Roberto Disma e Sara Cozzi. Siete arrivati primi nella sezione giornalistica della II Edizione del Premio Nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini. Un vostro pensiero su questo premio e vi aspettavate questa posizione?
No, non ce l’aspettavamo, a maggior ragione che al secondo posto abbiamo trovato Il Manifesto e come vincitore della sezione letteraria Il Foglio. Spesso, quando vincono le realtà indipendenti, si tratta comunque di persone ben supportate da grandi firme o grandi marchi. Riteniamo che oggi sia un atto di coraggio premiare una realtà priva di qualsiasi blasone, per dirla come il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti delle Marche. E questo è un grande merito di questo premio.
Siete arrivati primi con la video inchiesta “Una BRUSCA faccenda” per Lamia Inchieste. Cosa, effettivamente, sappiamo oggi sul collaboratore di giustizia Giovanni Brusca? Ma soprattutto cosa ci manca sapere?
Di Brusca sappiamo molto poco: ha concluso la libertà vigilata l’anno scorso, vive con un’altra identità presumibilmente fuori dalla Sicilia, ed è l’unico dei Corleonesi a godere di questo privilegio. Una legge voluta da Falcone, come hanno detto tutti, ma che presupponeva un percorso di collaborazione lineare che di certo non può essere attribuito a quello di Brusca. Molti hanno preferito fantasticare, andare di sensazionalismo e fare baccano sulle teorie più disparate, in netto contrasto con l’imbarazzante silenzio istituzionale di fronte all’impero imprenditoriale che abbiamo ricostruito, la relativa schiera di illustri professionisti, l’intreccio di certi soggetti con circostanze degne di cronaca e, soprattutto, l’incredibile mole di denaro sulla cui provenienza nessuno ha voluto risponderci. Nessun tesoro nascosto, denaro che passava sotto gli occhi di tutti. Persino l’interrogazione parlamentare che è stata depositata al riguardo è ancora in attesa di risposta. In fondo potremmo saperne di più, ma dopo questa esperienza riteniamo che la domanda sia: vogliamo saperlo?
Perché ancora oggi si fa fatica a ricostruire la verità giudiziaria sulle stragi del 1992-1993?
È un dato di fatto che le tesi preponderanti siano mutate nel tempo radicalmente, dalla Trattativa Stato-mafia alla pista nera, e la mole di documenti accumulati negli anni è tale da facilitare non solo i depistaggi che purtroppo sono stati riscontrati, ma anche le interpretazioni parziali veicolate con un’eccessiva speranza che siano le risposte definitive che cerchiamo.
È un’opinione, invece, che il motivo risieda nello stesso per cui l’antimafia degli ultimi trent’anni non riesce ancora a fare i conti con se stessa. Persino Rosy Bindi, all’epoca dei casi più amari che sono emersi, ha dichiarato esplicitamente che oggi l’antimafia rivela un sistema di potere. E il potere logora, depista, mistifica e soprattutto non tollera dissensi.
Oggi assistiamo a una lotta mediatica, prima ancora che giudiziaria, con una forte connotazione politica che contrappone quest’antimafia a un governo che si avvale di ulteriori interpretazioni parziali; anzi, monche. In ogni caso, con questi presupposti non è possibile una ricostruzione credibile.
Quali effetti ha avuto la vostra inchiesta nel dibattito pubblico?
Sappiamo che a Palermo ha prodotto degli effetti che hanno costretto un ridimensionamento di alcuni equilibri. Il padre spirituale di Brusca ha definito quanto emerso dalla nostra inchiesta “inquietante”, facendo riferimento a “servi infedeli dello Stato”. A distanza di un anno, ancora se ne parla e abbiamo la sensazione che in piccola parte possa aver contribuito nel dibattito sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. D’altronde, chiunque adesso può sapere dell’esistenza di quello che abbiamo raccontato, acquisire maggiore consapevolezza su un meccanismo fiorente e in espansione nell’imprenditoria a livello nazionale, probabilmente estero. Noi abbiamo agito con la piena osservanza dello Stato di diritto sia per ricostruire che per divulgare, anche quest’aspetto sembra sia stato apprezzato e, forse, in un’epoca in cui rischia tutto di ridursi a tifoserie e sensazionalismi, riuscire a trasmettere questo metodo di narrazione è quello che ci inorgoglisce di più.





