La morte di Denise, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, impone domande alle quali nessuno può sottrarsi. Non basta pronunciare parole di cordoglio. Non basta ricordare il coraggio di Lea dopo averla lasciata sola. Non basta commemorare Denise (e tutte le vittime) senza interrogarsi sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerla e accompagnarla. Per tutta la vita.
Denise aveva denunciato suo padre, quella bestia ‘ndranghetista di Carlo Cosco, contribuendo alla ricostruzione dell’omicidio della madre. Ha affrontato i processi, l’arroganza criminale, la condanna a morte di suo padre, il peso della protezione, il cambiamento della propria esistenza, la solitudine. Un trauma che non si può cancellare con un atto amministrativo. La sua morte, presentata come suicidio, riapre il capitolo doloroso della tutela riservata in Italia ai testimoni di giustizia e ai loro familiari.
Su questi temi abbiamo intervistato l’Onorevole Angela Napoli, madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, già deputata della Repubblica, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia e relatrice, nel 2008, della relazione sui testimoni di giustizia. Un documento nato dall’ascolto diretto di circa venticinque testimoni e contenente proposte che, secondo l’On. Napoli, sono rimaste in larga parte inascoltate.
Nell’intervista rilasciata a WordNews.it, Angela Napoli affronta il fallimento della protezione di Lea Garofalo, l’abbandono di Denise, le responsabilità della politica, della Commissione parlamentare antimafia, della Commissione centrale e del Servizio centrale di protezione. Parla anche dei benefici concessi ai condannati all’ergastolo Carlo e Vito Cosco, delle donne che hanno tentato di ribellarsi alla ’ndrangheta, di Maria Concetta Cacciola e Tita Buccafusca.
E lancia un’accusa durissima contro l’antimafia delle cerimonie: «Senza interventi adeguati, le commemorazioni sono inutili».
Lei ha dedicato una parte importante della sua attività parlamentare ai testimoni di giustizia. Di fronte alla morte di Denise, presentata inizialmente come suicidio, qual è stata la sua prima reazione? È possibile parlare soltanto di una tragedia personale oppure dobbiamo interrogarci anche sulle responsabilità dello Stato?
La notizia del suicidio di Denise mi ha sconvolta. Non solo sono rimasta molto dispiaciuta, ma anche alquanto traumatizzata. Ho ritenuto da subito che dietro questo suicidio, sul quale bisognerà accertare tutto, ci siano responsabilità da parte dello Stato, ma forse anche del comune cittadino. Quando avvengono determinati episodi, come la morte della mamma di Denise, Lea Garofalo, se ne parla sul momento, però poi ci si dimentica. Anche il comune cittadino, nonostante ci siano stati interventi per ricordare Lea Garofalo da parte di persone come quelle dell’Associazione Dioghenes APS e della stessa sorella Marisa, non ha ancora compreso fino in fondo. Questi interventi non sono serviti, a mio avviso, da stimolo nei confronti di chi avrebbe dovuto fare qualcosa di positivo dopo queste tragedie. Se ne parla sul momento, però poi ci si dimentica di tutto. Non se ne parla più. Lo Stato ha grandi responsabilità perché, secondo me, se ne lava le mani. È avvenuto con l’omicidio di Lea Garofalo. Nei confronti della figlia c’è stato, sì, l’intervento dell’associazione Libera, ma lo Stato dov’è stato? Nessuno può dire che abbia realmente seguito le vicissitudini di questa povera ragazza. È chiaro che, quando si subiscono traumi di questo genere, le conseguenze interiori, psicologiche e morali sono veramente pesanti.
Nel 2008 lei fu relatrice della relazione parlamentare sui testimoni di giustizia, nella quale furono analizzate le gravi criticità del sistema di protezione. A quasi vent’anni di distanza, quali problemi denunciati allora sono rimasti irrisolti? Denise è morta anche dentro questo immobilismo istituzionale?
Esatto. A vent’anni di distanza quella relazione, che allora è stata guidata e prodotta da me insieme al Comitato interno alla Commissione parlamentare antimafia, è rimasta assolutamente inascoltata in tutto il suo contenuto.
Quella relazione era il frutto di attente valutazioni delle necessità dei testimoni di giustizia.
In quella fase ascoltaste direttamente i testimoni di giustizia?
Sì, ascoltammo circa venticinque testimoni di giustizia. Quella relazione era nata proprio dall’ascolto delle loro necessità. Conteneva proposte estremamente importanti che, ancora oggi, sono rimaste tutte disattese. È come se quella relazione non fosse mai esistita. Partiva da un presupposto che, a mio avviso, è rimasto immutato: già allora il testimone di giustizia era considerato un peso e non una risorsa per lo Stato. Secondo me, ancora oggi è considerato tale. Non sono stati adottati tutti i provvedimenti che si rendevano necessari già allora e che, con il passare degli anni, sono diventati indispensabili. Il fatto che gli organismi preposti non abbiano preso atto di quelle proposte e del contenuto della relazione – a partire dal Parlamento italiano e, quindi, dalla politica in generale – ha portato sia a una diminuzione del numero dei testimoni di giustizia, perché è stata sottovalutata la loro importanza, sia alla trascuratezza degli interventi necessari. Una trascuratezza che, purtroppo, può condurre a conclusioni tragiche, come quella che ha segnato la vita della povera Denise.
Come si spiega questo immobilismo politico e istituzionale?
Non si è compresa l’importanza del testimone di giustizia. Sono stati privilegiati gli interventi e le norme nei confronti dei collaboratori di giustizia, piuttosto che quelli destinati ai testimoni di giustizia.
Nel febbraio del 2010, quando Lea Garofalo risultava ancora scomparsa, lei presentò un’interrogazione ai ministri dell’Interno e della Giustizia, chiedendo perché non fosse stata adeguatamente protetta nonostante il precedente tentativo di sequestro. Ricevette mai risposte soddisfacenti? Chi sbagliò nella gestione della protezione di Lea?
Non ho ricevuto risposte assolutamente adeguate. Lo Stato e gli organismi preposti alla tutela si coprono, e questo lo fanno ancora oggi, sostenendo che spesso il testimone di giustizia, ancora prima che gli venga tolta la protezione, chiede di uscire dal programma. Ma il testimone chiede di uscire perché non si sente adeguatamente protetto e perché, al di là della protezione, si rende conto di non avere, nella vita quotidiana, il supporto necessario per affrontare il proprio status. Sono convinta che questo sia accaduto anche a Denise. Già allora, in risposta alla mia interrogazione, mi fu detto che Lea aveva rinunciato alla protezione e che, quindi, lo Stato non aveva più nulla da fare. Io, invece, sono convinta che alla base di tutto debba essere posto un dato: la mafia non perdona e la ’ndrangheta, in particolare, non dimentica. Possono passare gli anni e può sembrare che non accada nulla, ma la persona che ha denunciato determinati fatti rimane sempre nel mirino della mafia e, nel caso specifico, della ’ndrangheta. Lo Stato e gli organismi preposti dimenticano questo principio. Dicono al testimone: “Non hai più voluto la scorta, sei uscito liberamente dal programma e adesso ti arrangi”. Sono convinta, invece, che una persona che ha denunciato famiglie mafiose, mandando in carcere soggetti responsabili di delitti efferati, debba continuare a essere protetta dallo Stato. Questa è una mancanza assoluta. Lo Stato se ne lava le mani e dice: “Sei tu che sei andato via e, quindi, io non ho alcuna responsabilità”. Questo meccanismo è, secondo me, anche alla base della morte della povera Denise. Probabilmente, a un certo punto, c’è stata una forma di protezione che inizialmente sembrava essere stata assunta dall’associazione Libera. Questo è un mio giudizio personale, ma sono convinta che, successivamente, Libera abbia lasciato sola la povera Denise, che è stata spinta ad affrontare autonomamente la propria esistenza. Quando non ci si sente protetti, quando non si ricevono consigli adeguati e quando le norme non sono sufficienti ad affrontare la vita quotidiana di una testimone come Denise, è chiaro che si può cadere nelle trappole. Si vorrebbe costruire una vita personale, pensando di poter uscire da un’esistenza sconvolta. In realtà, ciò che un testimone di giustizia porta dentro di sé, dopo aver fatto determinate denunce e aver vissuto la morte di un proprio familiare – come è accaduto a Denise con l’assassinio della madre – è un trauma che pesa per tutta la vita. Queste persone non possono essere lasciate sole. Hanno bisogno di psicologi e di interventi adeguati. Tutto questo è sicuramente mancato alla povera Denise.
In questa storia esiste un peccato originale. Lea Garofalo è stata inserita, sin dall’inizio, nell’elenco dei collaboratori di giustizia, nonostante non avesse commesso reati e avesse scelto di denunciare la propria famiglia e il clan Cosco. Questa ambiguità può avere inciso sulle misure di tutela riconosciute a lei e, di conseguenza, a Denise?
Sicuramente. L’altro giorno, navigando su internet, ho letto che ancora oggi c’è qualcuno che afferma che Lea Garofalo non fosse una testimone di giustizia, ma una collaboratrice, soltanto perché apparteneva a una famiglia mafiosa. È gravissimo. Questa, secondo me, è stata proprio una delle cause della mancanza di interventi adeguati nei confronti della povera Lea. Il collaboratore di giustizia è tutt’altra cosa. Lea non ha mai commesso delitti di alcun genere, né tantomeno li ha commessi la povera Denise. Al contrario, hanno denunciato e hanno contribuito a mandare in galera esponenti di famiglie mafiose. Altro che collaboratrici: erano testimoni di giustizia. Anche su questo bisognerebbe compiere una valutazione della storia dei testimoni di giustizia. Se penso che la legge sui testimoni di giustizia è nata dieci anni dopo quella sui collaboratori di giustizia, considero questo ritardo un fatto grave. Nel frattempo sono trascorsi dieci anni senza che ci fosse un’adeguata differenziazione tra la figura del collaboratore e quella del testimone di giustizia. Per dieci anni i testimoni di giustizia sono stati trattati come collaboratori. Secondo me, anche dopo la legge istitutiva del 1991, se non sbaglio, il testimone è stato sempre considerato in maniera insufficiente, come se fosse un collaboratore di giustizia e come se avesse commesso dei delitti. Il testimone di giustizia, invece, non ha commesso alcun delitto. È già da questo punto che bisognerebbe partire per comprendere la mancanza di valutazione, da parte degli organismi preposti, degli interventi legislativi necessari.
Quali responsabilità attribuisce alla Commissione centrale, al Servizio centrale di protezione e alla Commissione parlamentare antimafia?
La Commissione parlamentare antimafia ha una grandissima responsabilità perché, pur avendo a disposizione le basi necessarie – a partire dalla mia relazione del 2008 –, non si è interessata in maniera adeguata ai testimoni di giustizia. Ogni tanto c’è stata l’audizione di qualche testimone, che ha potuto denunciare le proprie condizioni. Poi, però, tutto è caduto nel vuoto e non ci sono state proposte adeguate da parte della Commissione parlamentare antimafia. Il Servizio centrale di protezione esiste, ma, a mio avviso, non è adeguato alle necessità dei testimoni di giustizia. Sono sempre stata convinta, e lo sono ancora oggi, che sia le Commissioni parlamentari antimafia sia i servizi di protezione guardino con maggiore attenzione ai collaboratori di giustizia, perché credono di poter ottenere da loro maggiori punti di riferimento per le indagini e per gli interventi legislativi. La stessa attenzione non viene riservata ai testimoni. Entrambi gli organismi hanno delle responsabilità. A volte leggo denunce da parte dei testimoni di giustizia che evidenziano carenze della Commissione centrale e del Servizio di protezione. Raccontano di essere trattati come se fossero delinquenti. Queste sono mancanze gravissime. Il Servizio centrale di protezione dovrebbe chiarire bene la differenza e fornire strumenti adeguati. Anche chi viene incaricato di proteggere un testimone deve comprendere che non sta accompagnando un delinquente, ma una persona perbene che ha avuto il coraggio di sporgere denuncia. Purtroppo, i testimoni di giustizia non ricevono tutele adeguate sotto tutti i punti di vista: non solo economico, ma anche sanitario e per tutto ciò che riguarda la loro vita quotidiana.
Possiamo fare un esempio concreto?
Mi è rimasto impresso un caso che si allontana per un momento dalla vicenda di Denise, ma che aiuta a comprendere perché, in fondo, anche lei sia arrivata alla sua tragedia. Ricordo la testimonianza di Giuseppe Carini, il testimone di giustizia che denunciò gli assassini di padre Pino Puglisi. Quando venne ascoltato dal Comitato ed entrò nel programma di protezione, era un giovane iscritto alla facoltà di Medicina e aveva già sostenuto due anni di esami. Quando fu trasferito, gli vennero cambiate le generalità. La nuova facoltà di Medicina non gli riconobbe gli esami sostenuti nei due anni precedenti perché erano registrati con altri dati anagrafici. Racconto questo episodio per far comprendere a che cosa va incontro un testimone di giustizia se non viene adeguatamente supportato. Lo stesso accade dal punto di vista sanitario. Quando una persona cambia i propri dati anagrafici, non è sempre facile ricevere l’assistenza sanitaria che spetta a ogni cittadino. Poi c’è l’aspetto economico e quello relativo al luogo nel quale il testimone viene trasferito. Si tratta di una persona perbene, ma può essere mandata in una località piena di collaboratori di giustizia, che riescono immediatamente a riconoscerla. In queste condizioni, come può sentirsi protetta?
Ci sono moltissime cose che non funzionano. Non è un caso che il numero dei testimoni di giustizia in Italia sia diminuito. Gli attuali testimoni non si sentono adeguatamente protetti, denunciano queste anomalie e, inevitabilmente, non incoraggiano altri cittadini a denunciare. Una persona finisce per domandarsi: “Chi me lo fa fare?”. Chissà che cosa avrà dovuto sopportare la povera Denise. Non dobbiamo mai dimenticarla. Su Denise, però, vorrei aggiungere un’altra considerazione della quale sono convinta. C’è stato l’intervento del padre e della famiglia paterna. Anche se inizialmente questo intervento potrebbe essere apparso a Denise come un sostegno, ho già detto che la mafia non perdona. Puoi essere un familiare quanto vuoi, ma il padre non avrà mai dimenticato che la figlia lo aveva denunciato per l’omicidio della madre. È proprio per questo che lo Stato non dovrebbe abbandonare un testimone di giustizia. Dovrebbe seguirlo attentamente e sostenerlo sia dal punto di vista psicologico sia da quello economico, perché la vita di un testimone di giustizia deve continuare. O almeno dovrebbe poter continuare.
Per rimanere sulla vicenda di Denise, dobbiamo aggiungere che esiste anche uno Stato che non applica pienamente il principio della “certezza della pena”. Quando si nomina Carlo Cosco, insieme a uno dei suoi fratelli, Vito Cosco, detto Sergio, bisogna ricordare che sono due soggetti condannati all’ergastolo che stanno usufruendo anche di permessi. Lo stesso Carlo Cosco è ritornato diverse volte nel suo paese calabrese.
Questi sono fatti gravissimi. Vengono concessi permessi a persone condannate all’ergastolo, ma non condannate per fatti di poco conto: sono state condannate per omicidi efferati come quello di Lea Garofalo. Qualcuno dovrebbe spiegarmi quali siano gli elementi di privilegio riconosciuti a questi personaggi. La buona condotta? Che cosa importa della buona condotta in carcere di determinate persone? L’ergastolo dovrebbe accompagnare il condannato fino alla tomba. Non c’è certezza della pena. E non c’è soltanto il caso Cosco. Conosco molti personaggi condannati all’ergastolo che usufruiscono di benefici, talvolta previsti dalle stesse norme giudiziarie. Anche su questo ci sarebbe tanto da dire e da fare. Il legislatore interviene spesso per aumentare le pene previste per determinati reati, ma non si rende conto che dovrebbe innanzitutto aumentare le pene minime e non soltanto quelle massime. Soprattutto, dovrebbe introdurre una norma assoluta: le pene inflitte devono essere scontate per intero. Questo è il punto principale.
Adesso, di fronte alla morte della povera Denise, coloro che hanno concesso tutti questi benefici ai Cosco sono convinti di non avere alcuna responsabilità? È vero che tutto deve essere dimostrato. Ma chi conosce la ’ndrangheta non può non partire da presupposti che devono essere assolutamente valutati. Spero che sulla morte della povera Denise vengano compiuti tutti gli accertamenti necessari e che emergano le responsabilità esistenti sotto ogni punto di vista: legislativo, psicologico, rispetto agli interventi che sarebbero stati necessari e rispetto alla concessione dei benefici a chi deve scontare determinate pene in carcere.
Lei ha denunciato più volte la condizione particolare delle donne che si ribellano alla ’ndrangheta: donne sottoposte al ricatto familiare, all’isolamento e a pressioni psicologiche enormi. Il sistema di protezione possiede strumenti specifici per accompagnare queste donne e i loro figli oppure continua ad applicare procedure burocratiche incapaci di comprendere un trauma che attraversa più generazioni?
Continua ad applicare procedure burocratiche.
Come nel caso di Maria Concetta Cacciola, per esempio?
Esatto. In quel caso, per fortuna, gli inquirenti sono riusciti a individuare le responsabilità della famiglia nella morte di Maria Concetta Cacciola. Ma pensiamo anche al cosiddetto suicidio di Tita Buccafusca, la moglie del boss Pantaleone Mancuso. Quella morte ha continuato, negli anni, a essere considerata il suicidio volontario di una povera donna che aveva deciso di denunciare e di prendere le distanze dalla famiglia per proteggere il proprio figlio. Non è facile ingerire acido muriatico o gettarsi da un balcone, se non hai dietro qualcuno che ti spinge o una situazione che ti porta a compiere un gesto simile. Devi essere spinta a questo. Da sola non puoi farlo. A mio avviso, la prima cosa che la politica e la Commissione parlamentare antimafia dovrebbero fare è rivedere adeguatamente la normativa sui testimoni di giustizia e approvare immediatamente le modifiche necessarie per impedire che fatti del genere possano ripetersi. Credo che dovrebbe esserci anche uno stimolo maggiore da parte delle nostre comunità. Le comunità si fanno sentire quando accadono episodi come questi. Ma sono sicura che, magari tra due mesi, tutto sarà dimenticato.
Le nostre comunità dovrebbero essere sostenute da Associazioni come Dioghenes APS, egregiamente guidata. Dovrebbero esserci Associazioni capaci di continuare a stimolare gli organismi preposti affinché adottino interventi adeguati e promuovano le necessarie modifiche legislative. Non si deve parlare di queste vicende soltanto durante gli anniversari, nelle giornate del ricordo o quando avviene una tragedia. Dovrebbe esistere una grande attività di prevenzione. Naturalmente, la prevenzione deve essere sostenuta da norme efficienti, non scritte soltanto per poter dire di aver fatto qualcosa, e da un impegno quotidiano che non venga dimenticato.
A proposito di ipocrisia: bastano le commemorazioni per contrastare le mafie e la mentalità mafiosa presente in un Paese dalla memoria corta?
Assolutamente no. Non bastano, soprattutto al giorno d’oggi. Forse una volta potevano essere sufficienti, oggi non lo sono più. Oggi tutte le commemorazioni sono semplicemente delle parate, perché subito dopo ci si dimentica e non vengono adottati gli interventi adeguati. Se, dopo ogni manifestazione e ogni commemorazione, fossero realizzati gli interventi necessari per evitare altre tragedie, allora le commemorazioni avrebbero un senso. Servono a non dimenticare, ma non si dimentica soltanto nel giorno della commemorazione. Subito dopo, il ricordo passa. Senza interventi adeguati, le commemorazioni, a mio avviso, sono inutili.
Il ricordo passa e le mafie prosperano.
Esatto. Soprattutto, bisognerebbe ricominciare a parlare delle mafie.
In questo Paese non si parla più di mafie?
No, non se ne parla più. Assolutamente. E non parliamo, in particolare, della ’ndrangheta.
È proprio durante questa fase di silenzio che la ’ndrangheta, considerata l’organizzazione criminale più forte al mondo, può operare indisturbata?
Opera indisturbata. Opera in maniera tale da rendere difficile la sua individuazione, perché non vengono realizzati gli interventi adeguati.

Dalla morte di Denise alle denunce sull’abbandono subito da Lea Garofalo, dal ritorno di Carlo Cosco alla vicenda dei funerali di Rosario Curcio: l’archivio completo degli articoli pubblicati da WordNews.it.
In chiusura, una sezione speciale dedicata alle cinque edizioni del Premio Nazionale Lea Garofalo, la cui prossima tappa si svolgerà a Padula (24-26 novembre 2026).
Gli articoli sono ordinati dal più recente al meno recente. I contenuti dedicati specificamente al Premio Nazionale Lea Garofalo sono raccolti nella sezione finale.
- 17 settembre – Denise, figlia di Lea Garofalo, è morta. Suicidio?
- 17 settembre – Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi
- 16 settembre – Denise, l’ombra del silenzio e il prezzo del coraggio
- 16 settembre – Denise, lo Stato sapeva: nel 2014 l’Antimafia parlava di «traumi irreversibili»
- 15 settembre – Denise Cosco, l’accusa al sistema politico-istituzionale: «Solo responsabilità morale?»
- 15 settembre – Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria
- 14 settembre – Marisa, la sorella di Lea Garofalo, non sapeva che sua nipote Denise stava morendo. Chi doveva chiamarla?
- 13 settembre – Lea e Denise, la memoria contro il silenzio: tutti gli articoli di WordNews.it
- 12 settembre – Denise Cosco, il dolore di Dioghenes APS
- 12 settembre – L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
- 11 settembre – Il cordoglio dell’Associazione Joe Petrosino per Denise
- 11 settembre – «Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco»: le parole di Carmine Venturino
- 10 settembre – Denise, il coraggio di una figlia contro la ’ndrangheta
- 10 settembre – Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
- 6 luglio – “Donna del Sud”, la canzone per Lea Garofalo
- 5 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: Armando D’Alterio a WordNews.it
- 5 maggio – Lea Garofalo, la donna che lo Stato non seppe salvare
- 4 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: la verità torna al centro
- 3 maggio – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: la verità che brucia ancora
- 24 aprile – Lea Garofalo non è una bandiera da sventolare
- 27 febbraio – Lea Garofalo, il coraggio che la mafia non è riuscita a distruggere
- 10 febbraio – Tre anni dopo, una risposta che lava tutto? Il caso dei manifesti per Rosario Curcio
- 10 gennaio – Ergastolo e permessi: Lea Garofalo è morta due volte
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La vicenda Rosario Curcio
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- “Una fimmina calabrese”: sulle orme di Lea Garofalo
- Una strada per Lea Garofalo a Casoli
- “Una fimmina calabrese”: così Lea sfidò la ’ndrangheta
- “A Lea”
- Il silenzio urla il tuo nome, Lea
- La storia di Lea nel trentennale delle stragi
- Lettera a Lea
- Il sindaco di Petilia: «Non abbiamo dimenticato Lea»
- Una canzone sulla storia di Lea
- Lettera a Denise/2
- Lettera a Denise
- Lea Garofalo, 13 anni dopo
- Lea Garofalo è viva: nessun silenzio davanti alla sua storia
- Scempio a Pagliarelle: colpita la pietra che ricorda Lea
- Carlo Cosco: «Non fate demagogia pietosa»
- Ad Altino si parla di Lea Garofalo
- Una pietra d’inciampo per Lea Garofalo
- Il coraggio di Lea Garofalo come esempio
- La rabbiosa reazione dei Cosco
- Carlo Cosco si sta riorganizzando sul territorio?
- Una strada per Lea Garofalo a Pagliarelle
- Il ritorno di Carlo Cosco
- In ricordo di Lea Garofalo e Giusy Potenza
- Lea Garofalo: il coraggio di dire no
- Una strada per Lea Garofalo a Campobasso
- Lea Garofalo fa ancora paura
- Percorsi di lettura e antimafia sociale: si parla di Lea
- Il tentato sequestro del 5 maggio 2009
- Lea Garofalo, testimone di giustizia abbandonata dallo Stato
- Lea Garofalo è una testimone di giustizia
- Il grido d’aiuto inascoltato di Lea Garofalo
- Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello
- «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»
- Lea Garofalo: il tentato sequestro di Campobasso
- Una panchina rossa per Lea
- «Lea, in vita, non è stata mai creduta»
- Il prete che nega l’evidenza: «Mai conosciuta»
Premio Nazionale Lea Garofalo
Quinta edizione – Padula, 24-26 novembre 2026
- “Testimoni del nostro tempo”: la quinta tappa sarà a Padula
- “Donna del Sud”, la canzone per Lea Garofalo
- Aperto il bando della quinta edizione
- Lea Garofalo e Joe Petrosino: a Padula la quinta edizione
- La quinta edizione a Padula
Quarta edizione – Cremona, 2025
- Il podcast e la quarta edizione a Cremona
- Al via la quarta edizione
- Il programma della seconda giornata
- La giornata dedicata agli studenti
- Il programma della terza giornata
- Premiati i “Testimoni del nostro tempo”
- L’ultimo appuntamento della quarta edizione
- Un minuto di silenzio per Fabio Perri
- Quando la memoria viene ignorata
- Quando le parole non bastano
- La lezione di Gennaro Ciliberto
- «Non siamo qui per essere cauti»
- Perché il Premio Lea Garofalo è una necessità civile
- Angela Napoli e la lezione di Lea
- Il sindaco Virgilio e la lezione di Lea
- “Io sono Lea”: il monologo di Paolo De Chiara
- Il procuratore Bonfigli e la verità dei numeri
- Paolo De Chiara agli studenti di Cremona
- Silvia Pinelli: Piazza Fontana e la morte di un innocente
- Claudia Pinelli e la memoria di Giuseppe Pinelli
- Ciliberto e i testimoni di giustizia
- Angela Napoli: «Il testimone di giustizia viene considerato un peso»
- Ferraro: i tentacoli della ’ndrangheta nell’economia
- Esposito e la vita dei testimoni di giustizia
- Di Filippo contro sfruttamento, mafie e morti sul lavoro
- Leopoldo Di Filippo: scuola e coscienza critica
- La premiazione di Pellegrino Passariello
- La lezione di Giancarlo Costabile
- Conti: «Certe tematiche devono restare nell’oblio?»
Terza edizione – Cittanova, 2024
- Il bando della terza edizione
- Tutto pronto per la terza edizione
- Contribuisci alla terza edizione
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- Le quattro giornate dedicate a Lea
- Al via la terza edizione
- La prima giornata
- I premiati della terza edizione
- La seconda giornata
- La terza giornata
- Premiati gli studenti
- Nino Di Matteo si rivolge ai giovani
- Giovanni Impastato: il legame tra Peppino e Lea
- Marisa Manzini: donne e memoria
- Andrea Rispoli riceve il Premio
- Stefano Mormile riceve il Premio
- Armando D’Alterio e la storia condizionata dalle mafie
- Marisa Manzini: ci si può allontanare dalla ’ndrangheta
- La chiusura della terza edizione
- Il contributo del Molise
- Il contributo da Cremona
- Il secondo contributo da Cremona
Seconda edizione – Casoli, 2023
- La seconda edizione
- Tutto pronto
- A Casoli la seconda edizione
- Aiutaci con una donazione
- Ecco la seconda edizione
- Il programma ufficiale
- Al via il Premio
- I premiati della seconda edizione
- La mattina della prima giornata
- Il pomeriggio della prima giornata
- La seconda giornata
- La terza giornata
- Il pomeriggio con Luigi de Magistris
- La quarta giornata
- Il Premio a Piera Aiello
- Il Premio a Brizio Montinaro
- Il Premio a Lina Calandra
- Il Premio a Luigi de Magistris
- Il Premio a Fortunato Zinni
- Il Premio a Tonino Braccia
- Il Premio a Michelangelo Di Stefano
- Il Premio a Gennaro Ciliberto
- Il Premio a Pino Finocchiaro
- Il Premio a Sonia Alfano
- Il Premio a Giuseppe Lombardo
- Il Premio a Roberto Di Bella
- Il Premio a Raimondo Semprevivo
- Il Premio a Marisa Garofalo
- Il successo della seconda edizione
- Angelica Fazari, vincitrice del Premio
Prima edizione – Petilia Policastro, 2022
- Al via la prima edizione
- Presentazione del Premio
- Tutto pronto per la tre giorni
- Il bando della prima edizione
- Contribuisci alla prima edizione
- Il programma ufficiale
- Al via il Premio
- Il successo della prima giornata
- I vincitori della prima edizione
- «C’erano tutti, ma mancava l’Arma dei Carabinieri»
- Il Premio a Sebastiano Ardita
- Il Premio a Rosario Conti
- Il Premio a Giuseppe Antoci
- Il Premio speciale ad Angela Napoli
- Il Premio a Giuseppe Cassata
- Il Premio a Luana Ilardo
- Il Premio a due carabinieri di Petilia
- Le riflessioni di Ferdinando Bianchini
- Il Premio speciale a Luciano Traina
- Il Premio a Francesco Coco
- Il Premio a Mario Ravidà
- Il Premio a Dario Vassallo
- Il Premio a Renato Cortese
- Il Premio speciale a Salvatore Borsellino
- Il Premio a Marisa Garofalo
- Il video integrale della prima edizione
- Catia Silvia: «Mai abbassare la testa»
- Premio Nazionale Lea Garofalo 2022



