Quello che sta accadendo in Albania rappresenta un ulteriore tassello di una strategia economica e politica internazionale che attraversa il Mediterraneo e coinvolge interessi finanziari, immobiliari e geopolitici di enorme portata.
Non basta il genocidio di Gaza, non bastano le guerre di espansione in Libano, Siria e Iran. Ora il rischio è quello di trasformare aree di pregio ambientale in luoghi di speculazione, consumo e controllo economico. Tra questi territori c’è anche l’Albania, dove la protesta popolare contro la distruzione di aree naturalistiche di alto valore mostra una resistenza che non può essere ignorata.
La strategia appare evidente: conquistare spazi, influenzare le classi dirigenti, piegare territori e comunità alla logica del profitto. Così si spiegano anche molte posizioni assunte da leader occidentali, incapaci di pronunciare parole chiare e di adottare sanzioni efficaci contro uno Stato accusato di crimini gravissimi e di una politica di guerra permanente.
Questi interessi devono essere forti se riescono a condizionare le politiche occidentali nonostante l’opposizione crescente dei popoli, sempre più contrari ai massacri e alla distruzione sistematica di intere comunità.
Ora l’Albania si ribella al tentativo di colonizzazione economica e ambientale. Vedremo come andrà a finire questa vicenda e se la volontà di un popolo che si oppone sarà più forte degli interessi economici e politici che premono su quel territorio.
La lotta del popolo albanese va oltre i suoi confini e merita attenzione, perché se non si ferma questa logica espansionistica e predatoria, il rischio è quello di ritrovarci dinamiche simili anche in altri Paesi del Mediterraneo, compresa l’Italia, come alcune ipotesi circolate in passato hanno lasciato intravedere anche in Puglia.
C’è però un punto fondamentale, che non deve mai essere smarrito: sionisti ed ebrei non sono la stessa cosa. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo è un errore grave, pericoloso e ingiusto. La critica deve restare politica, storica, economica e giuridica. Non deve mai trasformarsi in odio verso un popolo, una religione o una comunità.
Chi vuole spostare il conflitto sul terreno dell’antisemitismo cerca proprio questo: trasformare la critica ai carnefici in odio verso gli ebrei, così da rovesciare i ruoli e presentarsi ancora una volta come vittima. In questo gioco non bisogna cadere.
Bisogna distinguere sempre tra le responsabilità di un governo, di una ideologia politica, di gruppi di potere economico e la vita concreta di milioni di ebrei nel mondo, molti dei quali rifiutano la guerra, l’occupazione, il colonialismo e la distruzione del popolo palestinese.
Fermare il sionismo politico, quando diventa giustificazione di guerra, occupazione e sopraffazione, significa anche difendere il diritto, la pace, i popoli e la memoria stessa delle tragedie del Novecento. Significa impedire che il neoliberismo decadente, unito alla logica coloniale, prepari nuove tragedie sotto il cielo già ferito del nostro tempo.




