Anna Paola La Catena. Sei arrivata seconda nella sezione giornalistica della II Edizione del Premio Nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini. Un tuo pensiero su questo Premio e ti aspettavi questa posizione?
Non mi aspettavo di essere tra i primi tre e l’apprezzamento della Giuria mi ha favorevolmente sorpresa. Considerato il tema trattato, attuale ma anche scivoloso, cadere nella la retorica non era difficile. Forse chi lo ha valutato ha apprezzato il tentativo di sviamento dai tanti possibili luoghi comuni in proposito. Intitolare a Pier Paolo Pasolini il Premio è già segnare una direzione controcorrente.
Sei arrivata seconda con l’articolo “Quei giovani in armi (bianche)” per il Manifesto. Perché hai sentito la necessità di scriverlo?
Perché sono una sociologa e la domanda con cui più di frequente mi piace confrontarmi è: perché?
Va bene il quanto, come, quando, ma la conoscenza chiede almeno il tentativo di approfondire, di non restare in superficie.
Quanto sono diffuse le armi bianche tra i giovani e quanto vengono utilizzate?
In Italia il report sulla criminalità minorile e gang giovanili del Dipartimento Pubblica Sicurezza ha evidenziato tra il 2022 e il 2023 un aumento del 2% delle lesioni dolose causate da giovanissimi (under 17), la principale spia dell’uso dei coltelli. A Milano si registra un incremento di lesioni provocate da under 18 pari al 48%, a Bologna un +44%, a Firenze un +21%, mentre il picco si raggiunge a Genova con un incremento nell’ultimo anno del 55%.
Nella sola città di Napoli e per il solo 2024, i Carabinieri hanno denunciato o arrestato 48 minorenni per reati legati alle armi. Nello stesso anno sono state sequestrate 300 armi da taglio (rispetto alle 172 dell’anno precedente) e 106 armi improprie, come mazze e tirapugni con un incremento del 162% rispetto alle 327 del 2023.
Basterebbero questi dati e la frequenza sempre maggiore di episodi di cronaca che vedono giovani e giovanissimi protagonisti, per certificare l’urgenza di risposte.
Cosa può e deve fare lo Stato per iniziare a provare a risolvere il problema?
Non possiamo pensare che la questione riguardi solo lo Stato. Sarebbe troppo facile e, temo anche, sterilmente delegante. Credo che il problema coinvolga tutti e specificatamente le grandi e piccole agenzie educative, a cominciare da famiglia e scuola. Il contesto reale e online in cui i ragazzi vivono è sempre più ansiogeno, egoriferito, sollecitante la violenza come risposta alla frustrazione e alla diversità dell’Altro. Si alimenta la prestazione del singolo, ma non si lavora sul senso di autodeterminazione e di fiducia in sé stessi. Il mondo dei presunti adulti, poi, è spesso imbarazzante per incoerenza agli occhi dei più giovani.
Trasmigriamo dal mondo offline a quello online concetti come “contatti”, “followers”, “like”, “amicizia”, “odiatori”, “leoni da tastiera” e tanto altro, ma è l’impulsività ad essere continuamente alimentata più che la riflessività e il pensiero critico.
Ci sarebbe davvero tanto da fare, ma non mi chieda se, in proposito, sono realmente fiduciosa…





