Quella relazione era nata proprio dall’ascolto delle loro necessità. Conteneva proposte estremamente importanti
che, ancora oggi, sono rimaste tutte disattese. È come se quella relazione non fosse mai esistita. Partiva da un presupposto che, a mio avviso, è rimasto immutato: già allora il testimone di giustizia era considerato un peso e non una risorsa per lo Stato. Secondo me, ancora oggi è considerato tale. Non sono stati adottati tutti i provvedimenti che si rendevano necessari già allora e che, con il passare degli anni, sono diventati indispensabili. Il fatto che gli organismi preposti non abbiano preso atto di quelle proposte e del contenuto della relazione – a partire dal Parlamento italiano e, quindi, dalla politica in generale – ha portato sia a una diminuzione del numero dei testimoni di giustizia, perché è stata sottovalutata la loro importanza, sia alla trascuratezza degli interventi necessari. Una trascuratezza che, purtroppo, può condurre a conclusioni tragiche, come quella che ha segnato la vita della povera Denise.
La morte di Denise, figlia di Lea Garofalo, non può essere archiviata frettolosamente. Le prime informazioni hanno parlato di suicidio e attendiamo fiduciosi gli accertamenti delle autorità competenti.
Ma noi continuiamo a porre domande. Cosa è stato fatto per proteggere la vita di Denise, il suo equilibrio, la sua dignità e il suo futuro?
A rendere questa domanda ancora più grave è un documento parlamentare del 2008. Si tratta della Relazione sui testimoni di giustizia, elaborata dall’allora deputata Angela Napoli e approvata il 19 febbraio dello stesso anno dalla Commissione parlamentare antimafia. Ottantaquattro pagine. Vengono analizzati i limiti, le contraddizioni, i fallimenti del sistema di protezione. Un documento che descrive – in anticipo – il dramma esistenziale che avrebbe accompagnato Denise. Un documento ancora attuale che dimostra che non è cambiato proprio nulla. Un documento che inchioda certe Istituzioni alle proprie responsabilità.
Quel documento dimostra che lo Stato conosceva da almeno diciotto anni i rischi psicologici, familiari e sociali prodotti dal sistema di protezione.

La relazione di Angela Napoli: lo Stato conosceva il problema
La relazione, ufficialmente trasmessa alle Presidenze delle Camere il 20 febbraio 2008, partiva dalla necessità di distinguere nettamente il testimone di giustizia dal collaboratore proveniente da organizzazioni criminali. Il testimone è un cittadino che non appartiene alla criminalità organizzata e che sceglie di denunciare per senso civico, esponendo sé stesso e la propria famiglia alle possibili rappresaglie degli accusati.
Il sistema, sottolineava la Commissione, non poteva limitarsi a garantire la sicurezza fisica. Doveva farsi carico dell’intera esistenza del testimone e dei suoi familiari: casa, lavoro, salute, relazioni, identità, istruzione dei figli, reinserimento sociale e sostegno psicologico. La protezione non consiste, quindi, soltanto nel nascondere una persona. Significa impedirle di perdere la propria vita.
La relazione descriveva una condizione drammatica:
«Una parte consistente dei testimoni di giustizia rivela uno status di disagio che, se non controllato, rischia di sfociare in situazioni di vera e propria alienazione».
Parole scritte nel 2008. Parole che oggi, davanti alla morte di Denise, assumono un significato diverso. Devastante.
Lo smarrimento e la perdita di fiducia nello Stato
Secondo la relazione, il testimone di giustizia può sperimentare uno «stato di smarrimento crescente». Perde le proprie certezze, le abitudini, il lavoro, il territorio, gli affetti, la percezione della propria identità. Il documento avvertiva che la rappresentazione dello Stato e del suo ruolo di tutela poteva essere travolta da questo processo, fino a determinare la perdita della fiducia nelle istituzioni. Il testimone, costretto a cambiare luogo, relazioni sociali, abitudini e talvolta generalità, finiva per diventare, secondo l’espressione utilizzata dalla relazione, «uno, nessuno e centomila».
È difficile leggere queste pagine senza pensare a Denise.
Denise non ha scelto la sua “famiglia”, precisamente quella bestia di suo padre Carlo Cosco (condannato all’ergastolo per la morte di sua madre Lea e, oggi, già con diversi permessi premio conquistati, per ritornare al suo paesello). Non ha scelto la ’ndrangheta (grazie al sacrificio di sua madre). Non ha scelto nemmeno le minacce, i trasferimenti, le identità da nascondere e la perdita di una vita normale. Ha seguito Lea nel percorso di protezione.
Dopo l’assassinio della madre (Milano 24 novembre 2009) Denise ha ereditato solo dolore. E il peso di una vita di sacrifici.
Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi
I traumi dei figli erano già stati denunciati
Uno dei passaggi più importanti della relazione riguarda proprio i figli e i familiari delle persone sottoposte a protezione. Durante le audizioni parlamentari erano emerse la solitudine vissuta nelle sistemazioni provvisorie, l’inadeguatezza di alcune abitazioni e le difficoltà di adattamento dei minori. Il documento parlava esplicitamente di «veri traumi psicologici» subiti dai figli. Non era, dunque, un rischio imprevedibile.
Lo Stato sapeva che i figli inseriti nei programmi di protezione potevano subire conseguenze profonde. Sapeva che cambiare identità, scuola, città e amicizie poteva lasciare ferite durature. Sapeva che quei bambini erano persone costrette a pagare il prezzo di una scelta che non avevano compiuto. Nel 2025 anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha parlato di un sistema ancora troppo adultocentrico, raccomandando sostegno psicologico tempestivo, monitoraggio continuo e la presenza di un referente. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha solo omesso di inserire il termine “testimoni” accanto a quello “collaboratori di giustizia”.
Protezione burocratica e presa in carico
La Relazione del 2008 criticava apertamente quella che definiva una gestione «a sportello» dei testimoni di giustizia. Il rapporto tra Stato e persona protetta non poteva (e non può) ridursi a moduli da compilare, assegni, trasferimenti e autorizzazioni. Serve una gestione relazionale, capace di riconoscere la storia, le fragilità e le esigenze.
La Commissione segnalava: la scarsa sensibilità di alcuni operatori; l’insufficiente assistenza nella fase iniziale; la mancata attenzione alle situazioni familiari; le difficoltà dei figli; l’isolamento sociale; l’impossibilità di lavorare; il progressivo logoramento psicologico; le criticità della fuoriuscita dal programma.
Il documento chiedeva una protezione individualizzata. Risposte diverse per condizioni umane diverse.
La successiva legge 11 gennaio 2018, n. 6 ha stabilito che le misure devono essere individuate caso per caso, considerando la situazione personale, familiare, sociale ed economica del testimone e degli altri protetti. La legge afferma inoltre che debba essere sempre assicurata un’esistenza dignitosa.
Ma tra la legge scritta e la vita reale c’è di mezzo il mare.
L’assistenza psicologica doveva essere continuativa
Una delle proposte della Relazione chiedeva di dare centralità all’assistenza psicologica. Il sostegno psicosociale, secondo la Commissione, doveva diventare parte integrante del programma fin dalle prime fasi. Non poteva essere attivato soltanto successivamente, magari su richiesta dell’interessato, quando il disagio era ormai esploso. La Relazione proponeva un presidio continuativo di assistenza psicologica e sociale, con psicologi, psichiatri, neurologi e neuropsichiatri infantili capaci di conoscere le specifiche conseguenze della vita sotto protezione.
Non bastava, quindi, mettere una persona in sicurezza. Bisogna(va) accompagnarla.
Denise è stata accompagnata realmente e continuativamente?
Dopo la morte della madre, qualcuno ha seguito le conseguenze del trauma?
Qualcuno ha valutato periodicamente il suo equilibrio psicologico?
Dopo le uscite dal programma di protezione è rimasto accanto a lei un referente istituzionale?
Il tutor che avrebbe dovuto accompagnare il testimone
Angela Napoli e la Commissione proponevano anche l’istituzione di un tutor del testimone di giustizia: un punto di riferimento costante, professionale e con poteri adeguati, incaricato di accompagnare la persona nei rapporti con l’amministrazione e nella soluzione dei problemi quotidiani. Un interlocutore umano, non un numero telefonico. Una presenza capace di intervenire prima che il disagio diventasse disperazione.
La relazione prevedeva inoltre un Comitato di garanzia, esterno agli organismi chiamati a gestire materialmente la protezione, composto da psicologi, avvocati, sociologi, magistrati, criminologi e assistenti sociali. Il Comitato avrebbe dovuto monitorare periodicamente le condizioni del testimone e continuare a sostenerlo anche dopo la cessazione delle misure, «fino a quando» non avesse raggiunto gli equilibri necessari al reinserimento nella vita ordinaria.
L’uscita formale da un programma non cancella i traumi, il pericolo, l’isolamento e le conseguenze della storia vissuta. La Relazione metteva in guardia anche dalla capitalizzazione economica intesa come liquidazione definitiva del rapporto tra il testimone e lo Stato. Consegnare una somma di denaro non significa avere risolto il problema. Il denaro non ricostruisce automaticamente una rete affettiva, non restituisce un’identità, non cura un trauma e non cancella anni trascorsi sotto copertura.
Lea fu creduta soltanto dopo la morte
Anche la storia di Lea Garofalo è segnata da precise responsabilità. In vita, non è stata ritenuta credibile. Da nessuno. Le sue parole sono state messe in discussione, ridimensionate e respinte. Solo dopo il suo assassinio, quando il corpo venne distrutto per cancellarne l’esistenza, le sue dichiarazioni acquistarono il peso che avrebbero dovuto avere prima.
Il magistrato Salvatore Di Dolce, tra i primi a raccogliere le dichiarazioni di Lea, pronunciò parole nette, ma solo dopo la sua morte: “lo Stato ha fallito”. La storia di Denise sta subendo la stessa ipocrisia.
L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
Le nostre domande
La Relazione ci consente di formulare domande precise:
Denise ha ricevuto un’assistenza psicologica continuativa?
Chi ha monitorato le conseguenze del trauma subito da bambina?
Quale progetto di vita e di reinserimento le è stato garantito?
Che cosa è accaduto dopo le sue uscite dal programma di protezione?
È rimasto attivo un collegamento con gli organismi istituzionali?
Chi aveva il compito di verificare le sue condizioni?
Perché la zia Marisa Garofalo non è stata informata dell’agonia e della morte della nipote?
Chi doveva ricostruire intorno a Denise una rete familiare e sociale?
Le indicazioni formulate nel 2008 sono mai diventate una prassi concreta?
Chi controllerà oggi il funzionamento del sistema?
Denise non può diventare l’ennesima commemorazione
La Relazione sui testimoni di giustizia fu approvata quando Lea Garofalo era ancora viva. Venne uccisa nel 2009. Denise è morta nel 2026. In mezzo ci sono diciassette anni di cerimonie, targhe, panchine, giardini, discorsi, giornate della memoria. Ma la memoria (nel Paese senza memoria), quando non è in grado di proteggere i vivi, diventa inutile liturgia. Buona solo per coloro che pensano alla propria carriera.
La Relazione firmata da Angela Napoli chiedeva un cambiamento: il testimone non doveva essere considerato un peso, ma una risorsa. Oggi sono ancora considerati dei pesi. E lo dicono loro, attraverso i loro interventi.
Evitate di mettere anche il bel viso di Denise su una bandiera. Con quello di Lea non avete risolto nulla.
Denise è stata considerata una risorsa della Repubblica?
Quali sono le responsabilità delle Istituzioni?
Dal 2012, è tutto scritto in un libro (Testimoni di Giustizia), stiamo portando avanti questa battaglia di civiltà, denunciando le storture di un sistema. Nessuno ha preso provvedimenti, nessuno si è mai interessato ai testimoni di giustizia.
Nei prossimi giorni riprenderemo le nostre domande, inviate alla Commissione parlamentare antimafia. Le nostre richieste, rivolte all’attuale presidente Chiara Colosimo, non hanno avuto – ad oggi – nemmeno una mezza risposta.
Il vostro silenzio è complice.

Dalla morte di Denise alle denunce sull’abbandono subito da Lea Garofalo, dal ritorno di Carlo Cosco alla vicenda dei funerali di Rosario Curcio: l’archivio completo degli articoli pubblicati da WordNews.it.
In chiusura, una sezione speciale dedicata alle cinque edizioni del Premio Nazionale Lea Garofalo, la cui prossima tappa si svolgerà a Padula (24-26 novembre 2026).
Gli articoli sono ordinati dal più recente al meno recente. I contenuti dedicati specificamente al Premio Nazionale Lea Garofalo sono raccolti nella sezione finale.
- 17 settembre – Denise, figlia di Lea Garofalo, è morta. Suicidio?
- 17 settembre – Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi
- 16 settembre – Denise, l’ombra del silenzio e il prezzo del coraggio
- 16 settembre – Denise, lo Stato sapeva: nel 2014 l’Antimafia parlava di «traumi irreversibili»
- 15 settembre – Denise Cosco, l’accusa al sistema politico-istituzionale: «Solo responsabilità morale?»
- 15 settembre – Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria
- 14 settembre – Marisa, la sorella di Lea Garofalo, non sapeva che sua nipote Denise stava morendo. Chi doveva chiamarla?
- 13 settembre – Lea e Denise, la memoria contro il silenzio: tutti gli articoli di WordNews.it
- 12 settembre – Denise Cosco, il dolore di Dioghenes APS
- 12 settembre – L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
- 11 settembre – Il cordoglio dell’Associazione Joe Petrosino per Denise
- 11 settembre – «Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco»: le parole di Carmine Venturino
- 10 settembre – Denise, il coraggio di una figlia contro la ’ndrangheta
- 10 settembre – Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
- 6 luglio – “Donna del Sud”, la canzone per Lea Garofalo
- 5 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: Armando D’Alterio a WordNews.it
- 5 maggio – Lea Garofalo, la donna che lo Stato non seppe salvare
- 4 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: la verità torna al centro
- 3 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: la verità che brucia ancora
- 24 aprile – Lea Garofalo non è una bandiera da sventolare
- 27 febbraio – Lea Garofalo, il coraggio che la mafia non è riuscita a distruggere
- 10 febbraio – Tre anni dopo, una risposta che lava tutto? Il caso dei manifesti per Rosario Curcio
- 10 gennaio – Ergastolo e permessi: Lea Garofalo è morta due volte
- Marisa Garofalo al Cimitero Monumentale: «La vera condanna la scontiamo noi»
- Marisa Garofalo rompe il silenzio: la verità negata su Lea
- «Se Lea Garofalo è morta è perché qualcosa non ha funzionato»
- In memoria di Lea Garofalo: il giardino della vergogna
- “Una fimmina calabrese”: così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta
- Lea Garofalo, il coraggio che non muore
- Lea Garofalo e il coraggio dimenticato: a Petilia torna l’insegna della memoria
- Lea Garofalo, due volte uccisa: insegna abbandonata e silenzio del Governo
- La storia di Lea nell’intervista a Paolo De Chiara
- Lea Garofalo tradita due volte: la denuncia di Marisa
- Sulla strada della legalità con Lea Garofalo
- “30 minuti con…” Marisa Garofalo: la voce di Lea
- Marisa Garofalo a “30 minuti con WordNews.it”
- Curcio, funerali tra applausi e silenzi: a processo chi ha minacciato
- Paolo De Chiara a Stalettì: due incontri su Lea Garofalo
- Lea Garofalo e la sfida alla ’ndrangheta
- Una strada per Lea Garofalo a Cittanova
- “Una fimmina calabrese” ritorna in Calabria
- Lea Garofalo è viva
La vicenda Rosario Curcio
- Lea Garofalo, a Petilia non sanno da che parte stare?
- Il Governo non risponde all’interrogazione
- Funerali del mafioso Curcio: «Lo Stato deve intervenire»
- Per la Prefettura i manifesti sono stati inopportuni
- Traina: «Il prefetto deve intervenire»
- Luana Ilardo: «Un gesto penoso»
- Don Algemiro: «Una persona che uccide va contro Dio»
- Ravidà: «Il Comune di Petilia deve essere commissariato»
- Fico: «Chi ha partecipato deve dimettersi»
- L’Ordine dei giornalisti del Molise: «Una volgare aggressione»
- Funerali di Curcio: vi dovevate dimettere già da tempo
- Il capogruppo della minoranza: «Hanno combinato un pasticcio»
- Salvatore Borsellino: «C’è soltanto da vomitare»
- Pino Cassata: «Un cattivo esempio per i giovani»
- Funerali del mafioso Curcio: arrivano le minacce
- Il caso Curcio approda in Parlamento
- In attesa delle risposte del vicesindaco
- Al funerale era presente anche il vicesindaco?
- Ciliberto: «Un segnale di potenza»
- Le reazioni dopo le dimissioni dell’assessora Berardi
- Il sindaco: «Una enorme bufera mediatica»
- È caduta la prima testa
- Brugnano: «Il sindaco rimuova l’assessora»
- La presenza dell’assessora approda in Consiglio comunale?
- Piera Aiello: «Vergognatevi e andatevene a casa»
- E se Curcio non si fosse suicidato?
- Ascari: «Una vergogna. Presenterò un’interrogazione»
- Parla il sacerdote che ha celebrato il funerale
- Angela Napoli: «Sono indignata»
- Il video del funerale di Curcio
- Il risveglio dell’opposizione
- Agende Rosse: «Il Comune da che parte sta?»
- L’ex sindaco: «Solo sciacallaggio politico»
- Chi ha autorizzato il «festoso» funerale?
- Le scuse del sindaco
- I «festosi» funerali per l’ergastolano Curcio
- Dopo il suicidio di Curcio parla il suo ex legale
- Rosario Curcio si è impiccato nel carcere di Opera
- Carlo Cosco è nuovamente rientrato al paese
- La mostra dedicata a Lea Garofalo arriva a Rozzano
- “Storia&Storie”: si parla di Lea Garofalo
- Lea Garofalo, 14 anni fa il tentato sequestro
- Le considerazioni degli studenti sulla mostra
- Adesioni per la mostra itinerante
- Grande successo per la mostra dedicata a Lea
- Marisa Garofalo: «Non sono una mafiosa»
- “The Good Mothers”: «L’ennesimo attacco alla nostra famiglia»
- Quando verrà riposizionata la panchina dedicata a Lea?
- “Una fimmina calabrese”: sulle orme di Lea Garofalo
- Una strada per Lea Garofalo a Casoli
- “Una fimmina calabrese”: così Lea sfidò la ’ndrangheta
- “A Lea”
- Il silenzio urla il tuo nome, Lea
- La storia di Lea nel trentennale delle stragi
- Lettera a Lea
- Il sindaco di Petilia: «Non abbiamo dimenticato Lea»
- Una canzone sulla storia di Lea
- Lettera a Denise/2
- Lettera a Denise
- Lea Garofalo, 13 anni dopo
- Lea Garofalo è viva: nessun silenzio davanti alla sua storia
- Scempio a Pagliarelle: colpita la pietra che ricorda Lea
- Carlo Cosco: «Non fate demagogia pietosa»
- Ad Altino si parla di Lea Garofalo
- Una pietra d’inciampo per Lea Garofalo
- Il coraggio di Lea Garofalo come esempio
- La rabbiosa reazione dei Cosco
- Carlo Cosco si sta riorganizzando sul territorio?
- Una strada per Lea Garofalo a Pagliarelle
- Il ritorno di Carlo Cosco
- In ricordo di Lea Garofalo e Giusy Potenza
- Lea Garofalo: il coraggio di dire no
- Una strada per Lea Garofalo a Campobasso
- Lea Garofalo fa ancora paura
- Percorsi di lettura e antimafia sociale: si parla di Lea
- Il tentato sequestro del 5 maggio 2009
- Lea Garofalo, testimone di giustizia abbandonata dallo Stato
- Lea Garofalo è una testimone di giustizia
- Il grido d’aiuto inascoltato di Lea Garofalo
- Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello
- «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»
- Lea Garofalo: il tentato sequestro di Campobasso
- Una panchina rossa per Lea
- «Lea, in vita, non è stata mai creduta»
- Il prete che nega l’evidenza: «Mai conosciuta»
Premio Nazionale Lea Garofalo
Quinta edizione – Padula, 24-26 novembre 2026
- “Testimoni del nostro tempo”: la quinta tappa sarà a Padula
- “Donna del Sud”, la canzone per Lea Garofalo
- Aperto il bando della quinta edizione
- Lea Garofalo e Joe Petrosino: a Padula la quinta edizione
- La quinta edizione a Padula
Quarta edizione – Cremona, 2025
- Il podcast e la quarta edizione a Cremona
- Al via la quarta edizione
- Il programma della seconda giornata
- La giornata dedicata agli studenti
- Il programma della terza giornata
- Premiati i “Testimoni del nostro tempo”
- L’ultimo appuntamento della quarta edizione
- Un minuto di silenzio per Fabio Perri
- Quando la memoria viene ignorata
- Quando le parole non bastano
- La lezione di Gennaro Ciliberto
- «Non siamo qui per essere cauti»
- Perché il Premio Lea Garofalo è una necessità civile
- Angela Napoli e la lezione di Lea
- Il sindaco Virgilio e la lezione di Lea
- “Io sono Lea”: il monologo di Paolo De Chiara
- Il procuratore Bonfigli e la verità dei numeri
- Paolo De Chiara agli studenti di Cremona
- Silvia Pinelli: Piazza Fontana e la morte di un innocente
- Claudia Pinelli e la memoria di Giuseppe Pinelli
- Ciliberto e i testimoni di giustizia
- Angela Napoli: «Il testimone di giustizia viene considerato un peso»
- Ferraro: i tentacoli della ’ndrangheta nell’economia
- Esposito e la vita dei testimoni di giustizia
- Di Filippo contro sfruttamento, mafie e morti sul lavoro
- Leopoldo Di Filippo: scuola e coscienza critica
- La premiazione di Pellegrino Passariello
- La lezione di Giancarlo Costabile
- Conti: «Certe tematiche devono restare nell’oblio?»
Terza edizione – Cittanova, 2024
- Il bando della terza edizione
- Tutto pronto per la terza edizione
- Contribuisci alla terza edizione
- Aiutaci con una donazione
- Le quattro giornate dedicate a Lea
- Al via la terza edizione
- La prima giornata
- I premiati della terza edizione
- La seconda giornata
- La terza giornata
- Premiati gli studenti
- Nino Di Matteo si rivolge ai giovani
- Giovanni Impastato: il legame tra Peppino e Lea
- Marisa Manzini: donne e memoria
- Andrea Rispoli riceve il Premio
- Stefano Mormile riceve il Premio
- Armando D’Alterio e la storia condizionata dalle mafie
- Marisa Manzini: ci si può allontanare dalla ’ndrangheta
- La chiusura della terza edizione
- Il contributo del Molise
- Il contributo da Cremona
- Il secondo contributo da Cremona
Seconda edizione – Casoli, 2023
- La seconda edizione
- Tutto pronto
- A Casoli la seconda edizione
- Aiutaci con una donazione
- Ecco la seconda edizione
- Il programma ufficiale
- Al via il Premio
- I premiati della seconda edizione
- La mattina della prima giornata
- Il pomeriggio della prima giornata
- La seconda giornata
- La terza giornata
- Il pomeriggio con Luigi de Magistris
- La quarta giornata
- Il Premio a Piera Aiello
- Il Premio a Brizio Montinaro
- Il Premio a Lina Calandra
- Il Premio a Luigi de Magistris
- Il Premio a Fortunato Zinni
- Il Premio a Tonino Braccia
- Il Premio a Michelangelo Di Stefano
- Il Premio a Gennaro Ciliberto
- Il Premio a Pino Finocchiaro
- Il Premio a Sonia Alfano
- Il Premio a Giuseppe Lombardo
- Il Premio a Roberto Di Bella
- Il Premio a Raimondo Semprevivo
- Il Premio a Marisa Garofalo
- Il successo della seconda edizione
- Angelica Fazari, vincitrice del Premio
Prima edizione – Petilia Policastro, 2022
- Al via la prima edizione
- Presentazione del Premio
- Tutto pronto per la tre giorni
- Il bando della prima edizione
- Contribuisci alla prima edizione
- Il programma ufficiale
- Al via il Premio
- Il successo della prima giornata
- I vincitori della prima edizione
- «C’erano tutti, ma mancava l’Arma dei Carabinieri»
- Il Premio a Sebastiano Ardita
- Il Premio a Rosario Conti
- Il Premio a Giuseppe Antoci
- Il Premio speciale ad Angela Napoli
- Il Premio a Giuseppe Cassata
- Il Premio a Luana Ilardo
- Il Premio a due carabinieri di Petilia
- Le riflessioni di Ferdinando Bianchini
- Il Premio speciale a Luciano Traina
- Il Premio a Francesco Coco
- Il Premio a Mario Ravidà
- Il Premio a Dario Vassallo
- Il Premio a Renato Cortese
- Il Premio speciale a Salvatore Borsellino
- Il Premio a Marisa Garofalo
- Il video integrale della prima edizione
- Catia Silvia: «Mai abbassare la testa»
- Premio Nazionale Lea Garofalo 2022

che, ancora oggi, sono rimaste tutte disattese. È come se quella relazione non fosse mai esistita. Partiva da un presupposto che, a mio avviso, è rimasto immutato: già allora il testimone di giustizia era considerato un peso e non una risorsa per lo Stato. Secondo me, ancora oggi è considerato tale. Non sono stati adottati tutti i provvedimenti che si rendevano necessari già allora e che, con il passare degli anni, sono diventati indispensabili. Il fatto che gli organismi preposti non abbiano preso atto di quelle proposte e del contenuto della relazione – a partire dal Parlamento italiano e, quindi, dalla politica in generale – ha portato sia a una diminuzione del numero dei testimoni di giustizia, perché è stata sottovalutata la loro importanza, sia alla trascuratezza degli interventi necessari. Una trascuratezza che, purtroppo, può condurre a conclusioni tragiche, come quella che ha segnato la vita della povera Denise.


