Una partita giocata intorno a un obiettivo preciso: impedire che Sebastiano Ardita arrivasse ai vertici della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. È questa la lettura proposta da Antonio Ingroia durante la videointervista rilasciata a “30 minuti con…”, il format ideato e condotto da Paolo De Chiara, con la partecipazione di Antonino Schilirò.
L’ex magistrato ha ripercorso la procedura conclusa con la nomina di Franca Maria Rita Imbergamo a procuratore nazionale aggiunto e la nuova esclusione di Ardita. Una vicenda che, secondo Ingroia, mostrerebbe quanto siano ancora profonde le ferite del correntismo giudiziario e quanto le appartenenze possano prevalere sul riconoscimento dei meriti professionali.
Il confronto al Consiglio Superiore della Magistratura ha riguardato le candidature di Ardita, Imbergamo ed Eugenio Fusco.
«La storia non è enigmatica, è molto trasparente»
Alla domanda sulle ragioni delle ripetute mancate nomine di Ardita, Ingroia risponde senza girare intorno al problema:
«Per chi conosce le dinamiche del CSM, conosce uomini e cose, purtroppo la storia non è tanto enigmatica, ma è molto trasparente».
L’ex magistrato ricostruisce il percorso professionale di Ardita: sostituto procuratore a Catania, procuratore aggiunto a Messina e successivamente a Catania, direttore generale dei Detenuti e del Trattamento presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e componente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Una carriera costruita sul contrasto alla mafia, alla corruzione e sulle questioni legate al sistema penitenziario.
Il contributo di Ardita all’indagine sulla trattativa
Ingroia ricorda il contributo fornito da Ardita alla ricostruzione di quanto avvenuto nel 1993 all’interno del DAP, quando si verificò il mancato rinnovo di centinaia di provvedimenti relativi al 41-bis.
«È merito di Sebastiano Ardita averci fatto vedere ed evidenziare cose che magari noi pubblici ministeri non avremmo notato e percepito: delle magagne che c’erano state all’interno del DAP nel 1993».
Secondo Ingroia:
«Ardita viene bollato e timbrato come uno dei magistrati che ha favorito l’indagine sulla trattativa Stato-mafia e il processo sulla trattativa Stato-mafia».
Il rapporto con Nino Di Matteo
Ingroia sottolinea anche la vicinanza professionale e culturale tra Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, entrambi eletti al CSM attraverso una formazione nata per rompere gli schemi del correntismo tradizionale.
«È andato al CSM insieme a Nino Di Matteo, con una nuova corrente che aveva rotto il correntismo tradizionale. Questi sono tutti i meriti di Sebastiano Ardita».
L’ingresso di Ardita alla Direzione nazionale antimafia avrebbe potuto rafforzare, secondo la lettura di Ingroia, una linea maggiormente orientata verso le indagini sulle stragi, sui mandanti esterni e sulla trattativa.
L’ex magistrato cita anche la situazione di Di Matteo all’interno della DNA:
«Nino Di Matteo, uno dei magistrati più competenti, capaci e coraggiosi che si sia occupato di mafia negli ultimi anni, alla Procura nazionale antimafia è sostanzialmente in un angolo, con compiti prevalentemente burocratici e non operativi».
«Il problema era non mandare Ardita»
Ingroia sostiene che il vero obiettivo non fosse scegliere tra Fusco e Imbergamo:
«Il collega Fusco non ce la faceva, perché lì il problema era non fare arrivare Ardita a quel posto. Era tutto contro Ardita: non era né per Fusco né per la collega rispettabilissima e bravissima Franca Imbergamo. Il problema era non mandarci Ardita».
Ingroia non mette in discussione la professionalità di Imbergamo. Al contrario, ne ricorda l’importante attività giudiziaria, compreso il lavoro svolto sulle indagini relative all’assassinio di Peppino Impastato.
Su questo punto abbiamo raccolto il punto di vista della nipote di Peppino, Luisa Impastato:
La nomina della dottoressa Franca Imbergamo è una scelta che accogliamo con soddisfazione. Abbiamo avuto modo di apprezzarne da vicino il rigore e la competenza nel processo per l’omicidio di Peppino Impastato. siamo convinti che la sua lunga esperienza nella lotta alla mafia e la sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso sarà preziosa per il CSM. Resta il rammarico per le polemiche che hanno preceduto la decisione e per la mancata nomina del dottor Sebastiano Ardita, magistrato di indiscusso valore.
«Il caso Ardita dimostra che il correntismo continua a prevalere»
Per Ingroia, la mancata nomina di Ardita rappresenta la prova che i problemi interni alla magistratura non sono stati risolti:
«Non vanno bene le cose come stanno, perché il caso Ardita dimostra che il correntismo continua a prevalere. Certe logiche sono contrarie al riconoscimento dei meriti».
Secondo l’ex magistrato, nella votazione sarebbero tornate determinanti le appartenenze. Imbergamo ha fatto parte di Magistratura democratica, la stessa corrente alla quale appartenne anche Ingroia.
«La cosiddetta sinistra giudiziaria non poteva non sostenere Franca Imbergamo. Ma, in un caso del genere, c’è chi ha strumentalizzato le appartenenze per finalità diverse».
Il caso Ardita pone una questione: nelle nomine giudiziarie conta maggiormente la qualità del percorso professionale oppure la capacità di costruire alleanze dentro il CSM?
Ingroia dietro la mancata nomina di Ardita vede l’ennesima affermazione del correntismo, la prevalenza delle appartenenze e la volontà di impedire l’ingresso ai vertici della DNA di un magistrato difficilmente controllabile.
Ancora una volta Sebastiano Ardita rimane fuori da un incarico di vertice. E ancora una volta il merito sembra perdersi nei corridoi delle correnti.
Guarda la videointervista integrale ad Antonio Ingroia:
“30 minuti con…” – Antonio Ingroia




