La diplomazia mediorientale ci ha abituati a logoranti guerre d’attrito, ma la velocità con cui Washington e Teheran hanno azzerato le distanze stringendo un patto di non belligeranza ha il sapore del terremoto geopolitico. L’annuncio di un imminente accordo che punta a congelare i conflitti su ogni fronte caldo della regione non è semplicemente una notizia da prima pagina, è lo smantellamento improvviso di un’ostilità che sembrava inscritto nel DNA del secolo scorso.
Questa svolta non nasce da una ritrovata fiducia, ma da un pragmatismo crudo, accelerato dalla necessità di disinnescare una bomba geopolitica ed economica che minacciava i mercati e le rotte energetiche mondiali, a partire dal vitale Stretto di Hormuz. Eppure, proprio mentre si prepara la firma formale in Svizzera sotto la regia di mediatori strategici come il Pakistan, l’intero castello diplomatico si trova a fare i conti con l’interrogativo più cruciale e destabilizzante: cosa farà adesso Israele?
La posizione di Tel Aviv rappresenta, al tempo stesso, la vera chiave di volta e il pericolo più concreto per la tenuta di questo storico compromesso. Per il governo di Benjamin Netanyahu, un accordo che congela il programma nucleare iraniano solo temporaneamente e che impone uno stop alle operazioni militari – compreso il fronte libanese – è un boccone amaro, se non del tutto inaccettabile. La reazione della leadership israeliana, che ha già espresso profonda diffidenza e l’intenzione di non fermare i raid contro Hezbollah, apre una frattura vistosa e insolita con la Casa Bianca.
Per Israele, la minaccia esistenziale non si cancella con una firma a Ginevra, la percezione è che questo accordo possa concedere all’Iran e ai suoi alleati il tempo di riorganizzarsi, lasciando irrisolto il problema della sicurezza ai confini settentrionali e meridionali dello Stato ebraico.
Se da un lato la diplomazia celebra il testo redatto da Washington e Teheran, dall’altro emerge una realtà impossibile da ignorare, non si può firmare la pace in Medio Oriente lasciando fuori chi, sul terreno, quella guerra la sta combattendo giorno dopo giorno. Il paradosso di questo accordo risiede proprio qui. Formalmente, a sedersi al tavolo in Svizzera venerdì prossimo saranno solo gli emissari americani ed iraniani; eppure, l’efficacia di quella stessa firma dipende quasi interamente dalla volontà e dal coinvolgimento di Israele.
La ragione è anzitutto di carattere militare e strategico. L’intesa prevede una cessazione totale e permanente delle ostilità su “tutti i fronti”, indicando esplicitamente il Libano come tassello fondamentale del cessate il fuoco. Ma l’Iran non combatte in Libano con le proprie truppe regolari; lo fa per procura, muovendo i fili di Hezbollah. Dall’altra parte della barricata c’è l’esercito israeliano, impegnato in un conflitto che Tel Aviv considera vitale per la propria sicurezza nazionale.
Pensare che Washington possa firmare un accordo che vincoli il Libano senza il consenso esplicito e il coinvolgimento diretto del governo israeliano è un’illusione ottica della geopolitica. Se Israele non si sente tutelato dai termini dell’accordo, in particolare sul congelamento del programma nucleare di Teheran e sulle garanzie al confine nord, i suoi caccia continueranno a volare e i suoi carri armati a sparare, rendendo la firma di Ginevra un pezzo di carta privo di valore reale.
La frustrazione dello stesso Donald Trump, trapelata dopo i recenti raid israeliani a Beirut che hanno rischiato di far slittare l’annuncio diplomatico, dimostra quanto la Casa Bianca sia consapevole di questo legame ombelicale. Israele non è un semplice spettatore a cui comunicare le decisioni prese sopra la sua testa, è l’attore che possiede il diritto di veto di fatto sull’intera operazione. Senza un coinvolgimento che porti Tel Aviv a sottoscrivere o quantomeno ad accettare i termini della tregua, l’accordo rischia di nascere già morto. Non basta che Teheran ordini ai suoi alleati regionali di fermarsi se, dall’altra parte, lo Stato ebraico valuta che le minacce esistenziali alla sua sopravvivenza non siano state rimosse.
Se la chiave di svolta economica dell’intesa è stata la riapertura dei flussi commerciali e la promessa di una revoca delle sanzioni petrolifere per Teheran, la chiave di svolta politica risiede interamente nella capacità della comunità internazionale di contenere la reazione israeliana. La diplomazia occidentale, comprese le cancellerie europee che hanno accolto la notizia con sollievo, si trova ora nella paradossale situazione di dover blindare un accordo difendendolo non più dai suoi storici nemici, ma dai suoi alleati più stretti.
Vedremo, ora, se la Casa Bianca riuscirà ad esercitare su Israele una pressione sufficiente a farlo rientrare nei ranghi del nuovo disegno regionale, o se Tel Aviv deciderà di muoversi in totale autonomia, dimostrando che la vera pace in Medio Oriente non può essere decisa sopra la testa di chi combatte per la propria sopravvivenza. La firma di venerdì non è la fine del conflitto, ma l’inizio di una partita a scacchi ancora più ravvicinata, dove la mossa di Israele deciderà se l’accordo sarà l’alba di una nuova stabilità o solo l’ennesima, fragile pausa prima di una tempesta ancora più grande.





