19 luglio 1992: una bomba in via Mariano d’Amelio a Palermo distrugge le vite del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è stato l’autista Antonio Vullo.
Quest’anno sono stati diversi gli eventi per ricordare la strage e ricordare pubblicamente che ancora non si sa chi realmente abbia voluto questa strage e la sua accelerazione. E’ stata condannata la manovalanza mafiosa, con in testa i fratelli Graviano, ma ancora nulla su quegli ambienti esterni che, pure secondo i collaboratori di giustizia, erano presenti.
Il 18 luglio di quest’anno, a Palermo, è stato presentato il libro “Stato-Mafia. La Guerra dei Trent’Anni” scritto dal giornalista Stefano Baudino e dal documentarista Heiner Koenig. Tra i relatori era presente Roberto Scarpinato, già procuratore generale a Palermo e attualmente senatore del Movimento 5 Stelle. Ha iniziato il suo intervento, stuzzicato, parlando di ciò che ancora ad oggi si sente realmente e del perché sia entrato in politica:
“Con tutto il rispetto per chi fa politica io non mi sono mai sentito un politico. Dentro di me sono rimasto un uomo delle istituzioni che non si sente uomo di parte perché la mia parte è lo Stato che è al di sopra delle parti. Io ho accettato l’invito di andare in Parlamento con l’impegno che mi sarei occupato del settore della giustizia da indipendente e in qualsiasi momento non fossi stato d’accordo con la linea del partito io davo le dimissioni. Non è accaduto.”
Subito dopo ha parlato del suo impegno all’interno della commissione parlamentare antimafia e di come viene ostruito il suo lavoro:
“Mi sono reso conto che mi illudevo quando pensavo di poter dare un contributo alla commissione parlamentare antimafia avvalendomi della mia ultratrentennale esperienza di magistrato e di indagini sulle stragi. Quando ho depositato una memoria di 57 pagine, nella quale ho elencato minuziosamente tutti i buchi neri delle stragi del 1992-1993 e ho indicato i documenti da acquisire e le persone da sentire, la risposta che ho avuto è chenessuno di quei documenti è stato acquisito, nessuno di quei testi è stato audito e da quel momento è iniziata una guerra nei miei confronti e di Federico Cafiero De Raho che è arrivato al punto di, faccio conquistare un record alla politica, hanno fatto una legge speciale per escludere me e Cafiero De Rao dalla commissione antimafia perché eravamo in conflitto d’interesse. E devo dire che hanno ragione, perché noi siamo in conflitto d’interesse con i mafiosi, con i colletti bianchi e i mafiosi.”
Ha provato, poi, ha fare un punto su ciò che oggi sappiamo sulle stragi di mafia e sui contatti con apparati delle Istituzioni, ciò che ci manca sapere e ciò che non si vuole far emergere:
“Detto questo, è difficile riassumere il senso di quello che sta accadendo, che è molto grave. Vi voglio convincere che la storia delle stragi è una storia di 34 anni fa tragica, e poi è una storia che parte da un passato, perché le stragi, dicono, sono state fatte soltanto da personaggi come Riina, Provenzano, Matteo Messina Denaro, i soliti brutti, sporchi e cattivi per interessi economici legati alla storia di appalti della Prima Repubblica.
Ma questa storia è falsa e non si tratta di teoria. Perché questa storia non riesce a spiegare i depistaggi e non riesce a spiegare la partecipazione dei soggetti esterni alle stragi. Tutte le indagini sulle stragi del 1992 e del 1993, sin dal primo momento, sono state caratterizzate da depistaggi per impedire che dal livello degli esecutori mafiosi si potesse risalire ai mandanti e ai complici eccellenti.
Strage di Capaci. La procura di Caltanissetta sigilla la stanza di Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia dove lavorava come direttore generale degli affari penali. Ignoti si introducono nella stanza, violando i sigilli. Ignoti mai identificati. Accendono il computer di Falcone, dove c’erano migliaia di file, abbiamo fatto una consulenza per vedere quali file avevano esaminato. Sapete quali file avevano esaminato? I file su Gladio, che Falcone si era portato a Roma perché era convinto che l’omicidio Mattarella, l’omicidio La Torre, l’omicidio Dalla Chiesa, non erano omicidi di mafia. I file sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Non hanno guardato i file su Mafia e Appalti.
Le agende di Falcone? Hanno distrutto dei file scontati. Non solo, ma c’era qualcuno che aveva la palla di vetro perché ha anticipato che sarebbe stata fatta la strage di Capaci 48 ore prima che avvenisse. L’agenzia La Repubblica, che non ha niente a che fare col giornale La Repubblica, diretta da soggetti che erano stati già indagati per la strage di Bologna nel 1980, 48 ore prima della strage di Capaci anticipa che di lì a poco ci sarà un grande botto per interferire sull’elezione del Presidente della Repubblica.
E guarda caso, 48 ore dopo c’è un grande botto. E Giovanni Brusca ci dice che Riina commenta la strage di Capaci, affermando che con questa strage avevamo raggiunto dei risultati, si erano liberati di Forcone e avevano impedito che venisse eletto Presidente della Repubblica. La strage di Via d’Amelio, agenda rossa. Quello che c’è da capire è che l’agenda rossa non è che viene sottratta dopo la strage, cioè non è che arriva nell’ufficio di La Barbera guarda l’agenda e dice, “oddio qua ci sono cose che non si possono rivelare, facciamola sparire” che già sarebbe grave. Però questo esclude che i servizi e la polizia abbiano partecipato alla strage perché l’abbiamo scoperto dopo. No! L’agenda rossa viene sottratta pochi minuti dopo l’esplosione. Questo significa che gli uomini dello Stato che hanno sottratto l’agenda rossa conoscevano il luogo e l’ora dell’esplosione, che c’è stato un perfetto sincronismo operativo perché i mafiosi, dopo aver premuto il pulsante non potevano prelevare l’agenda rossa. Perché in via d’Amelio c’erano tanti balconi, d’estate le persone sono affacciate, li avrebbero visti. Occorreva un personaggio insospettabile che se anche fosse stato visto poteva giustificarsi, così come è avvenuto.
Nella motivazione della sentenza sulla strage nel Borsellino quater viene descritta questa scena. Scene da Beirut, le finestre sino al decimo piano dei palazzi divelti, 300 metri di marciapiede con pezzi sparsi, arriva la prima volante della polizia, scendono, e in questo scenario apocalittico vedono un uomo in giacca e cravatta impassibile, indifferente ai morti e ai feriti che volteggiano intorno alla macchina di Paolo Borsellino. Un agente di polizia lo ferma e gli dice “chi sei?” e gli esibisce il tesserino dei servizi segreti.
Quindi gli uomini dei servizi segreti sono arrivati prima di tutti e se ne fregavano dei morti e dei feriti. Erano interessati alla borsa di Borsellino. E poi abbiamo un’altra scena.
Un Capitano dei Carabinieri che fa una cosa stranissima. Prende la borsa di Paolo Borsellino con l’agenda rossa, fa cinquanta metri e fin qui niente di strano perché può consegnarla ai suoi superiori perché è un corpo di reato. Poi ritorna indietro e la mette nella macchina in fiamme e un vigile per fuoco, per evitare che si bruci, va lì a bagnarla con l’acqua. Dice che ha aperto la borsa e l’agenda rossa non c’era.
I casi sono due: o ha detto la verità, e quindi sono arrivati prima di lui gli uomini servizi segreti; o ha detto il falso, e l’agenda rossa l’ha consegnata ai suoi superiori. Quindi, questo è il primo indizio che la strage di via d’Amelio è una strage di Stato.
Il secondo indizio è che per evitare che dal livello degli esecutori materiali mafiosi si potesse risalire ai mandanti politici, hanno messo su, due anni dopo la strage, il falso collaboratore Scantino. E siccome Scantino voleva tornare indietro, l’hanno costretto per anni a dire menzogne. Perché poi si è scoperto che il Scantino era un falso collaboratore, quando Spatuzza ha cominciato a collaborare.
E che succede? Nel 2020 entra in campo un terzo falso collaboratore. A distanza di tanti anni dalla strage, c’è ancora l’esigenza di costruire dei falsi collaboratori per evitare che si capisca che la strage di via d’Amelio non è solo una strage di mafia. E cosa ci dice questo falso collaboratore? Maurizio Avola ci racconta una versione che servirà a eliminare i buchi neri di quella strage.
Gaspare Spatuzza aveva detto che al momento del caricamento dell’esplosivo su una fiat 126 utilizzata per l’esplosione, era presente un soggetto esterno a cosa nostra. Arriva lui e dice io sono venuto da Catania, sono mafioso, sono esperto di esplosivo, ero io quella persona, Gaspare Spatuzza non mi conosceva e mi ha scambiato per un soggetto esterno. Primo mistero eliminato.
Secondo mistero. Nel corso di una intercettazione drammatica Franca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Di Matteo che ha partecipato alla strage di Capaci, scongiura il marito di non parlare ai magistrati degli infiltrati della polizia nella strage di via d’Amelio. E questo lo fa un mese dopo che avevano rapito il loro figlio Giuseppe. E gli dice, hai capito perché hanno rapito a Giuseppe? Abbiamo un’altra figlia, non parlare mai degli infiltrati.
E cosa dice Maurizio Avola? Era io travestito da poliziotto in via d’Amelio. E quindi si sarà sparsa la voce nella mafia che c’era degli infiltrati della polizia. E cosa si scopre? Che il giorno della strage era a Catania con il braccio ingessato. Un colpo di fortuna perché il caso ha voluto che il giorno dopo i carabinieri lo fermassero per caso altrimenti questo depistaggio andava a segno ed era chiusa.”
Abbiamo riportato solo metà del suo intervento. La restante parte, dove gli argomenti toccati dal senatore sono arrivati fino ai giorni nostri passando per le stragi del continente, per la mancata strage dell’Olimpico del 1994, parlando di Nino Gioè, del mancato arresto di Bernardo Provenzano e molto altro, si può recuperare nel video allegato.
foto copertina di Antonino Schilirò



