Dopo Beirut, Chatila, Mar Elias, la valle della Bekaa, il Sud del Libano e la commemorazione delle vittime di Sabra e Chatila, il viaggio si conclude nel campo profughi di Nahr el-Bared. Qui, tra analisi politiche e ferite che il cemento non può cancellare, l’incontro con un bambino restituisce il significato più profondo di questa settimana: esserci, ascoltare e lasciare nella vita degli altri un segno, anche piccolissimo.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 7° giorno) – Oggi siamo andati nel campo profughi di Nahr el-Bared, nel Nord del Libano. Siamo stati diverse volte in questo campo. È un luogo che porta sulle proprie strade una storia lunga e dolorosa.
Il campo fu istituito nel 1949 per accogliere i rifugiati palestinesi provenienti dalla Galilea e dalle regioni costiere del Nord della Palestina. Nel corso dei decenni è diventato una comunità, un luogo di vita, di famiglie e di generazioni cresciute lontano dalla propria terra. Nel 2007, Nahr el-Bared fu travolto da un violento conflitto tra le forze armate libanesi e Fatah al-Islam. I combattimenti provocarono la distruzione di gran parte del campo e costrinsero decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
Il campo è stato successivamente ricostruito, ma alcune ferite non si riparano con il cemento.
Restano nella memoria. È forse con questa consapevolezza che oggi ho attraversato nuovamente quelle strade.
Nel centro di Beit Atfal Assumoud ci attendevano Marwan Abdel Aal e Georges Ibrahim Abdallah, due figure profondamente legate alla storia politica palestinese e libanese.
Abbiamo ascoltato le loro analisi sulla situazione attuale in Libano e in Palestina. Abbiamo parlato di politica, storia, guerra e futuro. Parole importanti, che ci hanno permesso di comprendere meglio una realtà complessa e di raccogliere elementi preziosi per il nostro lavoro in Italia.
Eppure, alla fine della giornata, quello che rimane dentro di me non è una frase.
È un paio di piccole mani. Camminavamo per le strade del campo quando un bambino mi è venuto incontro.
Mi ha guardato. Poi ha mosso le dita. Un piccolo gesto.
Un gioco.
Il nostro gioco.
Quello che gli avevo insegnato un anno fa. Per un istante sono rimasto senza parole. Mi aveva riconosciuto.
È passato un anno. Un anno durante il quale io sono tornato alla mia vita, ho percorso altre strade, incontrato altre persone e vissuto altre giornate.
Lui, invece, era ancora lì. Nella stessa strada.
Quando mi ha visto, ha tirato fuori dalla memoria quel piccolo gioco che avevamo condiviso.
In quel momento ho capito che forse non siamo noi a decidere quanto sia importante un incontro.
Pensavo di avergli lasciato soltanto un gioco.
Lui mi aveva conservato nella memoria.
In un luogo nel quale la storia ha lasciato ferite profonde, quel bambino mi ha ricordato una cosa semplice e immensa: non sappiamo mai quanto possa diventare importante, per qualcun altro, un momento che a noi era sembrato piccolo.
A volte pensiamo che, per lasciare qualcosa, servano grandi gesti, grandi parole o grandi battaglie.
Invece può bastare un gioco. Cinque minuti. Un sorriso. Un gesto fatto con le mani.
Forse è questo che significa davvero incontrarsi: lasciare, anche soltanto per un istante, un piccolo segno nella vita di qualcuno. Oggi quel bambino mi ha restituito qualcosa che pensavo di avergli dato io.
Un piccolo gioco fatto con le mani. E, insieme a quel gioco, un ricordo. È stato soltanto un attimo.
Ma ci sono attimi che il tempo non riesce a cancellare.
Mentre lasciavo Nahr el-Bared, ho pensato che forse, in mezzo a tanta storia, tanta sofferenza e tante domande senza risposta, quel bambino mi aveva consegnato la cosa più semplice e più importante: la certezza che esserci, a volte, conta.
Qui finisce il racconto di questa settimana. Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere il mio diario, nella speranza di essere riuscito a trasmettere almeno una parte delle emozioni vissute durante questi giorni.
Reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.
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