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Referendum giustizia, il vero scandalo viene dopo: il popolo ha parlato, la classe dirigente non ha capito nulla

Dopo il voto sulla riforma della giustizia, il punto non è chi abbia vinto, ma l’abisso che separa il popolo italiano da una classe dirigente politica, mediatica e culturale incapace di leggere la realtà, rispettare il voto e comprendere il significato del No.

by Enzo Guarnera
11 Aprile 2026
in L'Opinione
Reading Time: 8 mins read
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Non volevo infilarmi nella storia del referendum, ma ci sono finito dentro e ne sono stato travolto. Perché, come sempre mi accade in questi casi, la vicenda mi ha preso fino in fondo. Ora pensavo che, passato il referendum, sarei potuto tornare a fare il pensionato spensierato. Invece temo di essere ancora più incastrato di prima.

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Per una ragione molto semplice: il dopo referendum è molto più importante del referendum stesso.

E se il prima era già complesso e difficile da raccontare, il dopo lo è ancora di più. Molto di più. Raccontarlo davvero richiederebbe polpettoni lunghissimi, molte puntate, molto spazio e molta pazienza. E forse, a dirla tutta, non è neppure una buona idea affrontarlo in quel modo.

Intanto, però, una cosa va detta subito. La cosa più orribile del dopo referendum è l’ennesima prova di come la classe dirigente di questo Paese sia totalmente incapace di vedere la realtà e comprenderla. In una parola: deplorevolmente inetta.

E per classe dirigente non intendo soltanto il Governo. Intendo la quasi totalità della politica di ogni colore, i giornalisti, gli intellettuali, o più spesso i sedicenti tali, l’esercito di avvocati che si credevano profeti di una nuova giustizia e non sono minimamente disposti a prendere atto di essere stati falsi profeti, i professori universitari che hanno pontificato a sproposito, la raffica di giuristi arruolati nella propaganda e, via via, fino agli infiniti titolari di profili Facebook gonfi di follower e supponenza.

Tutti costoro hanno costruito una riforma e una campagna referendaria trattando il popolo come un soggetto individuale, consumatore e imbecille. Hanno pensato di usarlo. Lo hanno considerato un bersaglio da convincere, un pubblico da manipolare, un corpo passivo da trascinare dove volevano loro.

La campagna referendaria ha avuto il livello intellettuale e morale degli imbonitori delle fiere. E adesso, invece di interrogarsi sul fallimento, molti di loro non fanno nulla per nascondere il livore. Anzi, insultano il popolo sostenendo che non avrebbe capito il prodotto che volevano vendergli.

Il No non è un blocco unico: dietro ci sono milioni di coscienze diverse

La prima cosa evidente è che i 15 milioni di cittadini che hanno votato No non sono un soggetto unico. Sono 15 milioni di soggetti. E dietro quei 15 milioni di voti ci sono, come è sacrosanto che sia, motivazioni diverse fra loro. Motivazioni anche molto lontane da quelle che le Camere Penali, i politicanti e i loro sguatteri mediatici avrebbero voluto imporre come uniche e corrette.

Questo significa che il voto non appartiene a chi ha organizzato la propaganda. Appartiene a chi ha votato.

Un voto consapevole che smentisce il paternalismo del potere

La seconda cosa evidente è che questi cittadini hanno scelto consapevolmente di votare e di votare No. Perché chi non voleva farlo è rimasto a casa o ha votato Sì. Non c’è nulla di inconsapevole, nulla di casuale, nulla di manipolabile in questo dato.

La pretesa che il popolo dovesse votare come dicevano loro e dovesse farlo per i motivi che dicevano loro, oltre a essere profondamente incivile e antidemocratica, è soprattutto idiota. Perché manca di rispetto ai cittadini e, ancora peggio, non riesce a vedere e comprendere le motivazioni reali degli elettori.

Quando si decide di affidare al popolo la responsabilità di una riforma, lo schema non può essere quello paternalistico del potere che dice: avanti, forza, vota Sì a questa cosa perché è per il tuo bene e perché te lo diciamo noi.

Quando si decide di affidare al popolo la responsabilità di una riforma, si chiede al popolo cosa ne pensa.

E la maggioranza del popolo italiano che ha voluto esprimersi ha dato un parere negativo.

Il senso di questo voto, a me e a tanti altri, appare chiaro e limpido. È una prova di intelligenza e maturità. L’incapacità di chi si aspettava un esito diverso di accettare e capire questo risultato dimostra soltanto che il popolo è molto migliore dei suoi governanti. E che i suoi governanti sono, prima ancora che eversori per il modo in cui hanno attentato alla Costituzione, degli inetti.

Perché hanno usato il Parlamento, che ha avuto la viltà di farsi usare, come un passacarte. E hanno cercato di usare il popolo come un consumatore imbecille.

Il No non è una vittoria di parte

C’è poi una terza cosa da chiarire con nettezza. Questo No non è una vittoria.

Non è la vittoria di un partito. Non è la vittoria di una parte politica. Non è la vittoria della magistratura e men che meno della deplorevole Associazione Nazionale Magistrati, che farebbe bene a nascondersi e a cercare di non farsi notare. E non è, naturalmente, neppure la vittoria dell’altrettanto penosa e spudorata Unione delle Camere Penali, che invece di correre a nascondersi continua ancora a sproloquiare.

Non è la vittoria di questo o di quello. È il risultato di ciò che il popolo, chiamato a decidere nella convinzione che lo si potesse manipolare, ha deciso del tutto legittimamente.

Ha deciso con una volontà tanto consapevole da tradursi in un’affluenza molto più alta di quanto ci si aspettasse. E ha deciso con una lucidità che smentisce ogni facile pregiudizio, se è vero che nelle zone del Paese dove più forte è il desiderio e il bisogno di legalità il No ha raggiunto percentuali bulgare.

Il popolo, dunque, ha detto che questa riforma della giustizia non avrebbe dato al Paese una giustizia più efficiente e più imparziale.

Il giudizio degli elettori è stato sulla riforma, non sulle caricature della propaganda

Questo giudizio popolare non è stato un voto sulle forme di governo dei Paesi europei. Non è stato un voto sulla bellezza o bruttezza della separazione delle carriere. Non è stato un voto sulle ridicole vignette con i gattini e i topini distribuite dagli avvocati. Non è stato un voto sul sogno postumo di Berlusconi. Non è stato un voto sulla famiglia del bosco. Non è stato un voto sul poliziotto assassino di Rogoredo o su tutte le altre strumentalizzazioni che hanno invaso il dibattito.

No. Quel giudizio, come era scritto chiarissimamente sulla scheda elettorale, è stato uno e uno solo: vogliamo o no questa specifica riforma in questo specifico momento?

Punto.

Ed è esattamente da qui che si deve partire, se non si vuole offendere il popolo e se non si vuole vanificare l’impegno di un Paese che, al prezzo di alcune centinaia di milioni presi dalle nostre tasse, ha partecipato attivamente a un referendum preteso da chi comanda in Italia, con la complicità di chi lo ha spalleggiato.

Non c’è niente da festeggiare: la giustizia italiana resta uno sfascio

Se si parte da qui, allora diventa chiaro che non c’è niente da festeggiare. Perché l’Italia in generale e la giustizia italiana in particolare continuano a fare schifo esattamente come prima.

E tuttavia, proprio per questo, se qualcuno volesse davvero smettere di approfittare dello sfascio per imporre riforme utili a interessi privati, ci sarebbe uno spazio enorme per migliorare le cose. I modi possibili sono mille. Ma nessuno vuole praticarli.

Soprattutto se si smettesse di dedicare migliaia di ore di televisione e stampa alla famiglia del bosco. Se si smettesse di fare affari con i ristoranti dei camorristi. Se si smettesse di sostituirsi ai magistrati per decidere chi deve andare in carcere e chi no.

In sostanza, se ognuno si limitasse a fare ciò per cui teoricamente viene pagato, invece di fare ciò che conviene ai propri interessi privati.

Il dato che svela l’ipocrisia del racconto pubblico

A corredo di tutto questo, basta un dato per misurare l’inadeguatezza catastrofica di chi ci governa e di chi ha raccontato la realtà in modo distorto.

Mentre la propaganda elettorale faceva credere che gli unici bambini tolti ai genitori fossero i tre “del bosco”, i dati del Ministero delle Politiche Sociali raccontano altro. Nel solo 2024 sono stati tolti ai genitori e affidati ad altre famiglie o a strutture di accoglienza ben 41.279 bambini.

Quarantunomiladuecentosettantanove.

Una cifra enorme, che da sola basterebbe a riportare il discorso sulla realtà e a smascherare la miseria di una narrazione pubblica costruita sulla propaganda, sulla convenienza e sulla manipolazione.

Viene quasi da immaginare, amaramente, che qualcuno stia già chiedendo gli indirizzi di tutti quei bambini per invitarli a Palazzo Madama. Ma è una battuta nera, e nera resta la sostanza: il problema non è mai stato il bene comune. Il problema è sempre stato l’uso politico, mediatico e privato della giustizia, del dolore e del voto.

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