Il 9 settembre è stata pubblicata la sentenza del TAR Sicilia che ha respinto il ricorso dell’emittente televisiva TeleJato guidata da Pino Maniaci contro la revoca dell’affidamento di una villa confiscata a Borgetto. Provvedimento che «appare corredato da analitica motivazione – con riferimento a plurimi profili di violazione degli obblighi discendenti per l’assegnatario dalla convenzione per l’assegnazione del bene confiscato, la cui prioritaria finalità era la realizzazione di un progetto denominato Scuola di giornalismo e documentazione del fenomeno mafioso» sostengono i giudici amministrativi nella sentenza.
Nel passaggio successivo della sentenza il Presidente ed Estensore della sentenza Salvatore Veneziano, il consigliere Francesco Mulieri e il Primo Referendario Pierluigi Buonomo si sono soffermati su alcune motivazioni del ricorso considerandoli estranei alla materia del contendere.
Tra questi la «asserita valenza di “presidio antimafia” dell’attività svolta». Motivazioni, compresa questa «asserita valenza» con le virgolette a «presidio antimafia» significativa scelta dei giudici nell’estensione della sentenza, considerate insufficienti «a superare il rilievo della mancata destinazione del bene allo scopo prioritario per il quale era stato concesso».
Il 22 giugno l’assegnazione del bene confiscato è stata revocata al termine di un iter avviato due mesi prima. Dopo la notifica dell’avvio dell’iter, si legge nel documento firmato dalla segreteria del comune di Borgetto, «l’Associazione Telejato ets in tutti gli atti difensivi si è concentrata esclusivamente su alcune censure e precisamente sulla presenza all’interno del bene denominato “Villa della Legalità” dell’Associazione Culturale Marconi, editore dell’emittente TeleJato, sull’imposizione tributaria e sulla assenza da parte dell’ente locale di un partenariato e/o di una coprogettazione con l’Associazione» e «non ha contestato le altre censure relative a: utilizzo di personale senza il rispetto delle norme in materia di diritto del lavoro e previdenza sociale (assenza di contratto di lavoro, mancanza di comunicazioni obbligatorie al Centro per l’impiego, di retribuzione, e di copertura assicurativa e violazione delle norme in materia di orario di lavoro);
Violazione delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro poiché dalle dichiarazioni agli atti l’Associazione avrebbe fatto svolgere a stagisti e dipendenti lavori che richiederebbero l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale e di adeguata formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 16 commi 1 e 3 della Convenzione di cui in oggetto);
Violazione delle norme in materia di assicurazione obbligatoria in quanto dagli atti emergerebbe che gli stagisti sarebbero stati utilizzati senza alcuna copertura assicurativa (art. 16 commi 1 e 3 della Convenzione citata); Violazione dell’obbligo di trasmettere al Comune di Borgetto le relazioni periodiche (art. 10 Convenzione)».
Scorrendo l’atto si sottolinea che la «Scuola di giornalismo e documentazione del fenomeno mafioso» non è mai nata e ampio spazio viene dato agli stage e a situazioni come quella di Roberto Disma e Sara Cozzi. I promotori di Lamia Inchieste avevano iniziato a svolgere nella redazione di TeleJato quel che gli era stato prospettato come uno stage giornalistico che avrebbe potuto portare all’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Un’iscrizione che, ad oggi, sarebbe dovuto già esserci o essere prossima.
Ma così non è stato. E, come Roberto e Sara, hanno raccontato e documentato su InSiciliaReport, la realtà si è rivelata ben diversa. Una realtà che conduce alla gestione della villa affidata a TeleJato e a Pino Maniaci – o almeno così era la notizia resa pubblica – e alla gestione dei progetti dell’emittente siciliana.



