Un reato di cui non si parla abbastanza: la violenza economica di genere
Mentre i femminicidi rappresentano una realtà in continua espansione di cui le cronache danno un puntuale report ormai quotidiano sconcerta che il ministero dell’Interno da inizio d’anno ha sospeso i report trimestrali sugli omicidi volontari, diffondendo dati solo annuali e in forma parziale e lievita il legittimo dubbio sulla effettiva volontà politica di affrontare con competenza il problema dal momento che non basta prevedere una norma, quale il reato di femminicidio (art. 577-bis c.p.) , se poi non si ha la capacità di darne un’attuazione parziale perché per le campagne di prevenzione (fondamentali nelle scuole) mancano le risorse. Sospendendo i report, prevedendo solo la punizione e non misure di prevenzione inerzialmente il fenomeno della violenza contro le donne dilaga inesorabilmente e continua a restare sotto la coltre dell’indifferenza governativa anche la violenza economica di genere, fattispecie su cui voglio soffermarmi.
Il diritto italiano non prevede una definizione autonoma del fenomeno della violenza economica di genere. La giurisprudenza e alcune disposizioni del codice civile e penale, ad esempio in materia di obblighi familiari e tutela patrimoniale, offrono strumenti indiretti di tutela. In Italia la violenza economica non è normativamente inquadrata come un autonomo reato; spesso viene individuata quando accompagnata ad altre forme di violenza, ad esempio fisica o psicologica. Tale prospettiva evidenzia alcune lacune esistenti nella codificazione esplicita del fenomeno e la necessità di un riconoscimento normativo efficace in quanto costituisce una delle manifestazioni più pervasive della violenza di genere, poiché incide direttamente sulla libertà di scelta, sulla possibilità di interrompere relazioni abusive e sulla concreta autodeterminazione delle donne.
La violenza economica è una forma meno conosciuta rispetto ad altre tipologie di abusi e ciò la rende un fenomeno difficilmente riconoscibile, in gran parte sottorappresentato, spesso subdolo che resta celato finché non si traduce in forme di violenza psicologica o fisica. Si manifesta in svariate forme che vanno dal controllo delle spese quotidiane alla negazione di qualsiasi grado di autonomia nella gestione delle risorse finanziarie della famiglia, dall’invito a non lavorare a vere e proprie minacce o raggiri, approfittando della fiducia della donna.
Le condotte volte ad osteggiare la coniuge nella ricerca di una attività lavorativa e a non consentirle di coltivare e sviluppare un quadro di relazioni con persone esterne alla famiglia; ad imporle un ruolo casalingo sulla base di una rigorosa e discriminatoria ripartizione di ruoli; a sottrarsi alla gestione domenicale e familiare delegandone interamente le incombenze alla coniuge, così da non consentirle altra soluzione che quella di abbandonare le proprie ambizioni professionali ed essere da lui “mantenuta”; a non remunerare le attività svolte nell’interesse dell’azienda familiare, con il proprio arricchimento, costituiscono tutti comportamenti obiettivamente finalizzati alla limitazione dell’autonomia economica della persona offesa.
Si è in presenza della imposizione di un sistema di potere asimmetrico all’interno del nucleo familiare, di cui la componente economico-patrimoniale rappresenta un profilo di particolare rilievo, perché costituisce oggetto di una decisione unilateralmente assunta dal maltrattante, anche attraverso il ricorso a forme manipolatorie e pressioni psicologiche sulla persona offesa, tali da incidere sulla sua autonomia, sulla sua dignità umana e sulle sua integrità fisica e morale, quali beni giuridici tutelati dall’art. 572 c.p.
La cosiddetta prospettiva di genere
Per comprensione della violenza domestica nel contesto di coppia, è indispensabile utilizzare una «prospettiva di genere», come richiesto dalla risoluzione del Parlamento europeo del 16 settembre 2021 TA (2021)0388 sul Riconoscimento della violenza di genere come nuova fattispecie di reato tra i reati di cui all’articolo 83, paragrafo 1, TFUE (paragrafi 27 e 53), all’esito della quale il 14 maggio 2024 è stata adottata la Direttiva 2024/1385/UE sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, utile fonte interpretativa, il cui articolo 36 (paragrafi 1 e 3) richiede agli operatori di affrontare i casi di violenza contro le donne o di violenza domestica adottando una dimensione “sensibile alle specificità di genere”.
Per “prospettiva di genere” si intende quel criterio concettuale e interpretativo volto a valorizzare, nei delitti di violenza contro le donne, l’appartenenza dell’autore al genere maschile e della persona offesa al genere femminile, per collocare in una precisa dinamica, gerarchizzata ed identitaria, strutturata e normalizzata, le condotte attraverso le quali il delitto si sviluppa, così evitando letture ridimensionanti e parcellizzate che non ne colgono l’effettivo movente discriminatorio, per ricondurle ad estemporanei eccessi comportamentali dell’autore.
L’agente/reo utilizza le diverse tipologie di violenza (psicologica, economica, sessuale o fisica) come tecnica automatica di potere disciplinatorio sulla vittima, proprio in quanto donna, che, per essere tale, è diseguale e, per questo, deve ubbidire ed assecondare i suoi voleri, rivestire precisi ruoli familiari di mera subordinazione, soggiacere alla dominazione dell’uomo di famiglia ed essere deprivata di esigenze proprie e spazi di autonomia oltre che castigata con disprezzo, umiliazioni, violenze, isolamento, quando non si adegua al potere gerarchico del marito.
La matrice culturale dei delitti di violenza domestica e contro le donne, nei termini accertati dalle sentenze di merito, è espressamente indicata dal Preambolo della Convenzione di Istanbul che ne richiama “la natura strutturale” e qualifica questa specifica forma di violenza come espressiva di una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini ed impedito la loro piena emancipazione.
È questa la ragione giuridica per la quale il bene giuridico tutelato dall’art. 572 c.p. è costituito dall’integrità fisica e morale, dalla dignità umana e dall’autodeterminazione della persona, mentre la famiglia (o la convivenza) rappresenta soltanto l’ambito in cui si sviluppano i rapporti interpersonali da punire e tutelare.
L’abuso economico
L’abuso economico è una forma di comportamento coercitivo e di controllo del partner che si manifesta in forme variegate quali l’esercizio del controllo su reddito, spese, conti bancari, bollette e prestiti. Può anche includere il controllo dell’accesso e dell’uso di beni come i trasporti e la tecnologia, ma anche di altre proprietà e beni essenziali quotidiani, come cibo e vestiti. In tal modo, il partner può esercitare un controllo trasversale e indiretto su tutto ciò che favorisce l’occupazione, le relazioni sociali e quindi l’autonomia della donna.
La violenza economica può riguardare anche la distruzione di oggetti e il rifiuto di contribuire alle spese domestiche. Questo tipo di abuso può persistere a lungo dopo un abbandono e può avere effetti per tutta la vita. Il SEA individua tre forme di abuso economico. La prima forma riguarda il sabotaggio al reddito e all’accesso al denaro; la seconda attiene al controllo pedissequo del modo e del tempo in cui la partner spende il denaro. L’ultima, infine, si manifesta mediante furto del denaro e/o dei beni della partner.
L’abuso economico mira a creare instabilità economica e/o rendere la donna economicamente dipendente, limitandone la libertà. Senza accesso al denaro e alle cose che il denaro può comprare, è difficile allontanarsi da un aggressore e trovare sicurezza. Chi subisce questo tipo di abuso può rimanere intrappolato in una relazione con l’abusante, incapace di resistere al suo controllo e a rischio di ulteriori danni. In questo modo, la sicurezza economica è alla base della sicurezza fisica.
L’impatto dell’abuso economico rende difficile alle donne ricostruirsi una vita. Molte delle donne che riescono ad interrompere la catena del controllo e della coercizione non sono in grado di mantenere risparmi che garantiscano loro sicurezza economica e restano del tutto prive di mezzi, anche di quelli per le cose essenziali; o, peggio, hanno ingenti debiti e una cattiva reputazione creditizia, che compromette la loro stabilità economica a lungo termine.
Il Surviving Economic Abuse SEA (ente no profit dedicato alla sensibilizzazione sul tema degli abusi economici e alla trasformazione delle risposte a tali fenomeni) distingue l’abuso economico dall’abuso finanziario e vede quest’ultimo come una sottocategoria del primo. Pur comportando spesso comportamenti simili, l’abuso economico comprende i molti modi in cui un abusante può controllare la situazione economica di qualcuno, inclusi l’alloggio, il cibo, i trasporti e l’occupazione.
Il quadro della violenza economica dai dati dell’ISTAT
L’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) offre uno spaccato del fenomeno a livello nazionale mediante un quadro informativo integrato sulla violenza contro le donne in Italia, offrendo statistiche ufficiali che non si limitano a misurare il fenomeno ma ne illuminano le radici strutturali.
L’ISTAT descrive la violenza economica come una forma di abuso in cui il controllo delle risorse economiche viene utilizzato per esercitare potere e controllo all’interno di una relazione. Tale forma di violenza include comportamenti di umiliazione, svilimento, controllo e intimidazione, nonché di privazione o limitazione nell’accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia.
Diverse sono le fonti statistiche ufficiali che permettono di analizzare il fenomeno:
- Indagine sulla sicurezza delle donne
Nell’indagine Istat del 2025 (ne sono state condotte altre due nel 2006 e nel 2014) la violenza economica emerge attraverso indicatori specifici, che raccontano la portata: l’ostacolo alla conoscenza del reddito familiare; l’impossibilità di possedere una carta di credito o un bancomat; la limitazione nell’uso autonomo del proprio denaro; il controllo costante su quanto e come si spende. Sono segnali che, letti insieme, delineano un perimetro di dipendenza forzata.
- Indagini sui Centri Antiviolenza (CAV)
Dal 2018 l’ISTAT conduce, inoltre, rilevazioni sistematiche sui Centri antiviolenza, che consentono di quantificare le donne che vi si rivolgono anche per violenza economica e di analizzarne i percorsi. A queste informazioni si affiancano i dati del numero pubblico 1522, elaborati periodicamente, che offrono un’ulteriore chiave di lettura sulla domanda di aiuto.
- Indagine sugli stereotipi e l’immagine sulla violenza
Questi dati sono particolarmente rilevanti perché permettono di misurare l’idea che il mantenimento economico della famiglia spetti all’uomo mentre alla donna competano la cura della casa e dei figli o su quale sia l’immagine della violenza contro le donne nelle varie generazioni di uomini e donne. Sono rappresentazioni che producono effetti sulle opportunità, sull’autonomia e sulla libertà delle donne.
- Indagini che permettono di rilevare il contesto più ampio di cui si nutre la violenza economica (forze di lavoro, EU SILC, uso del tempo)
L’ISTAT è produttore anche degli indicatori del mercato del lavoro, rilevati in modo continuativo attraverso l’Indagine sulle Forze di lavoro, che mostrano quante donne siano escluse dall’occupazione. Permettono di comprendere i fenomeni di segregazione orizzontale e verticale nel mercato del lavoro, la diffusione del part time volontario e non, le forme di lavoro precario.
L’indagine annuale su redditi e condizioni di vita (EU-SILC) misura invece le asimmetrie economiche all’interno della coppia, evidenziando la distribuzione del reddito tra i partner. L’indagine sull’uso del tempo fotografa infine la ripartizione del lavoro familiare, spesso squilibrata a svantaggio delle donne.
È nell’intreccio di queste informazioni che è possibile comprendere il fenomeno in tutte le sue sfaccettature. La bassa occupazione femminile non è soltanto un dato economico: accresce il rischio di dipendenza delle donne e quindi di violenza economica, e può essa stessa configurarsi come una forma di marginalizzazione strutturale.
L’analisi dei differenti report e dati ISTAT mostra come la violenza economica non sia una dimensione accessoria o secondaria del fenomeno della violenza sulle donne ma ne costituisca una componente fondamentale che, manifestandosi attraverso il controllo o la privazione delle risorse finanziarie e ostacolando la possibilità per la donna di gestire liberamente il proprio reddito o di accedere ai mezzi di sostentamento necessari, agisce in sinergia con le altre forme di abuso, alimentando una condizione di soggezione e dipendenza difficile da spezzare.
In questo quadro, la relazione tra condizione economica femminile e rischio di violenza domestica emerge come un nodo cruciale. La mancanza di indipendenza economica, infatti, accresce la probabilità che le donne rimangano intrappolate in situazioni di abuso, rendendo più complesso l’avvio di percorsi di autodeterminazione e di uscita dalla violenza. Tuttavia, la sola indipendenza economica non garantisce automaticamente l’uscita dal ciclo della violenza: molte donne, soprattutto all’interno della coppia, faticano a riconoscere la violenza subìta e, se isolate, possono rimanere intrappolate anche in presenza di un reddito personale.
I dati più recenti dell’ISTAT del 2025, al momento disponibili solo per le donne italiane, mostrano che la violenza economica non è un fenomeno residuale. Sono 146 mila le donne che stavano subendo violenza economica da parte del proprio partner al momento dell’intervista. E sono 1 milione e 294 mila quelle che l’hanno subìta in passato da un ex partner.
Nel 2025, tra le donne che vivono una relazione di coppia, l’1,1 per cento (circa 92 mila donne) dichiara di aver subìto forme di violenza economica da parte del partner attuale. La quota sale all’1,3 per cento se si considerano esclusivamente le donne sposate o conviventi, evidenziando come la stabilità formale della relazione non costituisca di per sé un fattore di protezione. Anche nei contesti in cui la relazione appare più consolidata possono radicarsi dinamiche di controllo difficili da riconoscere e da contrastare.
Il fenomeno appare ancora più esteso se si amplia lo sguardo alle esperienze pregresse: il 10,2 per cento delle donne che hanno avuto un ex partner riferisce di aver subìto violenza economica da parte sua. Nel complesso, considerando sia i partner attuali sia quelli del passato, il 6,6 per cento delle donne ha sperimentato nel corso della vita una qualche forma di violenza economica. Non si tratta, dunque, di episodi isolati, ma di un’esperienza diffusa, che attraversa generazioni e contesti sociali differenti.
La violenza economica si configura come un insieme articolato e sistematico di comportamenti finalizzati a esercitare controllo e dominio attraverso la gestione unilaterale delle risorse.
Essa comprende il divieto o l’ostacolo a conoscere il reddito complessivo della famiglia (2,5 per cento), la limitazione nell’accesso a strumenti finanziari fondamentali come carte di credito o bancomat (1,9 per cento), l’impossibilità di utilizzare liberamente il proprio denaro (2,7 per cento), l’impedimento a lavorare o a mantenere un’occupazione (3,3 per cento) e il danneggiamento intenzionale di beni e oggetti personali (2,3 per cento).
Ciascuna di queste pratiche rivela un sistema di controllo che incide in modo profondo e duraturo sulla vita delle donne. Il lavoro negato o ostacolato, l’impossibilità di utilizzare il proprio denaro non sono solo una perdita di reddito: sono la sottrazione di uno spazio di riconoscimento sociale, di relazioni, di progettualità futura, così come il divieto di accesso alle informazioni sul reddito familiare o il danneggiamento intenzionale di beni.
La violenza economica da ex partner è più alta tra le donne da 35 a 64 anni, collocandosi al 12 per cento circa, e più bassa tra le giovani e le anziane. Si evidenzia maggiormente nel Mezzogiorno del Paese dove raggiunge il 13 per cento contro il 9 per cento del Centro Nord. Livelli più alti riguardano le disoccupate (18,4 per cento) e le casalinghe (14,7 per cento), cioè le donne con minore autonomia economica, seguite dalle operaie (14 per cento).
Rilevante anche la violenza economica contro le donne caratterizzate da fragilità in termini di condizioni di salute, che si sentono male o molto male (22 per cento), che hanno problemi di salute di lunga durata (14,5 per cento) e che hanno limitazioni gravi da più di 6 mesi (19,7 per cento).
La violenza economica si affianca soprattutto alla violenza psicologica. Solo il 10 per cento dei casi di violenza economica avviene come unica forma.
Una situazione particolarmente diffusa è quella che vede associarsi violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica. È interessante notare che anche le donne che hanno un proprio conto corrente subiscono violenza economica, in particolare nel 10,9 per cento.
Contrastare la violenza economica significa non solo proteggere le vittime, ma intervenire sulle radici strutturali delle disuguaglianze, promuovendo occupazione femminile di qualità, educazione finanziaria, condivisione delle responsabilità familiari e politiche pubbliche capaci di sostenere davvero l’autonomia. Perché senza autonomia economica non vi è piena cittadinanza.
Dall’analisi dei dati dell’ISTAT emerge che le conseguenze della violenza economica non si esauriscono nella dimensione materiale, ma investono direttamente la capacità di partecipare alle decisioni che riguardano la gestione della vita quotidiana e il futuro della famiglia.
In assenza di violenza, il 79 per cento delle donne tra i 16 e i 75 anni che vivono con un partner – oltre 12 milioni – afferma che le decisioni vengono prese sempre o quasi sempre insieme. Questo dato segnala l’esistenza di modelli relazionali improntati alla cooperazione e alla corresponsabilità. Tuttavia, accanto a questa modalità paritaria, il 6,4 per cento delle donne riferisce di decidere prevalentemente da sola, mentre il 2,4 per cento dichiara che è soprattutto il partner maschile a detenere il potere decisionale sulle questioni economiche familiari. Un ulteriore 12,9 per cento delle coppie adotta un modello flessibile, in cui le decisioni variano a seconda delle circostanze o del tipo di spesa. Questi assetti, già di per sé differenziati, possono trasformarsi in squilibri strutturali quando intervengono dinamiche di controllo.
Gli equilibri risultano, infatti, fortemente compromessi, quando entra in gioco la violenza economica.
In tali contesti, l’esclusione delle donne dai processi decisionali cresce in modo significativo: tra coloro che vivono una situazione di violenza economica, la quota di chi non partecipa alle decisioni familiari raggiunge il 18,4 per cento. Il controllo delle risorse si traduce così in controllo delle scelte, in riduzione della capacità negoziale, in progressiva marginalizzazione. La dipendenza economica diventa uno strumento per ridefinire i rapporti di forza, trasformando la relazione affettiva in uno spazio di subordinazione.
La relazione tra violenza e perdita di potere decisionale appare ancora più marcata se si considerano le esperienze con partner precedenti. Tra le donne che hanno subìto una qualche forma di violenza da parte di un ex partner, il 27,1 per cento dichiara di non aver potuto prendere decisioni economiche. Quando la violenza assume anche una dimensione economica, la quota di donne escluse dalle decisioni sale al 57,5 per cento. In questi casi non si tratta solo di conflitto o disaccordo, ma di un vero e proprio annullamento della capacità di scelta, di una compressione sistematica dell’autonomia individuale che può lasciare effetti duraturi anche dopo la fine della relazione.
Al centro di queste dinamiche si colloca il tema dell’indipendenza economica, condizione imprescindibile per l’esercizio effettivo della libertà. Eppure il 13,6 per cento delle donne che vivono con un partner dichiara di non considerarsi economicamente indipendente. Questa percezione di dipendenza si accompagna a livelli elevati di vulnerabilità: tra queste donne, il 24,3 per cento non partecipa alle decisioni economiche familiari e il 42,4 per cento riferisce di subire forme di violenza economica. I dati delineano un legame stretto e circolare tra dipendenza finanziaria, controllo e violenza: la mancanza di risorse proprie espone maggiormente al rischio di subire controllo; il controllo, a sua volta, rafforza la dipendenza, restringendo ulteriormente gli spazi di autonomia.
Particolarmente critica è la condizione delle donne che subiscono violenza economica e non dispongono di un reddito personale. Oltre la metà di esse (53,6 per cento) vive grazie al mantenimento da parte di familiari conviventi. In questi casi la dipendenza materiale si intreccia con quella relazionale, rendendo ancora più complesso il percorso di uscita dalla violenza. L’assenza di risorse proprie riduce drasticamente le opportunità di sottrarsi a relazioni oppressive, trasformando la violenza economica in un fattore di intrappolamento. Senza un lavoro, senza un conto corrente autonomo, senza accesso diretto alle risorse, la libertà rimane un principio astratto.
Nel complesso, i dati restituiscono l’immagine di una violenza silenziosa ma pervasiva, che agisce attraverso la sottrazione di risorse, la negazione dell’autonomia e l’esclusione dai processi decisionali.
Una violenza che non sempre lascia segni visibili, ma che incide profondamente sulle traiettorie di vita, sulle opportunità professionali, sulla salute psicologica e sulla capacità di progettare il futuro.
Quali misure indifferibili si possono adottare contro la violenza economica di genere?
La scuola rappresenta l’ambiente privilegiato per lo sviluppo della consapevolezza di quanto sia importante raggiungere e mantenere una autonomia economica ed è il punto di riferimento prioritario attraverso cui far veicolare i messaggi chiave e avvicinare i futuri adulti al tema della indipendenza economica da assicurare al singolo nel nucleo familiare o nelle convivenze di fatto. Il principale obiettivo dell’educazione all’autonomia finanziaria di genere è quello di attivare un processo virtuoso al fine di avere cittadini informati, attivi, responsabili e consapevoli che la libertà di scelta, in presenza di crisi familiari, presuppone una indipendenza economica.
Rafforzare l’educazione finanziaria e introdurre l’educazione alla autonomia economica di genere nelle scuole e nelle università, promuovendo la conoscenza e la consapevolezza dell’autonomia economica come fattore chiave nella prevenzione della violenza e nella costruzione di percorsi di indipendenza, arrivando anche a renderla strutturale inserendola nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa).
Sul piano normativo si impone l’obbligo di inserire nel codice penale – in particolare nella formulazione del reato di cui all’art. 572 (Maltrattamenti in famiglia) – il concetto di “violenza economica” quale modalità di integrazione del reato, codificando un indirizzo della giurisprudenza di legittimità ancora poco diffuso tra i giudici di merito. Introdurre la fattispecie autonoma di “controllo coercitivo” volta a punire la condotta di monitoraggio ossessivo del partner anche in relazione alle spese familiari di minimo importo. Escludere i reati di cui agli artt. 570 e 570-bis dall’area applicativa della causa di non punibilità ex art. 131-bis (Violazione degli obblighi di assistenza familiare).




