Corpi violati nei conflitti, zone d’ombra dove il dolore rischia di essere ridotto a propaganda o, peggio, ad un inevitabile effetto collaterale della storia. A squarciare questo velo è stata una recente e durissima inchiesta pubblicata sul New York Times a firma del premio Pulitzer Nicholas Kristof. Il giornalista ha documentato, con prove e testimonianze drammatiche, una realtà che l’opinione pubblica globale fatica ad accettare, una sequenza di stupri e violenze sessuali perpetrate da elementi delle forze di sicurezza israeliane ai danni della popolazione palestinese, in particolare all’interno dei centri di detenzione.
La pubblicazione di questo report ha sollevato un polverone politico anche per via di una macabra coincidenza temporale. L’inchiesta di Kristof è uscita infatti a ridosso del rapporto ufficiale del governo di Tel Aviv sulle atrocità e sugli abusi sessuali commessi dai miliziani di Hamas durante l’assalto del 7 ottobre. Ma la dignità umana non ammette speculazioni o simmetrie d’accatto. Il lavoro del New York Times non serve a fare una cinica contabilità dell’orrore, né a istituire un tribunale del “fanno tutti così”. Al contrario, ci ricorda una verità universale e scomoda allo stesso tempo, lo stupro di guerra non ha bandiera, non conosce giustificazioni e prospera ovunque l’impunità diventi la norma e la deumanizzazione dell’altro sia la regola.
Se qualcuno pensasse che le denunce raccolte da Kristof riguardino abusi confinati ad un contesto invisibile, la cronaca drammatica di questi giorni è arrivata a smentirlo con brutale chiarezza. Le pesantissime accuse del quotidiano statunitense si specchiano e trovano immediata conferma nelle testimonianze degli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla, appena rilasciati e deportati dalle autorità israeliane dopo l’ultimo disperato tentativo di forzare il blocco marittimo e portare aiuti umanitari a Gaza. Centinaia di civili, cooperanti e volontari provenienti da tutto il mondo sono stati intercettati ed incarcerati nella prigione di Ktziot. Le denunce che stanno trapelando in queste ore dai resoconti degli organizzatori e dei sopravvissuti descrivono uno scenario agghiacciante. Si parla di almeno quindici casi documentati di aggressioni sessuali, tra cui veri e propri stupri, oltre a torture psicofisiche, perquisizioni invasive usate come strumento di punizione ordinaria, attivisti presi a fucilate con proiettili di gomma a bruciapelo e decine di persone a cui sono state letteralmente spezzate le ossa.
Il filo rosso che unisce l’inchiesta di Nicholas Kristof alle drammatiche dichiarazioni della Flottiglia risiede proprio nella natura strutturale di questa violenza. Quando l’occupazione, il controllo militare e lo stato di eccezione si perpetuano per decenni senza controlli indipendenti, l’abuso sui corpi cessa di essere l’eccezione commessa da una “mela marcia” e si trasforma in una prassi tollerata, se non sistematicamente protetta dall’anonimato delle divise e dal silenzio delle istituzioni carcerarie. Il corpo del detenuto – privato dello status di cittadino protetto, spogliato della sua individualità e ridotto a “nemico” – diventa un territorio di conquista, il luogo fisico su cui esercitare un potere assoluto e sadico. Liquidare queste denunce corali come attacchi faziosi o propaganda, come la difesa d’ufficio del servizio penitenziario israeliano continua a fare, è solo un modo per evitare di guardarsi in uno specchio deformante. Un’evidenza che persino l’Europa non può più ignorare, tanto da discutere in queste ore sanzioni mirate contro i ministri dell’ala più radicale del governo israeliano.
Qui si impone una riflessione profonda che interroga direttamente la nostra coscienza di spettatori occidentali. Perché tendiamo a scandalizzarci di più per la violenza di una milizia terroristica rispetto a quella, altrettanto aberrante, perpetrata da uno Stato che si definisce democratico? La risposta, purtroppo, risiede nell’ipocrisia geopolitica. Abbiamo barattato l’universalità dei diritti umani con l’opportunismo delle alleanze. Se la comunità internazionale ha il dovere sacro e inderogabile di condannare i crimini spaventosi di Hamas, ha lo stesso identico dovere di non restare in silenzio davanti alle violenze sessuali e fisiche commesse sotto la bandiera di uno Stato di diritto. Non esistono stupri di serie A e stupri di serie B, non esiste una tortura più “tollerabile” se a commetterla è chi indossa una divisa regolare.
L’inchiesta del New York Times, specchiandosi nel racconto dolente e attuale dei volontari della Flottiglia, ci pone di fronte ad un bivio morale fondamentale. Dobbiamo decidere, come cittadini e come comunità globale, se i diritti umani sono un principio assoluto, un faro che deve brillare soprattutto nella notte più buia, o se sono solo un’arma retorica da agitare a seconda della convenienza del momento.
Quando permettiamo che lo stupro e la tortura vengano normalizzati, quando giriamo la testa dall’altra parte perché denunciare il crimine di un alleato è politicamente scomodo, stiamo abdicando alla nostra stessa umanità. Perché la vera sconfitta di una civiltà non avviene quando il nemico varca le sue mura, ma quando, per sconfiggerlo o controllarlo, quella stessa civiltà decide di assomigliargli nell’orrore. Se accettiamo che la carne umana sia carne da macello senza dignità, allora il buio ha già vinto. E il silenzio che copre quelle celle non è omissione, è complicità.



