.

Ma la realtà, come sempre, arriva. E si registra l’ennesima figura di merda per un soggetto che doveva continuare la sua “carriera” tra quiz televisivi e sagre padane.
A Rogoredo, nell’inchiesta sull’uccisione di Abderrahim Mansouri, la Polizia di Stato ferma l’assistente capo Carmelo Cinturrino, accusato di omicidio volontario. Per gli inquirenti la vittima, quando è stata sparata, non impugnava alcuna pistola. L’arma sarebbe stata posizionata accanto al corpo in un momento successivo.
Ora la nuova propaganda, dopo l’ennesima prova di analfabetismo istituzionale, ruota intorno alla parola d’ordine di circostanza: “Chi sbaglia paga più degli altri”.
Ancora più ridicolo.
Nel post del leghista ministro, però, si chiedevano le firme e si spingeva l’opinione pubblica verso un verdetto, senza aspettare la verità. Un tribunale social per aizzare la folla contro lo straniero. Ecco il ridicolo. E il pericolo.
Difendere donne e uomini in divisa significa pretendere che la divisa resti pulita.
Significa controlli rigorosi, procedure trasparenti, regole chiare. La divisa è un patto: tra Stato e cittadini. Gli atti, illustrati dagli inquirenti, parlano di un profilo “allarmante”, di rischi di reiterazione, di condotte opache nell’area delle operazioni antispaccio, di sospetti che dovranno essere verificati fino in fondo. Noi siamo per la presunzione di innocenza, che vale per tutti. Anche per un poliziotto disonesto. Ma queste garanzie non sono impunità.
La sicurezza non si migliora con le firme online. Non si migliora con la violenza attuata da chi detiene il potere. La sicurezza cresce se un sistema funziona: protocolli operativi, tracciabilità degli interventi, formazione continua, tutela psicologica. Dalla matricola visibile per le forze dell’ordine. Per evitare gli abusi (che ci sono sempre stati).
Nelle parole del purtroppo ministro della Repubblica Italiana (“Povera Patria” cantava il maestro) non si trova, nemmeno per sbaglio, il nome della vittima: Abderrahim Mansouri.
“Penso soprattutto alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi in divisa che oggi sono per strada in tutta Italia, nelle stazioni, a rischiare la vita per salvare le vite. Quindi se fosse confermato il suo comportamento criminale sarebbe un oltraggio ai suoi colleghi in divisa”.
La pezza a colori è peggiore del buco, ministro. Meglio tacere e lavorare di più per il suo sgangherato ministero (con tutto il rispetto per chi è costretto a stare a contatto con certi politici).
Questo è “il ridicolo al potere”: la politica che non verifica. La politica che si mette in posa, con i suoi selfie per sciacquettare una coscienza inesistente, davanti a “cartelloni pubblicitari” o alle teche (come la borsa del magistrato Paolo Borsellino, massacrato per volontà di uno Stato complice delle mafie).
Questo è il loro metodo. I cittadini lo hanno compreso.
E lo stanno capendo anche le forze dell’ordine, mandate allo sbaraglio solo per difendere un potere decadente.





