Dopo la morte di Denise Cosco si moltiplicano articoli e messaggi di cordoglio. Ma il silenzio, gli oltraggi alla memoria di Lea Garofalo e gli omaggi ai suoi assassini raccontano l’ipocrisia dell’antimafia celebrativa.
Da morta, Denise ha ritrovato improvvisamente un Paese intero. Da viva, quel Paese le aveva tolto quasi tutto.
In questi giorni stanno scorrendo fiumi d’inchiostro. Molte parole sono inutili, vuote, senza alcun significato. Tutti – giustamente – ricordano la figlia di Lea Garofalo. Tutti, nel Paese delle commemorazioni – ne celebrano il coraggio. Tutti, nell’Italia senza memoria, raccontano la donna che accusò il padre e contribuì alla condanna degli assassini di sua madre. Parole, fotografie, commemorazioni. Il solito corteo che arriva, puntuale, quando non serve più.
Naturalmente non tutti sono ipocriti. Ci sono persone che hanno “sostenuto” Denise. Il vero dolore (autentico) non ha bisogno di essere esibito. Accanto a quel dolore c’è, purtroppo, anche altro. C’è l’inchiostro degli ipocriti: quello di chi oggi celebra Denise e ieri ha voltato la testa; di chi pronuncia il nome di Lea durante le cerimonie e poi rimane in silenzio davanti agli oltraggi; di chi usa le vittime delle mafie come medaglie da appuntare sul petto, mentre nei territori continua a tollerare inchini, ambiguità e segnali devastanti.
Su WordNews.it abbiamo raccontato questa morte ponendo una domanda precisa: possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Oggi dobbiamo aggiungerne altre: dove erano tutti questi uomini e tutte queste donne mentre Denise cercava di sopravvivere?
Dov’erano quando le due donne erano in vita?
Dov’erano quando Lea Garofalo scrisse una lettera al presidente della Repubblica, sei mesi prima della sua morte violenta?
Dov’erano quando le due donne, in vita, cercavano un aiuto economico?
Dov’erano quando il figliuol prodigo Carlo Cosco – condannato all’ergastolo – è ritornato al paesello?
Dov’erano quando Curcio (condannato all’ergastolo per il massacro di Lea Garofalo) è ritornato, da morto (dicono per suicidio, in carcere), trionfante nella sua terra?
Dov’erano quando le istituzioni hanno partecipato al funerale festoso dell’ergastolano (Curcio)?
Dov’erano quando la sorella di Curcio ha minacciato la nostra testata?
Dov’erano quando un’amministrazione comunale omaggiò con i manifesti funebri la morte di Curcio?
Dov’erano quando abbiamo portato in Tribunale la sorella di Curcio (condannata in primo grado) per le sue minacce contro l’informazione libera?
Dov’erano le istituzioni (prefettura, questura, la chiesa, ect.) quando è stato organizzato il funerale festoso di Curcio?
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Denise celebrata dopo essere stata lasciata sola
Denise ha parlato, ha testimoniato, ha affrontato gli assassini di sua madre. Ma una volta terminati i processi, che cosa è rimasto intorno a lei? La protezione non può essere soltanto una nuova carta d’identità, uno spostamento geografico, un nome inventato. Proteggere significa accompagnare una persona nel tempo, curare le ferite, garantire sostegno psicologico, affetti, lavoro e futuro.
Nel Paese del giorno dopo il magistrato Salvatore Dolce (il primo a raccogliere la testimonianza di Lea Garofalo a Catanzaro), solo dopo l’assassinio di Lea, disse pubblicamente: “Lo Stato con Lea Garofalo ha sbagliato”.
E con sua figlia Denise come si è comportato lo Stato?
Come si sono comportate le associazioni antimafia?
Come si è comportata la Chiesa?
Il Paese che onora Lea e accoglie i suoi assassini
L’ipocrisia diventa ancora più insopportabile quando la memoria viene confrontata con i fatti.
Nel 2023, a Petilia Policastro, furono affissi manifesti funebri firmati dal sindaco e dall’amministrazione comunale per la morte di Rosario Curcio, condannato all’ergastolo per aver partecipato all’omicidio e alla distruzione del corpo di Lea Garofalo.
Un’assessora partecipò al funerale e si dimise soltanto dopo la nostra denuncia pubblica. Il sindaco parlò di una “prassi” utilizzata per tutti i cittadini deceduti. La Prefettura definì quei manifesti “inopportuni”. La risposta del Viminale arrivò dopo anni, senza sciogliere i principali interrogativi sollevati da WordNews.it. (LEGGI – Il caso dei manifesti per Rosario Curcio)
Da una parte Lea Garofalo, bruciata per giorni e ridotta in migliaia di frammenti. Dall’altra uno degli uomini condannati per quel massacro, salutato con manifesti istituzionali e un funerale partecipato (anche dai rappresentanti istituzionali). E Denise? Denise era ancora viva. Ha visto rendere omaggio a uno degli uomini condannati per aver distrutto il corpo di sua madre.
I permessi agli ergastolani e i ritorni al paese
Anche Carlo Cosco, condannato all’ergastolo come mandante ed esecutore dell’omicidio di Lea, è tornato più volte a Pagliarelle grazie a permessi autorizzati. Cosa significa il ritorno di un capomafia nel proprio territorio? Può diventare un segnale di presenza, di forza, di continuità. Soprattutto quando viene accolto con calore da una parte della comunità.
WordNews.it lo ha denunciato più volte, spesso in una solitudine assordante. (LEGGI – Il ritorno di Carlo Cosco a Pagliarelle, Ergastolo e permessi: Lea Garofalo è morta due volte)
Mentre l’assassino tornava nel suo paese, Denise continuava a vivere nascosta. Oggi molti scoprono il dolore di Denise. Ieri, quando denunciavamo quei rientri e ponevamo domande, prevalevano il silenzio, l’indifferenza e persino le minacce.
Lea trasformata in una bandiera
Lea è stata riconosciuta soltanto dopo la sua morte violenta. Da viva ha chiesto aiuto, ha denunciato con forza le sue condizioni (e quelle di Denise). Ha cercato protezione per sé e per sua figlia. L’hanno considerata inattendibile (la chiamavano “tossica”, “pentita”, “prostituta”), l’hanno lasciata sola, senza sostegno.
Dopo, solo dopo, essere stata massacrata è diventata un simbolo nazionale. Una fotografia da esporre. Una bandiera da sventolare. Sono arrivate le targhe, le panchine, i giardini (come quello milanese, totalmente abbandonato), le strade, gli spettacoli, i film, le fiction e i discorsi ufficiali.
“In memoria di Lea Garofalo: il giardino della vergogna”
A Milano, lo spazio dedicato alla testimone di giustizia è devastato da incuria, vandalismi e silenzi istituzionali.
Pubblicato il 24 novembre 2025.
La memoria non è pronunciare un nome durante una cerimonia. È assumersi la responsabilità di ciò che non è stato fatto. Lea non aveva bisogno di una medaglia dopo essere stata bruciata.
Denise aveva bisogno di non essere lasciata sola.
Tita Buccafusca e Maria Concetta Cacciola
Le storie di Tita Buccafusca e Maria Concetta Cacciola dovrebbero averci insegnato qualcosa.
Tita aveva deciso di allontanarsi dalla schifosa famiglia Mancuso e di raccontare ciò che sapeva. Tornò a casa e morì poche settimane dopo. La sua morte, inizialmente indicata come suicidio, fu successivamente oggetto di un’inchiesta per omicidio. Maria Concetta aveva collaborato con la giustizia contro la propria famiglia e la schifosa cosca dei Bellocco. Tornò a Rosarno per “tutelare” i suoi figli. Subì pressioni, minacce, ricatti e violenza perché ritrattasse. Dieci giorni dopo morì, bevendo acido muriatico. Anche in quel caso si parlò inizialmente di suicidio.
Ora è morta Denise. Le tre vicende pongono lo stesso interrogativo: che cosa accade alle donne che rompono il vincolo mafioso quando lo Stato e l’opinione pubblica smettono di guardarle?
Il silenzio di ieri non si cancella con il cordoglio di oggi
Adesso tutti scrivono. Scrivono quelli che c’erano e quelli che non c’erano. Quelli che hanno combattuto e quelli che hanno taciuto. Quelli che hanno difeso la memoria di Lea e quelli che non hanno trovato una parola quando quella memoria veniva calpestata. Scrivono persino coloro che, con i propri gesti, hanno contribuito a comporre una delle pagine più vergognose contro Lea e Denise. Il cordoglio non cancella i fatti.
Una dichiarazione pubblica non strappa i manifesti dedicati a un assassino. Una corona di fiori non annulla i ritorni festeggiati degli ergastolani. Una fotografia condivisa sui social non restituisce a Denise gli anni trascorsi senza nome. Una commemorazione non assolve chi ha preferito il silenzio.
Chi oggi pronuncia il nome di Denise dovrebbe prima rispondere a una domanda molto semplice: quando Denise era viva, da che parte stava?
La morte non rende tutti amici delle vittime. L’antimafia non si misura dal numero dei comunicati pubblicati dopo una tragedia.
Il silenzio di ieri non può essere lavato dall’inchiostro di oggi.

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