Ci sono oggetti che attraversano le nostre vite senza chiedere attenzione. Restano lì, sulla mensola, accanto allo specchio, dentro il gesto automatico del mattino. Uno spazzolino, per esempio. Nulla di più comune. Eppure, nelle mani narrative di Luciana Mandarino, quello spazzolino diventa una chiave d’accesso alla memoria.
Lo spazzolino. La forma dei legami è definito dall’autrice un romanzo-memoir, ispirato a vicende personali e fatti realmente accaduti. La stessa nota iniziale chiarisce il cuore dell’opera: la memoria non viene trattata come un verbale, ma come una trama fatta di dettagli, sensazioni e ritorni.
Il protagonista simbolico del racconto è Ciro, lo spazzolino a cui la bambina affida il proprio disagio, le proprie domande, le prime forme di solitudine. Ciro è l’interlocutore silenzioso di chi non ha ancora le parole per nominare il dolore. Quando la bambina comprende di non poter pronunciare liberamente la parola “mamma”, quando avverte l’assenza del padre e il peso di una famiglia spezzata, corre in bagno, prende lo spazzolino e comincia a parlargli.
Il romanzo parte da una ferita: il divorzio dei genitori e la decisione di separare anche le due figlie. Una bambina viene affidata alla madre, l’altra al padre. Da qui nasce il grande nodo emotivo del racconto. Il divorzio, nel Sud degli anni Ottanta, non è solo una vicenda privata: diventa stigma, giudizio collettivo.
Attorno alla bambina, però, si muove un mondo femminile potentissimo. Zie, nonne, sarte, cuoche, donne religiose, donne pratiche, donne severe, donne tenere. La famiglia paterna viene descritta come un matriarcato, un alveare in cui le donne decidono, proteggono, cucinano, cuciono, tramandano. La cucina diventa luogo sacro, il cucito diventa linguaggio, le feste religiose diventano rito comunitario.
Tra le figure più intense emerge zia Gerardina, donna libera, sarta, viaggiatrice, fuori dagli schemi previsti per una donna del tempo. È lei a insegnare che “il tatto ricorda”. Perché Lo spazzolino è proprio questo: una memoria tattile. Una memoria che passa per le mani, per i tessuti, per il bagno, per il cibo, per il corpo di una bambina che impara il mondo toccandolo.
Molto riuscita è anche la figura del nonno Lorenzo, forse il personaggio più luminoso. Cieco, eppure capace di vedere più degli altri. Con lui la bambina impara a tradurre i colori in parole, i luoghi in suoni, le persone in profumi. Il rapporto tra i due è uno dei centri sentimentali del libro: una complicità silenziosa.
Il capitolo dedicato al terremoto del 23 novembre 1980 rappresenta uno dei momenti più forti dell’opera. Il boato, il buio, le urla, la polvere, le case ferite, il trasferimento nella scuola, la città che perde i suoi riferimenti: tutto viene filtrato dallo sguardo infantile. La tragedia non viene raccontata con enfasi retorica, ma attraverso ciò che una bambina vede. Il terremoto non distrugge soltanto. Costringe anche una comunità a reinventarsi. La scuola diventa casa comune, i corridoi diventano stanze, il Natale viene ricostruito tra materassi, coperte, bambini, arance, musica e tavolate.
Non meno significativo è il capitolo sui camorristi. Dopo la natura che devasta, arriva l’uomo che ferisce. La bambina scopre che il male non viene soltanto dalla terra che trema, ma anche dagli uomini che incendiano auto, sparano, uccidono, terrorizzano. Il riferimento all’uccisione del sindaco Marcello Torre inserisce il memoir dentro una memoria civile più ampia.
La scrittura di Mandarino ha il pregio di saper tenere insieme dolcezza e dolore. Anche quando racconta l’abbandono, la separazione, il giudizio sociale, il terremoto o la violenza criminale, mantiene uno sguardo capace di cercare la luce.
Lo spazzolino è un libro delicato e civile. È un libro sui legami che resistono anche quando vengono maltrattati dalla legge, dal pregiudizio, dalla distanza, dalla paura.
Un romanzo-memoir intenso, intimo e profondamente umano.





