È una strana, inquietante nemesi quella che oggi riporta in primo piano la figura di Valter Lavitola. L’ex editore, ex giornalista ed ex faccendiere, uomo-chiave di stagioni politiche dominate da trame sotterranee e relazioni pericolose, è ufficialmente iscritto nel registro degli indagati della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. L’accusa fa tremare i polsi, sarebbe lui il presunto mandante dell’attentato dinamitardo che, nell’ottobre scorso, ha sconvolto la vita del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.
L’attentato di Pomezia non è stato una semplice intimidazione, ma un atto di violenza geometrica e militare. Una bomba rudimentale, piazzata davanti all’abitazione del giornalista di Rai 3, ha distrutto le sue due vetture e sventrato il cancello d’ingresso. Un’azione da “terra bruciata” che ha riacceso immediatamente i riflettori sul livello di rischio a cui sono esposti i giornalisti d’inchiesta nel nostro Paese. A distanza di mesi da quella notte di fuoco, il mosaico della Procura comincia a comporsi di tasselli inquietanti, svelando una struttura a livelli che ricorda i peggiori canovacci della cronaca nera italiana.
Al livello più basso si muove una manovalanza criminale spietata, che risponde alle geografie di un territorio ben preciso. I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno arrestato quattro persone – tra cui una donna – rintracciate e prelevate tra l’hinterland napoletano e la provincia di Avellino. Le radici del commando affondano in comuni come Cicciano, Nola e Avella. Una striscia di terra, a cavallo tra l’agro nolano e il vallo di Lauro, storicamente densa, complessa, dove le logiche del controllo territoriale e della criminalità organizzata respirano da sempre una pressione soffocante. È da quel bacino che è partita la Fiat 500 X noleggiata per i sopralluoghi e per la spedizione punitiva a Roma, ed è da lì che proveniva la “gelatina da cava”, l’esplosivo ad alto potenziale usato per il blitz. L’elemento che trasforma questo caso di cronaca in un affare di Stato è proprio l’aggravante contestata dai pm della Dda: il metodo mafioso. Chi è partito da quelle zone per piazzare la bomba ha agito con la protervia, la forza di intimidazione e l’assenza di scrupoli tipica delle consorterie criminali.
Salendo di un gradino, l’indagine incrocia l’anello di congiunzione tra la manovalanza campana e i vertici. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il commando avrebbe agito rigorosamente su commissione, intascando una ricompensa di alcune migliaia di euro. Lavitola non avrebbe trattato direttamente con gli esecutori, ma avrebbe orchestrato l’operazione parlando con un secondo intermediario (anch’esso indagato), il quale si sarebbe occupato non solo di assoldare il gruppo di fuoco tra il nolano e l’avellinese, ma anche di pianificare la logistica successiva, denaro, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e persino una via di fuga per far allontanare temporaneamente gli esecutori subito dopo l’esplosione, nel tentativo di eludere le indagini.
Ma chi è Valter Lavitola e perché il suo nome evoca i fantasmi di un’intera epoca politica? Oggi sessantenne, Lavitola è stato uno dei più discussi protagonisti dei retroscena della politica italiana a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila. Storico fondatore e direttore del quotidiano L’Avanti! (rinato in chiave centrodestra tra il 1996 e il 2011), è stato per lungo tempo un uomo vicinissimo a Forza Italia e a Silvio Berlusconi, godendo di un accesso privilegiato ad Arcore e ai palazzi del potere. Nel 2004, il culmine della sua parabola pubblica: la candidatura alle elezioni europee proprio nelle liste di Forza Italia, dove ottenne ben 54mila preferenze, pur senza risultare eletto.
Il declino è stato segnato da una fitta rete di inchieste giudiziarie che ne hanno svelato la natura di “faccendiere” globale, capace di muoversi tra l’Italia e il Sudamerica (memorabile la sua latitanza a Panama). Lavitola ha accumulato condanne definitive pesantissime, dalla tentata estorsione ai danni dello stesso Berlusconi, alla truffa allo Stato per aver percepito indebitamente i fondi pubblici destinati all’editoria per il suo giornale, fino al ruolo centrale nella celebre inchiesta sulla cosiddetta “compravendita dei senatori”, volta a far cadere il governo Prodi nel 2008. Un uomo abituato a maneggiare il fango, i segreti e il potere del ricatto.
Eppure, l’interrogativo gigantesco su cui si sta giocando il lavoro della Dda di Roma, riguarda il movente. Perché Valter Lavitola avrebbe dovuto ordinare una bomba contro Sigfrido Ranucci? Quale inchiesta passata, presente o futura di Report ha toccato nervi così scoperti da spingere un uomo con il suo passato a rischiare un’accusa per strage o attentato mafioso? Al momento, le carte della Procura mantengono il più stretto riserbo ed il movente è ufficialmente catalogato come ancora in corso di indagine.
La risposta potrebbe trovarsi già nelle mani degli investigatori. Durante la perquisizione ordinata dai magistrati, i Carabinieri hanno acquisito i dispositivi elettronici di Lavitola. Il suo computer e il suo telefono cellulare sono ora sotto la lente d’ingrandimento dei tecnici informatici della Procura. Nella memoria di quegli apparecchi si nascondono chat, mail, file e flussi finanziari che potrebbero spiegare la genesi dell’ordine di far saltare in aria le auto di Ranucci.
In attesa che la giustizia faccia il suo corso e che le accuse vengano vagliate nelle aule di tribunale, resta l’allarme sociale e democratico. Quando un pezzo di storia politica e di potere occulto del Paese si salda con la manovalanza assoldata nei territori più caldi della criminalità campana per silenziare la stampa, non siamo di fronte a un semplice fatto di cronaca, ma a una ferita aperta nel tessuto della nostra democrazia. A Ranucci e alla redazione di Report va la solidarietà di chi crede nella libertà di informazione; alla magistratura il compito di scoprire fin dove si spinge questo nuovo, inquietante livello di fango e tritolo.
Raccogliamo e pubblichiamo anche le dichiarazioni di Ranucci, pubblicate da FanPage.it:
“Ci conosciamo dal 2019, è un amico. Ci sentivamo spessissimo, se non tutti i giorni quasi, ma è ovvio che come sentiva me parlava anche con tanti altri giornalisti, pure più autorevoli. È una cosa risaputa, l’ho detto persino in commissione vigilanza Rai di fronte alle domande di Gasparri che eravamo amici, quindi non c’è nessun tipo di mistero”.





