Il mondo resta con il fiato sospeso sull’ottovolante del conflitto tra l’asse Stati Uniti-Israele e l’Iran. Tra dichiarazioni che lasciano intravedere uno spiraglio diplomatico e nuove minacce di riapertura del confronto armato, gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz iniziano già a farsi sentire sul costo delle materie prime.
Il rischio non riguarda soltanto petrolio e gas. In gioco potrebbe esserci anche la sicurezza alimentare di interi continenti, a causa dell’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e della mancata disponibilità delle fonti fossili necessarie alla loro produzione.
Proprio di questo aspetto abbiamo parlato ai microfoni di Prima Linea News con il professor Salvatore Luciano Cosentino, docente di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania.
Cosentino spiega innanzitutto che molti prodotti chimici utilizzati dall’industria agricola come fertilizzanti vengono ottenuti principalmente attraverso la sintesi dell’ammoniaca, tramite il processo Haber-Bosch. Si tratta di una reazione tra azoto atmosferico e idrogeno gassoso, realizzata in condizioni di alta pressione e temperatura e in presenza di un catalizzatore a base di ferro.
È un processo fortemente energivoro, che richiede un apporto continuo di energia, spesso garantito dai combustibili fossili. Da qui derivano i precursori chimici utilizzati per la produzione dei concimi azotati, in particolare urea e acido nitrico, quest’ultimo impiegato per produrre nitrato di ammonio.
Oltre all’azoto, anche elementi come fosforo e potassio rivestono un ruolo importante nell’industria dei fertilizzanti. Lo zolfo, invece, estratto come acido solfidrico durante la purificazione del petrolio e del gas, viene utilizzato in agricoltura come antiparassitario e come acidificatore dei terreni alcalini, nella forma di solfato di ammonio, favorendo la mobilità dei microelementi.
Secondo Cosentino, il problema del blocco di Hormuz non è legato soltanto al trasporto del gas metano liquefatto, ma anche al ruolo assunto dai Paesi del Golfo Persico nella produzione dei fertilizzanti azotati. Insieme a Canada, Russia, Stati Uniti, Cina e Marocco, questi Paesi sono infatti tra i maggiori produttori mondiali del settore.
Prima della crisi, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano circa tre milioni di tonnellate al giorno di questi prodotti. Con il blocco, più i giorni passano, più le scorte di fertilizzanti si riducono, con inevitabili ricadute sulla produzione agricola.
La chiusura dello stretto comporta dunque un rischio concreto per la sicurezza alimentare di numerosi Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, dove le produzioni agricole sono già inferiori alla domanda interna. Ma anche i Paesi più sviluppati potrebbero risentire dell’aumento dei prezzi e della difficoltà di reperire questi prodotti.
Cosentino ricorda che, nonostante i progressi tecnologici, non è sempre possibile garantire una programmazione agricola efficace quando si verificano crisi internazionali di questa portata. La crisi attuale si aggiunge, inoltre, agli effetti del cambiamento climatico, mentre le scorte mondiali di frumento e riso possono durare solo alcuni mesi.
Al momento non esistono previsioni chiare su ciò che accadrà. Per questo tutti i governi stanno iniziando a interrogarsi sulle conseguenze di questa possibile crisi produttiva, tenendo conto anche della differenza tra le stagioni di semina nell’emisfero australe e in quello boreale, oltre che della diversa estensione delle superfici agricole disponibili.
Un altro nodo riguarda la produzione di soia, fondamentale per l’alimentazione del bestiame destinato alla produzione di carne. Un aumento dei costi dei fertilizzanti potrebbe quindi ripercuotersi sull’intera filiera alimentare, dal campo alla tavola.
Nel corso dell’intervista, Marco Giuseppe Toma si chiede se questa penuria di fertilizzanti possa trasformarsi in una nuova forma di colonialismo agrario da parte dei Paesi occidentali, attraverso una speculazione sui prezzi a danno dei Paesi in via di sviluppo.
Per Cosentino, l’idea che Paesi come gli Stati Uniti possano cercare di controllare a proprio vantaggio il prezzo dei fertilizzanti appare forse troppo spinta. Tuttavia, il blocco messo in atto dall’Iran avrebbe certamente l’obiettivo di mettere in difficoltà il sistema occidentale, provocando problemi significativi anche per il continente europeo.
Proprio in Europa, negli ultimi decenni, si è lavorato molto per ridurre l’impiego dei fertilizzanti chimici, favorendo in parte le pratiche legate all’agricoltura biologica. Tuttavia, immaginare una transizione immediata da un modello fondato sui concimi chimici a un sistema interamente biologico appare oggi irrealistico, soprattutto se si considera la necessità di soddisfare la domanda alimentare dell’intera popolazione mondiale.
Cosentino rassicura però sul fatto che l’Unione Europea sta finanziando progetti di ricerca per individuare concimi alternativi a quelli minerali, valorizzando anche gli scarti ottenuti dai rifiuti o dalle potature degli alberi. L’obiettivo è trovare soluzioni nuove, sostenibili e capaci di entrare progressivamente nel mercato.
Già oggi esistono tecniche, come quelle basate sull’agricoltura di precisione, che consentono di ridurre l’impiego dei fertilizzanti chimici. Questi sistemi permettono di ottimizzare tempi e dosi di concimazione, riducendo sprechi e costi.
Tuttavia, almeno nel breve periodo, affrancarsi completamente dal sistema dei combustibili fossili non appare ragionevolmente possibile. Anche se si stanno sviluppando fonti di energia alternativa, come quelle ottenute dalle biomasse o da altre colture naturali, e nonostante la produzione di metano tramite elettrolisi, il sistema produttivo e logistico resta ancora fortemente dipendente dalle fonti tradizionali.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare: i mezzi impiegati per il trasporto di queste materie richiedono carburanti liquidi. Per questo fonti alternative come eolico e solare, pur decisive nella transizione energetica, non possono ancora garantire da sole l’energia necessaria alla movimentazione globale di queste risorse.
Non resta, dunque, che sperare in una rapida risoluzione del conflitto. Anche nello scenario migliore, però, nei prossimi mesi i prezzi delle materie prime che transitano attraverso Hormuz potrebbero comunque aumentare, provocando nuovi disagi alle economie dell’intero pianeta.
Quando una guerra passa dagli stretti del mare ai campi coltivati, il rischio è che il conto finale arrivi sulle tavole dei cittadini. E, come sempre, a pagare per primi potrebbero essere i popoli più fragili.





