“Il punto fondamentale è il controllo del potere
esecutivo sulla magistratura da raggiugere con
la separazione delle carriere”.Licio Gelli, 1981
NO, NO, NO alla Schiforma costituzionale. Gli elettori l’hanno respinta con quasi il 54% dei voti contrari, in una consultazione che ha sfiorato il 60% di affluenza. Una risposta da record per salvare la nostra cara e bella Costituzione Antifascista.
Uno schiaffo in faccia a tutti coloro che non hanno mai avuto rispetto della nostra Carta Costituzionale, ma ci continuano a giurare sopra. A partire dalla seconda carica dello Stato. Ed il giudizio politico è arrivato. Un vero ciclone che ha destabilizzato le certezze di questo governicchio di centro-destra-destra.
La schiforma Nordio-Meloni-e compagnia bella voleva modificare sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110): voleva introdurre le “distinte carriere” dei magistrati giudicanti e requirenti, due distinti organi di autogoverno e una nuova Corte disciplinare. Voleva stravolgerla. Voleva imporre la propria impronta “autoritaria”. Il Parlamento l’aveva blindata e approvata il 30 ottobre 2025. I cittadini l’hanno sonoramente bocciata con il voto.
Un vero fallimento per l’unica Schifroma che volevano realizzare. Il fallimento del Potere arrogante.
Se si guarda alla cronologia delle dichiarazioni che in questi mesi hanno accompagnato la Schiforma, si vede una cosa abbastanza chiara: la campagna del sì ha avuto due registri diversi.
Nel primo, quello iniziale, la riforma è stata presentata come una misura di garanzia. Tajani (proprio lui) l’ha definita una battaglia storica e liberale. Meloni l’ha chiamata un “traguardo storico”. Nordio (probabilmente in una fase di lucidità) ha insistito sul fatto che non sarebbe stata una riforma contro i magistrati, per punire la magistratura, e non avrebbe avuto effetti politici sul governo. In questa prima fase il lessico è sempre stato lo stesso: giudice terzo, efficienza, chiarezza dei ruoli, fine delle correnti, difesa dei cittadini.
Poi c’è stato un secondo registro, molto diverso dal primo. Il confronto è diventato aggressivo. Compaiono espressioni di berlusconiana memoria (l’ex Premier quasi beato che pagava Cosa nostra e aveva rapporti con esponenti di spicco di Cosa nostra): “magistratura politicizzata”, “verminaio correntizio”, “sistema paramafioso”, “plotoni di esecuzione”.
“Ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione”. Giusy Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia. Stiamo parlando di una indagata della Procura di Roma per false informazioni ai PM sul Caso Osama Almasri (arrestato il 19 gennaio 2025 a Torino dalla Digos in esecuzione di un mandato di cattura internazionale che lo accusava di crimini di guerra e contro l’umanità). Ancora al suo posto, difesa a oltranza dal NOrdione nazionale.
La grave questione (non seguita dalle dimissioni della indagata capa di gabinetto: ricatto in corso? non si può dimettere? È a conoscenza di fatti gravi? Indicibili?) riguarda il “plotone di esecuzione”: Rosario Livatino, 38 anni; Mario Amato, 43 anni; Rocco Chinnici, 58 anni; Cesare Terranova, 58 anni; Emilio Alessandrini, 38 anni; Paolo Borsellino, 52 anni; Giovanni Falcone, 53 anni. Questi magistrati non sono i carnefici ma le vittime del “sistema”. Lo stesso sistema che sta stravolgendo questo Paese, dalla prima strage di stato (Portella della Ginestra, 1° maggio 1947).
Il bersaglio non era un modello ordinamentale da correggere. Il bersaglio sono (ancora) i magistrati e il controllo del potere giudiziario. La volontà di posizionare il PM sotto l’esecutivo. Non a caso i due disegni di legge: Nordio da una parte con l’elenco delle priorità dei reati da perseguire e l’altro, del neogiurista – più simile all’azzeccagarbugli di manzoniana memoria – Tajani sulla sottrazione della Polizia Giudiziaria (PG) al PM che dovrà rispondere al Governo, ai ministeri.
25 luglio 2025, Antonio Tajani (novello legislatore, quello del “diritto internazionale conta fino a un certo punto”) definisce il voto conclusivo sulla riforma una “vittoria epocale, politica e morale”, insiste sul “giudice terzo” e dedica il risultato a Silvio Berlusconi (il beato di Arcore che avevo lo stalliere mafioso ad Arcore).
29 ottobre 2025, Nordio liquida le critiche come “solita litania petulante”.
ottobre 2025, Giorgia Meloni, dopo l’approvazione definitiva, parla di “traguardo storico”.
Corriere della Sera, 3 novembre 2025, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio esprime stupore per l’opposizione alla riforma da parte della segretaria del PD, Elly Schlein.
Nordio dichiara: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo».
Una riforma a chi deve giovare? A loro chi?
15 dicembre 2025, Antonio Tajani (arieccolo), addirittura vice premier, anche ministero degli Esteri, presidente di Forza Italia, ribadisce che il referendum “non avrà nessun esito nei confronti del governo: né lo rafforzerà, né lo indebolirà” e lo definisce una “battaglia di libertà”. Per il Popolo delle Libertà.
In una intervista, lo statista che non ha nulla dello statista, dichiara che “bisogna riformare la giustizia per evitare che si possano verificare casi di malagiustizia clamorosi come la condanna di Marcello Dell’Utri”, condannato in tre gradi di giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. In via definitiva. Stiamo parlando di uno dei fondatori di Forza Italia.
Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia, dice pubblicamente che “bisogna riformare la giustizia perché esiste un uso politico della stessa”, facendo l’esempio del senatore Antonino D’Alì (ex senatore di Forza Italia e sottosegretario all’Interno, condannato in via definitiva a 6 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa il 14 dicembre 2022. La Cassazione ha confermato l’accusa di aver favorito Cosa nostra, in particolare il latitante Matteo Messina Denaro, mettendo a disposizione le proprie risorse e il suo ruolo istituzionale).
Certi riformati non si smentiscono mai.
Il ministro della protezione civile, Nello Musumeci, dichiara che i magistrati sono killer. Tajani – ancora lui -annovera tra le vittime della giustizia l’avvocato di B., Cesare Previti. Non abbiamo tempo e spazio per ricordare i suoi trascorsi che cozzano con una Repubblica fondata sulla legalità.
31 gennaio 2026, Carlo Nordio nell’intervento ufficiale all’inaugurazione dell’anno giudiziario di Milano definisce la separazione delle carriere una “conseguenza logica” del processo accusatorio, dice che è “blasfemo” sostenere che il Parlamento voglia mettere la magistratura sotto l’esecutivo, aggiunge che la riforma “non è fatta per punire la magistratura e non è fatta per rafforzare il governo” e che “non avrà e non deve avere effetti politici”.
Nordio, diventato ministro per grazia ricevuta dall’Unto del Signore (già presidente del Consiglio e amico di Marcello Dell’Utri, condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa), nel 1994 firmò un appello contrario alla separazione delle carriere, nel quale si sosteneva che l’indipendenza del pubblico ministero rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura avessero rappresentato una garanzia concreta di legalità e di uguaglianza davanti alla legge.
La sua “schiforma” era l’attuazione chirurgica di un progetto eversivo, partorito oltre 40 anni fa nelle stanze opache della Loggia P2. Il Piano di Rinascita Democratica – sequestrato nel 1982 – lo diceva chiaro:
“Separare le carriere requirente e giudicante, riformare il CSM, rendere il Guardasigilli responsabile dell’operato dei Pm”.
Come se Gelli fosse ancora vivo, a dettare l’agenda.
DIVIDE ET IMPERA. Separare per comandare. Come voleva Licio Gelli.
Nel Piano della P2 c’erano tutti gli ingredienti: indebolire il Parlamento, addomesticare la stampa, sottomettere la magistratura al controllo governativo. La schiforma era l’atto finale di una strategia? Resta il fatto, che molti hanno compreso da tempo: la politica non sopporta più i magistrati che indagano il potere.
12 febbraio 2026, nel pieno dello scontro con Nicola Gratteri, il ministrone Nordio replica evocando la necessità di un “test psicoattitudinale”.
15-16 febbraio 2026, Andrea Delmastro (FdI), sottosegretario alla Giustizia, condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio e al centro di una schifosa storia legata ad incontri molto particolari con gentaglia legata al crimine organizzato difende Nordio (aveva definito il Csm “paramafioso”, “verminaio correntizio” e “mercato delle vacche”) e aggiunge che, al di là dei toni, “il sistema paramafioso esiste”.
E veniamo alle parole di Gratteri che tanto hanno fatto gridare allo scandalo, nel Paese degli scandali, dei “Misteri” irrisolti e della memoria corta. Cosa aveva detto Gratteri di tanto grave?
Anche i mafiosi, la massoneria (e i politici corrotti) voteranno “SI”. I dati, oggi, parlano chiaro.
I mafiosi, i massoni e i delinquenti sapevano perfettamente che questa schiforma indeboliva la magistratura. Dov’è lo scandalo? Alle parole di Gratteri si è associato anche un altro magistrato Nino Di Matteo.
Due persone che combattono le mafie e che conoscono approfonditamente queste schifose organizzazioni criminali. Ma vediamo, con qualche esempio, chi ha sostenuto le ragioni del “si” (forse bisognava stare più attenti ad affidare la campagna elettorale a certi soggetti).
“Le persone perbene votano SI alla riforma” ha affermato Giorgia Meloni.
Ecco un elenco parziale di persone perbene:
Nicola Palamara, espulso dalla magistratura, ha patteggiato 1 anno di reclusione per traffico di influenze illecite.
Augusta Montaruli, condannata a 1 anno e 8 mesi per peculato (bau,bau!). L’ex sottosegretaria, che rimane deputata di Fdi, è stata condannata in via definitiva dalla Cassazione per circa 25mila euro di spese rimborsate dalla Regione Piemonte che per i giudici erano senza “nessuna giustificazione istituzionale”.
Giovanni Toti, ex presidente della Regione Liguria, ha patteggiato una pena definitiva di 2 anni e 3 mesi per corruzione e finanziamento illecito il 18 dicembre 2024, convertita in 1.620 ore di lavori socialmente utili anziché in carcere. L’accordo ha comportato la confisca di 175.850 euro e l’interdizione temporanea dai pubblici uffici.
Daniela Santanchè, indagata per bancarotta fraudolenta e truffa all’INPS; Roberto Formigoni, condannato per corruzione e detenuto in carcere per qualche tempo; Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno alla mafia.
Questi soggetti nemmeno con una canna da pesca potrebbero toccare la Sacra Costituzione Italiana Antifascista. Un motivo in più per non fargliela cambiare.
17 febbraio 2026, Giorgia Meloni, in un video sui migranti, accusa “una parte politicizzata della magistratura” di continuare a ostacolare le misure del governo contro l’immigrazione illegale. Stessa polemica sugli spacciatori. “Se vince il NO scapperanno gli spacciatori”. Parliamo di un Governo geniale che ha previsto l’arresto differito.
1 marzo 2026, Salvini (il ministro che si occupa di tutto tranne del “suo” ministero) sostiene che con il sì “anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano potranno essere sanzionati”; commentando la sentenza Sea-Watch, dice che avrebbe votato sì per cambiare questa “in(Giustizia) che non funziona”. Come al solito, non ha capito un cazzo.
2 marzo 2026, in un’intervista al Tg5, Meloni dice che la giustizia “riguarda gli italiani, tutti, ogni giorno” perché i giudici incidono su immigrazione, sicurezza, lavoro, salute e libertà dei cittadini.
Tutte cose che non c’entrano un fico secco con la loro schiforma sonoramente bocciata.
3 marzo 2026, Mantovano afferma che “i cattolici voteranno sì” perché la riforma sarebbe coerente con la dottrina sociale della Chiesa. Non sanno più a che Santo affidarsi.
7 marzo 2026, Andrea Delmastro (oggi alle prese con gravi problemi), sostiene che la separazione delle carriere (che già esiste) è indispensabile per avere un giudice terzo e aggiunge che il giorno dopo la sconfitta la sinistra girerà l’Europa con “zaino in spalla, caschetto in testa”. Vediamo se deciderà di seguire la Bartolozzi fuori dall’Italia.
8 marzo 2026, Giorgia Meloni rilancia: “votate sì”, perché “se noi non prendiamo questa occasione, non ne avremo altre”. Viva Dio. Poi parla di decisioni giudiziarie “surreali”, accusa i giudici di usare “interpretazioni forzate” per “impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione” e insiste che i cittadini, se vogliono, potranno giudicare il governo alle politiche, non in questo referendum. Mette le mani avanti.
9 marzo 2026, Giusi Bartolozzi, la zarina del ministro Nordio pronuncia la frase: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”.
Ma non doveva scappare all’estero dopo la vittoria del NO? Per adesso abbiamo Nordio che continua a difendere la zarina.
10-11 marzo 2026, Nordio la difende e sostiene che “non deve dimettersi”. Tajani prende le distanze e rilancia “Gratteri fa paura”. A chi fa paura Gratteri? Ai delinquenti, ai politici o alle persone perbene?
11 marzo 2026, Giorgia Meloni: “Se non ci riusciamo questa volta, non avremo un’altra occasione”.
11 marzo 2026, Paolo Barelli (FI): la riforma “non è un interesse di partito ma dei cittadini italiani”. Risate a crepapelle.
La figlia di un condannato per evasione fiscale che pagava Cosa nostra aggiunge: “se passa il sì non vince mio padre ma gli italiani”.
Una parlamentare molisana, brava con i selfie davanti alla teca con la borsa del magistrato Paolo Borsellino (viviamo in un Paese in cui viene mostrata la borsa ma non si vuole la verità sulla strage di via d’Amelio, 19 luglio 1992 – come per tutte le altre stragi mafiose), dice in un post: “Una riforma che fa giustizia” (che giustizia i magistrati, per la verità). “L’Italia aspetta da decenni una vera riforma della Giustizia”. (E questa non è affatto una riforma della giustizia).
La Costituzione non si piega all’umore del governo di turno.
“La capo di gabinetto del ministro è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione”, senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, 14 marzo 2026. E aggiunge: “Con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa di capiterà”.
E ancora, l’ultimo esempio della banalità del male:
“Affrontiamo questa settimana di campagna elettorale, avete gli argomenti da poter discutere. Ma se non dovesse servire utilizzate anche IL SOLITO sistema clientelare. Non ci credi? Beh, fammi questo favore, perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore, aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Dobbiamo vincere questa battaglia”, Aldo Mattia, deputato di Fratelli d’Italia.
I cittadini hanno votato, hanno scelto. Il vostro “solito sistema clientelare” non ha funzionato, questa volta.
Siete stati bocciati dalla storia e dagli elettori. Purtroppo non avete quella dignità che porta direttamente alle dimissioni.






