“Di Lea Garofalo sono rimaste le sue idee, la sua forza e il suo coraggio: difficili da cancellare e da distruggere. Non esistono acidi o altre sostanze alla distruzione delle idee. Quelle restano e fanno male assai, soprattutto ai vigliacchi”.
Questa è una delle frasi più emblematiche del saggio Una fimmina calabrese di Paolo De Chiara, ancor di più rappresenta la figura di Lea Garofalo, uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco a 36 anni a Milano. Lea ha trascorso la vita tentando di liberarsi dal morbo della mafia per non sentirsi attanagliata dalle sue catene dimostrando che lei era diversa dalla società criminale che l’ha circondata sin dalla nascita avvenuta vicino Petilia Policastro a Pagliarelle nel 1974.
Quando inizia a crescere, Lea si innamora di Carlo Cosco che in mente ha solo la sua ascesa al potere mafioso. Difatti dopo la prima “fuitina” d’amore e l’essersi trasferiti insieme a Milano lui inizia a mostrarsi violento nei suoi confronti, ma hanno una figlia di nome Denise che Lea ama alla follia. Nello stesso periodo Lea si rende conto che non vuole partecipare agli affari loschi del compagno né della sua famiglia, inizia a ribellarsi, non è mai stata una donna a cui andava bene sentirsi dire ciò che fare. Si scontra con molte figure della famiglia, anche donne che si sentono forti poichè parte attiva della piramide mafiosa, dalla quale sono semplicemente sfruttate.
Per proteggere la figlia e provare a darle una vita migliore decise di entrare nel programma di protezione, ciò durò per 7 anni finchè Lea non riusciva più a vivere nascosta e decide di incontrare Carlo Cosco per decidere del futuro scolastico di Denise. Subisce tentativi di attentati e rapimenti che poi sfociano nel suo rapimento, tortura ed uccisione il 24 novembre del 2009.
Quella di Lea Garofalo non è una storia isolata, il saggio è un inno a tutte le Fimmine, donne forti e coraggiose che sono state vittime di mafia e che soprattutto anche nel loro piccolo si sono ribellate nonostante fossero immerse ed abbandonate in un ambiente criminale. Infatti è presente un’ampia sfumatura di protesta sociale riguardante le realtà mafiose diramate non solo in Calabria ma anche al nord, il caso di Lea si è spostato in tutta Italia, è uno dei primi casi di lupara bianca urbana, avvenuta a pochi passi dall’ Arco della Pace a Milano.
Ma è anche una protesta nei confronti delle istituzioni che non hanno reso giustizia a Lea come a tante altre donne, lei infatti non venne mai accreditata in vita per le sue parole e la loro veridicità, venne creduta solo dopo la sua atroce morte, ne è testimone anche la lettera indirizzata al presidente della repubblica che sembra essere un grido di aiuto. Il fatto di essere una vittima, testimone di giustizia e non pentita mafiosa le rende ancora più onore, però paradossalmente la rende anche più fragile agli occhi delle Istituzioni.
Alla fine la vera forza motrice che permette che giustizia sia veramente compiuta è Denis un’altra Fimmina che segue i passi della mamma che aveva tanto lottato per lei e che combatte durante i processi e testimonia contro il padre rappresentando il grande di momento di rottura del “sacro legame familiare” e “l’onore” leso dei Cosco.
In questa maniera le storie di donne come Denis e Lea sono simbolo che la lotta alle mafie parte anche e soprattutto da donne coraggiose e ribelli desiderose di giustizia.
Recensione di “Una fimmina calabrese” (di Paolo De Chiara) scritta da Elisabetta La Gamba

Nella foto in alto: Alexandra Guerrera, classe III A autrice della lirica su Lea Garofalo, accanto alla prof.ssa Titti Preta, Elisabetta La Gamba, classe VD, autrice della recensione e Nicole Campisi classe III E
Lea
In una terra dove il silenzio pesa
più della colpa e più di ogni difesa,
Lea scelse il rischio della verità
contro la legge dell’omertà.
Per dare un futuro a chi portava accanto
affrontò la paura e il duro pianto.
La vita spenta non spegne la sua voce:
resta il coraggio, limpido e feroce.
Cambiò città e identità con dolore,
ma non piegò mai il suo cuore al timore.
Sola e determinata sfidò ogni inganno,
e mostrò la forza di chi non ha compromesso alcun danno.
Oggi il suo nome risuona e non muore,
simbolo di speranza, giustizia e amore.
Lea resta viva in chi osa l’onestà,
un faro che guida chi cerca la verità.
Lirica di Alexandra Guerrera






