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A chi dà fastidio la memoria di Pamela Mastropietro e perché? Chi c’è dietro i vandalismi ripetuti contro luoghi della sua memoria?

Alessandra Verni, la madre della ragazza assassinata dal nigeriano Oseghale, ha denunciato l’ennesima vandalizzazione dell'area a Roma dedicato al ricordo della figlia.

by Alessio Di Florio
18 Settembre 2026
in Mafie
Reading Time: 15 mins read
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Ci sono parole, persone, atti e fatti che in questo Paese – sempre capace di complicità, omertà, vigliaccherie – non si possono pronunciare. Sono considerati tabù, scandalo per i benpensanti e per i materassi di piume. Cappe di censure titaniche vengono poste, con violenza e brutalità. Censura che può assumere vari volti: quello del silenzio totale, quello delle propagande interessate, quelle del negazionismo o di favole belle per chi non ha vissuto e non vive sulla propria pelle disumanità e ingiustizie.

L’esistenza di mafie sempre più potenti e affermate, le mafie nigeriane e albanesi, sono tra queste. Nel Paese in cui si alzano barricate in nome della difesa dei diritti delle donne, della parità di genere, contro ogni violenza maschile e patriarcato ci sono nomi che sempre più sono ostacolati nell’essere pronunciati. È quanto accade con Adelina, censurata nove anni fa anche da chi si definisce movimento per i diritti delle donne e contro le violenze, la cui voce contro lo sfruttamento della schiavitù sessuale e le mafie albanesi dà fastidio a molti. Ed è quanto accade con Pamela Mastropietro, assassinata da Innocent Oseghale, e il cui disumano e brutale femminicidio c’è chi tenta di dimenticarlo, di seppellirlo sotto propagande politiche squallide e nauseanti, nel silenzio dei benpensanti.

Alessandra Verni, la madre di Pamela Mastropietro, continua a battersi con coraggio, tenacia e costanza per la memoria della figlia e perché ci sia piena verità e giustizia. Innocent Oseghale è stato condannato ma c’è una domanda che Alessandra Verni gli ha posto varie volte negli anni e che è rimasta sempre inevasa: chi con lui ha assassinato Pamela? Chi c’era accanto o dietro di lui? Chi è ancora libero di continuare a delinquere e uccidere con la possibilità di ripetere di stuprare, massacrare e squartare?

Poco meno di un mese fa Alessandra Verni ha documentato e denunciato l’ennesimo sfregio alla memoria di Pamela, l’ennesimo atto di vandalismo contro il luogo dedicato alla memoria della ragazza violentata, assassinata e fatta a pezzi dal nigeriano Innocent Oseghale (e chi altri?).

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«Ancora una volta mi trovo costretta a denunciare l’ennesimo sgarbo e atto vandalico ai danni del luogo di memoria dedicato a mia figlia Pamela. È stata asportata e distrutta la sua foto.

​Chi ha compiuto questo gesto non ha agito d’impulso: la cornice era fissa e assicurata con una catena in metallo. Questo significa che chi è arrivato sul posto era ben attrezzato con strumenti idonei a tagliarla o forzarla. Si è trattato di un’azione mirata e premeditata.

​Tutto ciò accade a poche settimane di distanza da una risposta ufficiale che ho ricevuto dalle istituzioni territoriali competenti. Nelle carte protocollate a luglio 2026 mi è stato scritto testualmente che “non risulta che il sito sia interessato da una situazione di frequente o sistematica vandalizzazione”, che l’area si presenta “decorosa e priva di evidenze riconducibili a reiterati episodi di vandalismo” e che pertanto “non sono emersi elementi tali da far ritenere necessario un intervento specifico di videosorveglianza dedicata”.

​Oggi i fatti e la realtà smentiscono categoricamente quanto affermato su quei fogli.

​A questo punto la domanda sorge spontanea: chi ne risponde adesso di tutto questo?

​Chi ne risponde moralmente, per aver liquidato la questione su carta mentre sul campo la memoria di mia figlia viene continuamente violata?

​Chi ne risponde istituzionalmente, visto che ci si rifiuta di installare telecamere di sicurezza ritenendo che vada tutto bene?

​Come dovrei interpretare quest’ennesimo episodio se non come un ennesimo schiaffo alla storia di Pamela e al rispetto che si deve a una vittima? Negare il degrado e respingere la richiesta di videosorveglianza non risolve i problemi. Servono fatti, servono controlli veri e serve rispetto».

L’interrogativo diventa sempre più pesante ad ogni oltraggio, ad ogni atto di vandalismo vile, vigliacco e immondo: «A chi dà fastidio la memoria di Pamela Mastropietro?».

 La memoria di Pamela Mastropietro è scomoda, rimossa in un oceano di omertoso silenzioso da tanti, troppi. “Dimenticata” anche da chi strumentalmente e per motivi di speculazione sociale e politica si fa paladino delle donne, contro il “patriarcato” e i “femminicidi”. Ma Pamela non è considerata vittima di femminicidio, è scomoda la sua memoria, la lotta per una giustizia piena e vera e la denuncia di mafie nigeriane e settori criminali che esistono e persistono nel Paese orrendamente sporco e altrettanto orrendamente (se non di più) spesso omertoso e vigliacco. Una prova dell’ipocrisia e del sensazionalismo strumentale l’abbiamo avuta nelle scorse settimane: nelle ore precedenti il barbaro assassinio, Pamela subì abusi e violenze sessuali da chi sfruttò coscientemente la sua situazione e non ci sarà nessuna giustizia su quelle tragiche ore.

Nel luglio 2020 in tribunale si sancì che non era possibile procedere contro l’autore perché mancava la denuncia della stessa ragazza. Una circostanza che si commenta da sola ma cadde nel silenzio, nell’omertà, nell’indifferenza. Gli stessi che tacciono su alcune mafie, che ancora oggi sostengono che le mafie nigeriane non esistono, portano avanti campagne ideologiche per difendere lo stupro a pagamento e la schiavitù sessuale. Ma le mafie nigeriane esistono, lo sfruttamento mafioso dello stupro a pagamento si consolida sempre più e aumentano i calvari – sempre più efferati, disumani, brutali, criminali – di migliaia di Liliam Solomon e Adelina Sejdini. Così come lo spaccio di droghe e altri traffici. E sono pericoli sociali devastanti sempre maggiore.

Nel Paese delle giornate della memoria e dell’impegno, della corsa a cerimonie e celebrazioni ogni anno la Giornata Internazionale contro la Tratta passa sotto silenzio, omessa, senza nessuna fanfara. Come nessuna fanfara, nessun ricordo, nessuna cerimonia in Abruzzo avviene per l’unica vittima in questa terra di mafia: Liliam Solomon è morta in un letto d’ospedale ma la sua tragica morte è colpa delle mafie nigeriane, degli stupratori paganti “brava gente”, è vittima di tratta, di un criminale business mafioso. La memoria di Pamela Mastropietro, la giustizia e la verità (quante volte si abusa di queste parole in questo Paese sparlando di mafie e legalità, di stragi e assassinii, di violenza contro le donne e tanto altro) è scomoda per i tanti branchi di vigliacchi che si nascondono dietro bandierine e parate ma non muoveranno mai un dito contro i ventri oscuri e sporchi, immondi e criminali, per chi alimenta i business criminali più schifosi (dal narcotraffico allo stupro a pagamento in cui le mafie nigeriane sono tra le più attive con le mafie albanesi) e per chi lucra socialmente.

«Sono la mamma di Pamela Mastropietro e ancora attendo dallo Stato italiano e dalla magistratura una giustizia piena» ha denunciato Alessandra Verni nel libro «Le vite delle donne contano – Lola, Pamela e Desirée: quando l’immigrazione uccide» di Francesca Totolo, Altaforte Edizioni. «Sono Alessandra Verni, mamma di Pamela Mastropietro, ragazza bianca, cristiana e italiana, di soli 18 anni, violentata, picchiata, uccisa, fatta a pezzi, scuoiata, a cui sono stati sottratti degli organi, lavata con la candeggina e lasciata in due trolley sul ciglio di una strada a Macerata, definita come ‘la città di Maria’, da immigrati clandestini in Italia appartenenti ad una organizzazione criminale. Ad oggi, solo uno di loro sta scontando la pena dell’ergastolo in carcere, mentre gli altri complici sono liberi di continuare a delinquere ed uccidere – racconta Alessandra Verni – Il caso di Pamela è stato definito ‘un unicum’ nella storia mondiale della criminologia degli ultimi cinquanta anni. Io, da mamma, da donna e da essere umano, ancora attendo delle risposte. Per un genitore non è facile sopravvivere alla morte del proprio figlio. Io ho saputo dalla radio che i resti di una ragazza ritrovati erano quelli di mia figlia. Non ci credevo, era tutto surreale! Provate, se riuscite, a mettervi nei panni di un genitore, provate a mettervi nei panni della vittima. Cosa ha passato, le botte, le grida, la violenza, la paura, le coltellate, le lacrime, il dolore, i suoi ultimi pensieri. I pensieri, quanti pensieri passano anche nella mente di un genitore a sapere della figlia morta e massacrata. E se hanno iniziato a farla a pezzi quando era ancora in vita? Tutto questo fa male e diventa tutto buio; il cuore è distrutto, è trafitto e lacerato da lame, le lacrime scendono su un corpo che si vuole lasciare andare al dolore e vuole solo morire. Cosa ci facevano questi mostri liberi in Italia? Perché chi doveva controllare questi immigrati non lo ha fatto a tempo debito? […] Perché ci sono state solo manifestazioni contro il razzismo e invece nessuno si è inginocchiato in parlamento o è sceso in piazza per una ragazza bianca violentata e massacrata da nigeriani entrati clandestinamente in Italia, anche per colpa di politiche sbagliate? Perché quando si è vittima si viene abbandonati e umiliati mentre il carnefice ha tutte le comodità anche in carcere? Sono 6 anni e 3 mesi che, tra dolore e lacrime, combatto, resisto e non mollo». Sono questi alcuni stralci della testimonianza pubblicata nel libro.

 «Le strutture criminali nigeriane sono attive su gran parte del territorio nazionale con presenze importanti nelle isole maggiori in particolare a Palermo, Catania e Cagliari ma anche nel Lazio e in Abruzzo. L’alto tasso di disoccupazione rilevato tra i nigeriani presenti sul territorio nazionale, raffrontato col considerevole ammontare delle rimesse di denaro dall’Italia verso la Nigeria, consente di ipotizzare che un significativo numero di soggetti disoccupati o in posizione di inattività di etnia nigeriana presenti in Italia possa almeno potenzialmente essere attratto dalle compagini malavitose autoctone o di quell’etnia e che i flussi delle rimesse, oltre alla quota sicuramente preponderante di natura lecita che attesta l’operosità della comunità nigeriana, possano celare anche proventi di attività illegali. Gli interessi criminali delle consorterie nigeriane si concentrano sulla tratta di esseri umani connessa con lo sfruttamento della prostituzione e l’accattonaggio forzoso a cui si associa un progressivo sviluppo nel settore del narcotraffico gestito talvolta in collaborazione con gruppi criminali albanesi. Il traffico di stupefacenti continua infatti a rappresentare il core business dei sodalizi nigeriani e la presenza di nigeriani in gruppi criminali multietnici viene confermata dalle evidenze investigative del periodo in esame». È questo il primo paragrafo della sezione dedicata alle mafie nigeriane dell’abstract di una delle ultime relazioni semestrali della DIA.

Tra le africane schiave della tratta, «Siamo diventate bancomat di carne»

«Sono venuta in Italia per fare la parrucchiera, invece mi hanno messa in strada. Ho cercato di scappare ma quando i miei sfruttatori l’hanno saputo hanno avvertito i loro amici in Nigeria, hanno preso una delle mie figlie gemelle, di 4 anni, e l’hanno uccisa davanti a mia mamma, a cui le avevo affidate. A questo punto cosa ho da perdere?», sono le parole della testimonianza drammatica di una ragazza sfruttata raccontata da Martina Taricco della Comunità Papa Giovanni XXIII, in prima linea in Abruzzo per la liberazione delle schiave del sesso, ad un convegno contro la tratta a Montesilvano il 9 marzo 2019.

Sonia viveva a Benin City quando a 16 anni perse entrambi i genitori, l’anno dopo anche a lei fu proposto di trasferirsi in Libia per lavorare come parrucchiera. Ma così non fu ed iniziò il suo calvario nel lager della schiavitù sessuale in Libia e poi a Bologna fino alla sua fuga in Abruzzo dove si liberò dopo l’incontro con “On the road”.

Alexandra, uccisa dall’Aids.

Angela, abbandonata nel deserto e stuprata in una barca “in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo”.

Antonia, “uccisa da tre balordi della Napoli bene”.

Blessing, di cui non si hanno più notizie.

Carmen, assassinata a 27 anni dopo dieci di violenze e stupri.

Caroline, venduta a 19 anni.

Dorina, una minorenne che fece quel che troppi “italiani brava gente” adulti non faranno mai: denunciare con coraggio.

Erabor, baby schiava in Piemonte.

Ester, salvata in ospedale dopo che a Vercelli l’infanzia e l’adolescenza furono violentate dalla schiavitù sessuale.

Evelyn, assassinata a 23 anni nella periferia di Brescia.

Faith Aworo, condannata a morte nella Nigeria in cui il decreto d’espulsione del governo italiano la rimandò nel 2010.

Franca, ritrovata assassinata tra i rifiuti a 27 anni sulla statale Ortana a Narni.

Grace, Hanna, Gypsy, Helena, Hellen, che hanno fatto quel che la brava borghesia italiota non farà mai: denunciare e chiamare con il loro nome le mafie della schiavitù sessuale.

Liliam Solomon, che non smetteremo mai di ricordare e indignarci per come abruzzesi l’hanno assassinata.

Maimuna, “salvata dalla strada in un modo che fa piangere il cuore”.

Maroella, uccisa dopo due anni di schiavitù sessuale.

Nike Favour, “bruciata viva da un cliente legato alla mafia (quella locale che appoggia quella nigeriana).

Oluwa, sfruttata da quando era poco più che una bambina, perché le mafie (nigeriane ma non solo) schiavizzano anche minorenni e i papponi, gli stupratori a pagamento, sono criminali depravati anche (come abbiamo denunciato e documentato tante volte) pedofili.

Rose, “stuprata da chissà quanti uomini in una volta sola” e a cui “le hanno perforato l’utero con un oggetto appuntito”.

Gladys, a cui un cliente “ha distrutto l’ano violentandola tre o quattro volte con un bastone”. Eki, “torturata con le sigarette accese”. 

Allarmi sulla presenza di mafie nigeriane in Italia e sulla loro avanzata ci sono almeno dall’inizio degli anni novanta ricordò otto anni fa Roberto Mirabile, presidente dell’associazione antipedofilia La Caramella Buona. Autore del libro “La mano nera” sulle mafie nigeriane in Italia Mirabile nel 2018 denunciò come le mafie nigeriane si stanno spartendo il territorio in varie parti d’Italia, in Emilia Romagna hanno sfruttato i vuoti successivi alla maxi operazione contro la ‘ndrangheta Aemilia. Spaccio, tratta, riciclaggio di denaro tramite i Money Transfer, minacce con machete e riti vodoo, barbarie come il femminicidio di Pamela Mastropietro, sono tante le dita delle “mani nere” sulle nostre città.

Il 13 aprile 2018 RaiNews24 pubblicò un’inchiesta di Angela Caponnetto su «un giro di prostituzione minorile e droga in cui sarebbero coinvolti persone della Macerata bene che utilizzano come manovalanza gruppi di immigrati, in particolare nigeriani dediti al traffico di stupefacenti – droga – si legge nella descrizione dell’inchiesta – Gente insospettabile che partecipa a festini a luci rosse dove vengono portate ragazze giovani e fragili come la nostra testimone».

«A cosa serve organizzare eventi commemorativi se poi tutto ciò che viene creato viene distrutto e a nessuno sembra importare? È fondamentale ricordare le persone e le storie che ci hanno toccato, ma sembra che il nostro impegno venga sprecato. È tempo di riflettere su quanto valore diamo alla memoria e alla dignità delle vittime» ha scritto nel luglio dell’anno scorso Alessandra Verni in occasione della denuncia di un raid vandalico a Macerata. Sono domande che ogni coscienza dovrebbe porsi, che dovrebbero interrogare chiunque ha un minimo di onestà intellettuale e ha il coraggio di guardare la realtà reale e non quella che fa comodo a determinazioni narrazioni strumentali ed interessate. Anche quando cercano di apparire antimafia, contro la violenza e così via.

  «Si è rischiato il bis di Pamela» ha denunciato il 19 luglio dell’anno scorso la testata giornalistica online locale Picchio.news. «Nella notte tra il 27 e il 28 giugno scorso, dunque meno di un mese fa, una ragazza al di sotto dei 30 anni tra corso Cavour, corso Garibaldi e piazza Puccinotti sarebbe stata aggredita e stuprata da almeno tre uomini di colore – si legge nell’articolo – L’avrebbero anche presa a morsi. È arrivata al pronto soccorso praticamente in coma. Lei cercava droga e stava per trovare la morte. Lo shock subito è stato così forte che la ragazza è stata affidata ai servizi psichiatrici». «Chi ha assistito la ragazza e conosce la dinamica dei fatti sostiene che si “è rischiata una seconda Pamela Mastropietro”. 

Ma nessuno sa più nulla: né della ragazza, né delle indagini, né se si volesse fare di lei ciò che probabilmente Oseghale voleva fare di Pamela Mastropietro – sottolinea l’autore dell’articolo – È una sorta di codice d’onore della mafia nigeriana non avere rapporti con donne bianche se non a un solo scopo: renderle schiave perché sul mercato della prostituzione le bianche rendono di più. Per adescarle si usa sempre la droga: successe con Pamela, è successo ancora. I morsi potrebbero indicare parte del rito di affiliazione di alcuni “culti” (così si chiamano le cosche nigeriane) che impongono di “mangiare” la vittima».

L’autore dell’articolo su Picchio.news riporta alcuni gravi episodi di violenza avvenuti in città e nei dintorni e torna a sottolineare le zone grigie e i tanti interrogativi sul femminicidio di Pamela Mastropietro. «Ha forse ragione Alessandra Mastropietro – la mamma della povera Pamela – a sostenere che i complici di Oseghale sono ancora a piede libero? E se è vero com’è vero che lo spaccio di droga a Macerata è in mano ai nigeriani, se è vero come parzialmente l’inchiesta sull’atroce fine di Pamela ha dimostrato che Macerata è un covo “silente” per la mafia nigeriana possiamo liquidare come episodici gli atti di violenza che quasi quotidianamente turbano la città? – le domande poste nell’articolo pubblicato sulla testata giornalistica online maceratese – E’ giustificato o no che le madri delle ragazze che abitano in centro storico dopo l’aggressione a questa giovane di cui nulla si è voluto far sapere oggi vivano angosciate ogni volta che le figlie tardano?»

L’anno scorso a San Bonifacio (provincia di Verona) fu trovata senza vita la 15enne Nora Jlassi. «Io voglio giustizia, chi ha fatto male a mia figlia deve andare in galera – ha dichiarato la madre all’Adn Kronos – il caso di Nora non va dimenticato, noi vogliamo si vada a fondo». «A febbraio scorso è scattato l’arresto di un marocchino di 34 anni, accusato di spaccio plurimo aggravato dal fatto di aver ceduto stupefacenti a un minore in cambio di prestazioni sessuali e sono state indagate anche altre due persone» ricorda l’Adn Kronos.

«La 15enne, ricorda la mamma, era finita da un po’ di tempo in un brutto giro per toglierla dal quale “l’ho portata nella comunità di San Patrignano” – prosegue l’agenzia stampa – Dalla comunità è scappata più volte, ricorda De Gioannis, aggiungendo che “dopo un anno è stata fatta rientrare a casa per verifica” ma la situazione da parte dei parenti “non era gestibile. Ho fatto 147 segnalazioni, ma nessuno mi ha aiutata”, sostiene la mamma di Nora spiegando che la situazione è peggiorata quando la figlia ha iniziato a uscire con una donna più grande, “una brasiliana”, e quando “è entrata nel tunnel della droga iniziando a toccare la cocaina”».

«La giovane età, la fragilità, le sostanze stupefacenti. Il caso di Nora fa tornare alla mente casi di altre giovanissime vittime come Desirèe Mariottini, la sedicenne di Cisterna di Latina morta il 19 ottobre del 2018 in uno stabile abbandonato in via dei Lucani, nella zona di San Lorenzo a Roma, Pamela Mastropietro, la 18enne romana allontanatasi da una comunità, violentata, uccisa e fatta a pezzi nel 2018 a Macerata, o, ancora, Amalia Voican, un’altra giovane trovata morta in uno stabile ai piedi della Basilica di San Giovanni, sempre a Roma» sottolinea l’Adn Kronos. Marco Valerio Verni, legale della famiglia Mastropietro e della mamma di Amalia, assiste oggi la madre di Nora Jlassi.

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Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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