Lo scorso 2 luglio il Consiglio dei ministri ha esaminato il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale. Un documento che ridisegna il perimetro di un ecosistema da quasi 400 mila organizzazioni e traccia la direzione delle politiche pubbliche per i prossimi dieci anni.
Qualche riflessione.
Il Piano è stato portato in Consiglio dei ministri con un’informativa, non con un decreto del Presidente del Consiglio come inizialmente ipotizzato. È una precisazione che conta: il documento non introduce misure immediatamente operative né nuove agevolazioni fiscali. Definisce una cornice strategica, individua un perimetro di soggetti e indica le direttrici lungo cui dovranno muoversi le politiche pubbliche.
Il Piano dà attuazione alla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale, che si inserisce, a sua volta, nel Piano d’azione europeo per l’economia sociale, adottato dalla Commissione nel dicembre 2021 con orizzonte 2030.
La tempistica prevista dal documento: durata decennale dall’approvazione, revisione di medio termine dopo cinque anni, monitoraggio verso la Commissione europea nel 2027 e nel 2032.
Il Piano, negli intenti, ha ricomposto in un unico ecosistema ambiti finora regolati da corpi normativi separati. I tre criteri, mutuati dalla definizione europea, sono:
- il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto;
- il reinvestimento della totalità o della maggior parte di utili e avanzi di gestione negli scopi statutari;
- una governance democratica o partecipativa.
Su questa base rientrano nel perimetro gli enti del Terzo settore, comprese le imprese sociali, le cooperative e le mutue, gli enti sportivi dilettantistici, gli enti religiosi civilmente riconosciuti, le fondazioni, incluse quelle di origine bancaria, e il mondo del credito cooperativo.
I numeri
Il Piano riprende i dati Istat riferiti al 2022: 398.612 organizzazioni, 1,53 milioni di addetti, di cui 1,51 milioni dipendenti, cui si aggiungono oltre 4,6 milioni di volontari, secondo la rilevazione 2021 sulle istituzioni non profit. Nel complesso, l’8 per cento delle organizzazioni dell’economia privata italiana.
Sul piano della forma giuridica prevalgono le associazioni, con il 76,9 per cento, mentre le cooperative, che rappresentano il 13,4 per cento delle entità, restano la principale forma occupazionale con 1,1 milioni di addetti, pari al 72,4 per cento degli occupati del settore.
Lo stesso Piano riconosce, tuttavia, un limite di conoscenza: allo stato non è possibile ricostruire un quadro unitario e aggiornato delle dimensioni economiche complessive dell’economia sociale italiana.
I quattro filoni di intervento sono i seguenti.
Quadro normativo e fiscale
Il punto di partenza è la comfort letter con cui la Direzione generale Concorrenza della Commissione europea ha escluso che le principali previsioni fiscali del Codice del Terzo settore e della disciplina dell’impresa sociale configurino aiuti di Stato. La ragione: questi enti non hanno la disponibilità della ricchezza che producono, essendo obbligati per legge a reinvestire utili e avanzi nell’attività istituzionale o nel patrimonio indivisibile.
Da qui il Piano apre a un ripensamento dell’IRAP per gli enti del Terzo settore, oggi differenziata su base regionale, e dei criteri di esenzione IMU per gli immobili usati per attività di interesse generale.
Finanza e risorse
Il nodo è l’accesso al credito, oggi spesso precluso perché i modelli tradizionali di valutazione creditizia non leggono il valore del patrimonio indivisibile e della governance mutualistica.
Cinque le linee indicate: rafforzamento della sezione speciale del Fondo di garanzia PMI, valorizzazione dei programmi di garanzia europei, misure a favore dell’investimento nel patrimonio degli enti, affidamento della gestione dei programmi a un soggetto finanziario dedicato, piena attuazione dei titoli di solidarietà. Compare anche l’ipotesi di un rating sociale riconosciuto per legge.
Competenze, ricerca, misurazione d’impatto
Formazione dei dipendenti pubblici, campagne di sensibilizzazione, sostegno alla ricerca statistica e, soprattutto, la costruzione di framework condivisi e standard minimi di misurazione e rendicontazione dell’impatto sociale.
Procurement e partenariato pubblico-privato
Strategia nazionale per gli acquisti sostenibili, monitoraggio sull’applicazione delle clausole sociali, incentivo agli affidamenti riservati con l’ipotesi di una percentuale minima di procedure riservate per ciascuna amministrazione, rafforzamento dell’amministrazione condivisa, ai sensi degli articoli 55 e seguenti del Codice del Terzo settore.
Il Piano guarda a chi produce, non a chi riceve
Il perimetro tracciato dal documento è costruito su come un ente è fatto: forma giuridica, destinazione degli utili, assetto della governance. È un criterio corretto ed è la prima volta che, come si è detto, viene applicato in modo unitario a mondi finora separati, ma è un criterio che descrive l’offerta. Dell’altro lato, quello di chi quei beni e servizi li riceve, il Piano parla poco.
Non è una questione di simmetria formale. Il Piano chiede che i soggetti dell’economia sociale entrino nei servizi di interesse economico generale, negli affidamenti riservati, nelle comunità energetiche, nella gestione collettiva dei dati, nella valorizzazione del patrimonio pubblico.
Ogni volta che questo accade, dall’altra parte c’è un cittadino che diventa utente: di un servizio essenziale, di una fornitura di energia, di un alloggio sociale. Ampliare il ruolo pubblico di questi soggetti senza costruire in parallelo un presidio sulla qualità di quel rapporto significa lasciare scoperto proprio il punto in cui il modello si misura.
Non è un caso che, in un documento di oltre quaranta pagine, il termine consumatori non compaia mai: chi riceve i servizi è presente solo come membro o utente delle organizzazioni, mai come parte da tutelare nel rapporto. E, secondo le ricostruzioni pubblicate, le associazioni dei consumatori non figurano tra i soggetti richiamati nel percorso di elaborazione al tavolo tecnico del MEF.
La fase che si apre adesso, quella dei provvedimenti attuativi, è esattamente il momento in cui una lacuna del genere si può colmare, se effettivamente si intende volere il cambio di paradigma del passaggio dall’etica del potere a quella della giustizia sociale, in cui i beni e le risorse sono elementi da amministrare per il bene collettivo.
Consolidare la povertà strutturale è una strategia su cui fanno leva gli autoritarismi. Quei sistemi che la nostra Costituzione ha voluto arrestare con la scelta eversiva rispetto al regime statutario e fascista, affermando che la persona è il fine e il potere è il mezzo.
Non dimentichiamo che, nella Parte Prima, Dei principi fondamentali e diritti e doveri dei cittadini, oculatamente stabilisce una serie rilevante di riserve di legge, per cui la disciplina dei diritti e delle libertà passa attraverso una deliberazione delle Camere e non dell’esecutivo.



