La Flottilla ha riportato Gaza al centro dell’attenzione internazionale, accendendo i riflettori sulla strage in atto e sulle responsabilità politiche e militari israeliane. In questo senso ha vinto: ha fatto uscire dall’oblio mediatico il popolo palestinese e i gazawi.
Ma, ancora di più, ha evidenziato il disfacimento del mondo occidentale, incapace di assumere una posizione politica netta di contrasto verso chi continua a massacrare la popolazione civile. Mentre si enfatizzano, con decine di sanzioni, le responsabilità della Russia per l’invasione dell’Ucraina — pur dentro un quadro strategico legato anche all’avvicinamento della Nato ai suoi confini — nulla viene fatto contro il governo israeliano, che continua a ignorare le risoluzioni dell’Onu sulla creazione di uno Stato palestinese entro confini riconosciuti.
Da decenni il popolo palestinese subisce occupazione, violenza, espropriazione e morte. Intanto Israele si è dotato di un arsenale nucleare non dichiarato, destabilizza il Medioriente e continua a inseguire un progetto politico fondato sull’espansione e sul dominio territoriale.
Come la mancata reazione ai nazisti negli anni Trenta del secolo scorso contribuì a spalancare le porte alla Seconda guerra mondiale, così oggi l’incapacità di fermare la violenza contro il popolo palestinese rischia di creare i presupposti di una nuova tragedia mondiale.
È vero: il modello economico neoliberista è entrato in crisi e sta producendo danni enormi, tra cui il riarmo e la progressiva normalizzazione della guerra, persino nucleare, come possibile soluzione dei problemi che esso stesso ha generato. Ma il mancato argine a Israele rappresenta la cartina di tornasole di una tragedia immensa, destinata a coinvolgerci tutti.
La questione palestinese ci riguarda da vicino. L’inerzia del mondo davanti a quanto accade a Gaza non è soltanto una vergogna politica e morale: è un presagio cupo, una crepa che può allargarsi fino a travolgere l’intera umanità.
L’Occidente ha favorito la nascita di un mostro politico e militare in Medioriente. Ora rischia di restare imprigionato nella tragedia che ha contribuito a generare.





