Maria Concetta Riina, la primogenita di Totò Riina, è di nuovo completamente libera. Il gip di Firenze le ha revocato anche l’obbligo di dimora.
Già mesi fa, come aveva denunciato, aveva destato enorme allarme e totale stupore la scelta di applicarle l’obbligo di dimora proprio a Corleone. Mandare la figlia del capo dei capi nel luogo simbolo del potere di suo padre, era già parso un paradosso incomprensibile. Un territorio che ha sofferto così tanto meritava di essere protetto da quella presenza, non di vederla rientrare dalla porta principale.
Ma oggi siamo andati oltre, superando ogni limite di gravità. I magistrati della Procura avevano lanciato un allarme chiaro e motivato: c’era il concreto e fondato timore di reiterazione del reato da parte della Riina e di suo marito, accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di due imprenditori. Eppure, il GIP ha ritenuto di dover passare sopra a questo pericolo, annullando anche l’obbligo di dimora e restituendole la totale libertà.
Voglio che tutti si fermino a riflettere sulla gravità inaudita di questo precedente.
Permettere a chi porta quel cognome e che oggi è accusato di muoversi ancora secondo le logiche di sopraffazione e intimidazione tipiche del metodo mafioso, di muoversi senza più alcun vincolo, nonostante il disperato allarme della Procura, significa lanciare un messaggio di spaventosa debolezza istituzionale.
Ebbene, mi chiedo: con quale coraggio lo Stato può chiedere ai cittadini e agli imprenditori di denunciare il racket, se poi non è capace di garantire una linea di fermezza assoluta verso chi è accusato di usare la forza dei clan?
Noi non faremo un solo passo indietro, continueremo a vigilare ed a pretendere che la certezza delle misure e della pena resti un pilastro invalicabile.





