Non è un mistero che le democrazie liberali dell’Occidente stiano attraversando una crisi delle forme canoniche di partecipazione alla vita politica. Sembra si stia creando uno spartiacque sempre più marcato tra le politiche “autoreferenziali” decise nei palazzi e il bisogno dei cittadini di far valere le proprie istanze attraverso forme genuine di rappresentatività. Tutto questo finisce per alimentare sconforto, rassegnazione e sfiducia nei confronti della classe politica.
Come se non bastasse, la rivoluzione digitale, alimentata dall’impiego di tecnologie di frontiera, potrebbe rappresentare un’ulteriore minaccia per la democrazia se non venisse opportunamente governata. Lo dimostrerebbe l’uso geopolitico, militare e securitario delle tecnologie di intelligenza artificiale da parte di chi oggi ne detiene il controllo. Non mancano nemmeno visioni radicali da parte di alcuni protagonisti dell’industria tecnologica, che propongono di sostituire la democrazia con una sorta di feudalesimo digitale. In questa prospettiva, i cittadini verrebbero privati del loro diritto deliberativo e le decisioni sarebbero affidate a tecnocrati o ad algoritmi automatizzati basati sullo screening dei dati demografici.
Con l’intento di scongiurare simili pericoli nasce Civic AI, un progetto che aspira a declinare in senso civico l’utilizzo delle moderne tecnologie dell’ecosistema digitale, come l’intelligenza artificiale. L’obiettivo è rafforzare diritti quali la partecipazione dal basso alla vita politica, la libertà individuale, il servizio pubblico e la qualità della vita. Il progetto mira inoltre a superare le storture della democrazia rappresentativa di palazzo e a conferire alla politica partecipativa un respiro più inclusivo ed europeista. Ne abbiamo discusso su Prima Linea News con Francesco Vecchi, coordinatore della campagna Civic AI e membro, insieme a Marco Cappato, del movimento paneuropeo di iniziativa popolare Eumans.
Innanzitutto, Vecchi tiene a precisare che, quando si parla di intelligenza artificiale, non bisogna riferirsi soltanto ai rinomati chatbot basati sugli LLM, ovvero i Large Language Models. Occorre considerare anche gli agenti IA, che consentono di automatizzare numerosi compiti; i recommender systems, che cercano di prevedere i gusti degli utenti per suggerire prodotti e contenuti; e i sistemi RAG, ovvero Retrieval-Augmented Generation, che interrogano grandi banche dati per fornire risposte molto accurate.
Secondo Vecchi, ciascuna di queste risorse potrebbe contribuire, a seconda del contesto, ad ampliare l’accesso alle informazioni sui diritti civili, facilitare l’inclusione nei processi partecipativi e automatizzare gli aspetti più burocratici della pubblica amministrazione. Ad esempio, la cospicua mole di dati raccolta attraverso le consultazioni pubbliche degli organi di governo potrebbe essere analizzata da questi strumenti digitali a beneficio di tutti coloro che partecipano ai processi decisionali. In questo modo si lascerebbe maggiore spazio al confronto pubblico.
Sempre secondo Vecchi, l’erosione della democrazia rappresentativa e la conseguente crisi dei partiti non sono sintomi di una minore partecipazione democratica. Al contrario, negli ultimi anni sono nati numerosi movimenti capaci di promuovere grandi mobilitazioni dal basso, come Fridays for Future, Black Lives Matter, My Voice My Choice e i gruppi per la difesa dei diritti LGBTQ+, cresciuti anche grazie al contributo delle moderne piattaforme social.
Insomma, oggi la partecipazione alla vita politica non passa più esclusivamente attraverso i canali tradizionali. Richiede piuttosto l’apertura a una nuova dimensione dello spazio pubblico che, grazie alle tecnologie digitali, travalica i confini della territorialità e consente a ciascuno, indipendentemente dalla propria ubicazione, di mantenere una presenza attiva. Per Vecchi non si tratta quindi di ricostruire la partecipazione alla vita politica, ma di comprendere che oggi la sfera pubblica si articola su diversi livelli di comunicazione. Questi potrebbero essere gestiti meglio attraverso un uso più appropriato delle tecnologie di frontiera.
Nel corso dell’intervista, Marco Giuseppe Toma fa comunque notare che il primato nel settore dell’intelligenza artificiale è oggi detenuto da soggetti come Peter Thiel, cofondatore di Palantir Technologies. Thiel considera la democrazia un sistema inefficiente e incompatibile con la libertà, critica il diritto di voto, percepisce i governi democratici come ostacoli, sostiene movimenti populisti e guarda verso un orizzonte in cui la tecnologia finisce per sostituirsi ai processi decisionali dei cittadini.
Pur riconoscendo questi rischi, Vecchi invita a concentrare l’attenzione su quello che ritiene il nodo fondamentale: la creazione di un nuovo spazio pubblico digitale sostenuto dalle tecnologie digitali. Tale spazio dovrebbe essere complementare agli ambienti digitali utilizzati per finalità commerciali o per modelli di governance distopici.
Per Vecchi, “l’educazione digitale è oggi educazione civica”. Occorre cioè rafforzare le competenze necessarie per orientarsi nell’ecosistema digitale perché, secondo lui, “qualunque linea di codice è da intendersi come una legge, come un articolo di una nuova costituzione”. In questo ragionamento, Vecchi richiama anche una celebre affermazione del giurista Lawrence Lessig: “Nel mondo digitale il codice è legge e l’architettura è politica”.
Di conseguenza, anche il modo in cui viene progettata l’architettura digitale dovrebbe diventare oggetto di dibattito politico. Solo così sarebbe possibile sottrarla a quella polarizzazione che tende a massimizzare l’interesse commerciale a discapito dell’interesse pubblico. Secondo Vecchi, questo percorso può realizzarsi attraverso decisioni che scaturiscono dalla partecipazione democratica.
D’altronde, se non ci occupiamo di intelligenza artificiale, c’è il rischio che essa continui comunque a occuparsi di noi, data la sua crescente ingerenza in ogni ambito della nostra vita. Si tratta di una tecnologia che ha sfruttato i nostri dati per l’addestramento dei suoi modelli senza che ci venisse chiesto alcun permesso. Una situazione che ha spinto personalità politiche come Bernie Sanders a rivendicare il diritto di trasformarla in un bene pubblico.
Invece, questa tecnologia continua a rimanere nelle mani delle grandi aziende private. In alcuni contesti, esse la condizionano in modo da costringerla a fornire risposte che, in senso gramsciano, riflettono la visione delle classi sociali egemoni, senza offrire punti di vista alternativi utili a un confronto genuinamente democratico.
A tutto questo si aggiunge anche il rischio che modelli di intelligenza artificiale sempre più avanzati e potenzialmente pericolosi possano essere rilasciati da Paesi autocratici come la Cina. Ciò potrebbe avvenire senza che i nostri governi riescano a dotarsi degli strumenti normativi necessari per regolamentarli.
Comunque, Vecchi si dichiara poco convinto di questa narrazione che vede l’intelligenza artificiale come uno strumento di potere capace di mettere a repentaglio gli equilibri internazionali. A suo avviso, non si tratta di imbrigliare questa tecnologia nel dibattito democratico, ma di comprendere quali siano i valori dai quali poter trarre i maggiori benefici per la società.
Ciò nonostante, Vecchi riconosce il vantaggio competitivo di Paesi come la Cina, capace di sfornare cinque milioni di laureati all’anno in discipline scientifiche e tecnologiche e di impiegarli come leva per investire nello sviluppo di tecnologie sempre più competitive.
Tuttavia, secondo Vecchi, il punto fondamentale è un altro. Occorre assicurarsi che, laddove venga erogato un servizio pubblico funzionale alla democrazia, vengano definite linee guida, valori, limiti e regolamentazioni capaci di garantire una libera partecipazione all’esercizio democratico.
In ogni caso, Vecchi ritiene che sia ancora troppo presto per parlare dei potenziali rischi dell’intelligenza artificiale. Riconosce però che manca ancora un rapporto di fiducia reciproco tra i principali sviluppatori di queste tecnologie e coloro che ne promuovono un uso civico fondato sulle regole della democrazia. Sarà quindi compito di Eumans cercare di cambiare anche questa narrazione.





