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Francesco Paolo: «Lo Stato si dimentica di noi, la camorra e la malavita no»

Il testimone di giustizia che denunciò il clan La Torre racconta l’uscita dal programma di protezione, la perdita del caseificio, la paura che non finisce e il dolore per Denise. «Per lo Stato sei un numero»

by Paolo De Chiara
29 Settembre 2026
in Interviste
Reading Time: 22 mins read
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Francesco Paolo è l’imprenditore di Mondragone che nel 2001 denunciò il tentativo di estorsione riconducibile al clan La Torre. Dopo la denuncia entrò con la famiglia nel programma di protezione, lasciò il proprio territorio e perse il caseificio nel quale lavoravano diversi dipendenti. In questa intervista esclusiva per WordNews.it ripercorre le conseguenze di quella scelta e riflette sulla morte di Denise, figlia di Lea Garofalo, sulle carenze del sistema di protezione e sulle disparità che, a suo giudizio, esistono tra i testimoni di giustizia.

Hai denunciato il clan La Torre. Hai perso il caseificio, hai dovuto lasciare Mondragone con tua moglie e i tuoi figli e hai continuato a convivere con la paura anche dopo l’uscita dal programma. Che cosa hai provato quando hai appreso della morte di Denise, la figlia di Lea?

Uno sconforto esagerato, perché a me è capitato un episodio nel 2018: si è presentato un camorrista a casa mia, nel paese in cui vivo. Dopo una mia segnalazione, mi hanno fatto capire che sapevano dove mi trovavo e che dovevo stare attento. Questo ti dimostra che lo Stato si dimentica di noi, ma la camorra e la malavita no. Vivi sempre con quell’ansia, con la sensazione che da un momento all’altro possa succederti qualcosa. Mi dispiace tanto per Denise, che non è riuscita a superare un momento così brutto. Mi individuarono dopo quaranta giorni. 

Come è potuto accadere?

Tu pensa che, dopo quaranta giorni da quando ero stato messo sotto protezione, già sapevano dove mi trovavo. Quindi non esiste questa protezione così come vogliono far credere: è tutta una cosa aleatoria. Purtroppo, in Italia, chi compie certi gesti dovrebbe essere veramente protetto, ma non è così. Non c’è copertura, non c’è niente. È una cosa drammatica. Dopo quaranta giorni di protezione mi arrivò una comunicazione del mio Comune nel luogo in cui mi trovavo. Una cosa è fare pubblicità in televisione, un’altra è la realtà che viviamo noi testimoni. Ti stravolgono soltanto la vita, punto.

Tu hai pronunciato una frase: «Non mi pento di aver denunciato, ma mi pento di essermi fidato dello Stato». Guardando le vicende di Lea e Denise, quella convinzione è ancora più forte oppure, nonostante tutto, conservi ancora una parte di fiducia nelle istituzioni?

Quella convinzione è ancora più forte. Purtroppo lo Stato, teoricamente, ne dice mille ma non ne fa neanche una. Capisco lo stato d’animo di Denise e della mamma, quello che hanno provato per arrivare a quella conclusione. Pensa che io non riesco a far digerire e metabolizzare ai miei figli quello che abbiamo vissuto. Ti dico soltanto una cosa: sto lottando per il danno biologico da vent’anni. Dicono sempre che sono fuori termine, che non c’è più tempo. Non è vero, perché per il danno biologico siamo stati chiamati a visita dalla Commissione medico-legale, che è un organo dello Stato. Loro dicono che abbiamo subito il danno biologico; le istituzioni dicono che non è vero. Stato contro Stato. Non è possibile vivere in questa situazione dopo che una persona ha compiuto un atto di coraggio per dei valori. A volte mi domando: avrò fatto bene ad andare via dal mio paese o ho fatto male, perché non dovevo andare via?

Tu sostieni che si rimane testimoni di giustizia per sempre e non soltanto durante il periodo di protezione. Lo Stato, invece, tende a considerare concluso il proprio compito quando finiscono i processi o quando una persona esce formalmente dal programma. Secondo il tuo vissuto, che cosa puoi dire?

Secondo il mio vissuto, per le azioni che lo Stato ha compiuto nei miei confronti, come nei confronti di tanti altri testimoni di giustizia, ci considera un peso e non persone di un certo valore. Una volta terminata la protezione, dovrebbe aiutarti nel reinserimento e nella creazione di una nuova condizione economica. Non è vero niente. Ti usano per i processi. Finiti i processi e finita la protezione, tu non esisti più. È una cosa fuori dal normale, ti fanno uscire matto. Ti usano: si fanno i processi, arrivano le condanne, esci dal programma – come ho fatto io, parlo del mio caso – e a loro non importa più niente, quando per legge dovrebbero aiutarti. Io ho perso un caseificio che aveva sette o otto operai. Doveva avere un amministratore, ma non è vero niente: ho perso tutto. Per me l’istituzione non esiste. Chi compie certi gesti lo fa perché lo sente dentro, perché ha dei valori, non perché lo Stato lo aiuta. Secondo me lo Stato non c’è. Abbiamo fatto tante battaglie insieme, anche con Cutrò, ma niente: sono risposte che non arrivano da anni. Non parliamo di un mese, due mesi o sei mesi; parliamo di venti o venticinque anni senza ricevere una risposta. Per quello che ho vissuto, non credevo che lo Stato fosse in grado di comportarsi così.

Anche tu decidesti di lasciare il programma perché quella condizione, come hai raccontato, non era vita. Quando un testimone rinuncia alla protezione, possiamo davvero parlare di una scelta libera oppure è la conseguenza dello sfinimento, dell’isolamento e delle inefficienze del sistema?

Per forza: è la conseguenza delle inefficienze del sistema. Sei solo. Anche se hai la protezione, è una vita impossibile da vivere per le condizioni in cui ti mettono. Tu sei un cittadino normale e, di punto in bianco, devi compiere scelte che in quel momento ti confondono. Non sai neanche come comportarti. Loro dicono che dovrebbe esserci lo psicologo, che dovrebbe esserci questo o quello. Non è vero: niente. Ti fanno uscire fuori di testa. Io decisi di uscire dal programma perché era una vita impossibile, come penso lo sia stata per tanti di noi e per la povera Denise, che non ha retto. È impossibile accettare le condizioni che ti detta lo Stato. Ti trattano peggio di un delinquente, peggio di una persona che ha commesso chissà quali delitti, quando dovrebbero veramente aiutarci per quello che abbiamo fatto, per diffondere la giustizia, l’onestà e la legalità. Ma questo non esiste. Ti trattano come un delinquente. Per loro sei un numero, basta.

Lea Garofalo abbandonò la protezione dopo anni di trasferimenti, precarietà e sfiducia nelle istituzioni. Poco dopo venne assassinata. Quali analogie riconosci tra la tua esperienza e quella di Lea, pur nella diversità delle due storie?

Per un periodo anche i ragazzi e i familiari avevano avuto un po’ di tranquillità, dopo tanti anni. Con l’episodio accaduto di nuovo nel 2018 siamo ripiombati nel baratro. Siamo finiti di nuovo all’inferno e loro non lo riconoscono. I ragazzi sono diventati grandi, cercano di rifarsi una vita, anche se è difficilissimo. Poi ti arriva una persona del tuo paese, un camorrista schedato. Dopo la denuncia che feci – andai anche alla Procura di Napoli e denunciai di nuovo dalla località in cui mi trovavo -, dopo due giorni arrivò questo camorrista alle sette del mattino, con la scusa balorda di cercare alcune notizie. Mi fecero capire: «Sappiamo dove stai. Comportati bene, altrimenti può succedere qualcosa». Da allora non ho più partecipato a convegni e non sono più andato in giro con gli altri testimoni. Faccio una vita di clausura, soprattutto per il bene dei miei figli. La protezione non esiste: ti individuano subito, sanno dove sei, quello che fai, sanno tutto. Per me è stato un ammonimento, un modo per farmi capire che sapevano dove mi trovavo. Posso capire tanti testimoni che dopo si pentono oppure fanno una brutta fine proprio per questi motivi. Dal 2018 non viviamo più: viviamo nel terrore.

Denise ha vissuto nascosta, con una nuova identità e con il peso di aver testimoniato contro suo padre per l’omicidio della madre. La protezione fisica può bastare quando una persona porta dentro di sé un trauma così profondo oppure occorre un’assistenza psicologica, familiare e sociale permanente?

Un’assistenza sarebbe indispensabile. Si vivono momenti di sconforto che una persona normale non riesce a capire. Posso comprendere Denise: hai bisogno di parlare con qualcuno, di non sentirti solo. È uno sconforto enorme, che non riesci a superare, e la povera Denise non è riuscita a superarlo. Evidentemente si è sentita abbandonata, sola, senza una via d’uscita e senza sapere come reagire. Ha scelto la strada più brutta che potesse scegliere. Secondo me l’hanno proprio lasciata sola, come hanno lasciato soli noi. Nello sconforto non è riuscita a superare tutto questo e, in un determinato momento, ciò l’ha spinta a compiere un gesto che non avrebbe dovuto compiere.

Secondo te esistono testimoni di giustizia di serie A e testimoni di serie B? 

Esistono. C’è gente che si è costruita una posizione facendo il testimone. C’è gente che prima era schedata in un modo e poi, con le amicizie e con tutte queste cose, è riuscita a diventare testimone di giustizia. Esistono proprio testimoni di serie A e testimoni di serie B. Una persona normale, come me e come tanti altri, come Ignazio, ha compiuto determinati gesti. Prima di farli, però, dovrebbe “studiare” da testimone di giustizia, perché si ritrova in una situazione nella quale gli chiedono cose che in quel momento non è in grado di risolvere. Chi ha “studiato” da testimone di giustizia ha fatto quello che doveva: ha preso soldi, ha ottenuto tanti benefici che neanche potresti credere. Chi non ha “studiato”, invece, ha fatto ciò che ha fatto perché lo sentiva, per il senso di appartenenza allo Stato, e si è ritrovato con la vita sconvolta. Chi ha “studiato” per fare il testimone di giustizia, invece, si è sistemato la vita. Non so se riesco a spiegarmi. Per quello che ho vissuto io, ti chiedono cose prive di senso. Ti dicono: «Sapevi che dovevi presentare questa domanda entro determinati termini». Ma io sono un cittadino normale: come faccio a sapere che devo presentare una domanda entro un certo momento per ottenere dei benefici? Io, dopo tanti anni, chiedo il danno biologico. Come posso sapere che devo rispettare determinati termini? Dov’è la persona che, secondo le loro promesse, dovrebbe guidarti nell’accesso ai benefici? Non esiste. Ti presenti e ti dicono: «Lei è fuori termine». Ma che cosa ne sa un cittadino normale di determinati percorsi, se nessuno glieli spiega? Chi può conoscerli? Soltanto chi ha “studiato” da testimone di giustizia. Per me esistono quelli di serie A e quelli di serie B.

Quando parli di testimoni di serie A e di serie B ti riferisci anche a disparità, favoritismi e decisioni incomprensibili della Commissione centrale, che avvantaggiano alcuni e svantaggiano altri?

Fanno quello che vogliono. Ci sono testimoni che hanno ottenuto benefici dopo venti anni. A qualcuno hanno concesso il danno biologico dopo ventidue o ventitré anni: hanno riesaminato il caso dopo ventidue anni e gli hanno riconosciuto il danno biologico. A me, dopo sei o sette anni dalla richiesta, hanno risposto: «No, lei è fuori termine». Ti sembra il comportamento di un’istituzione che usa la stessa misura per tutti? No. Se a un testimone hai concesso dopo ventidue anni i benefici che merita – per carità, non è colpa del testimone – devi farlo con tutti. Non può accadere che la Commissione li conceda a chi decide e li neghi a chi non ha santi in paradiso, perché anche lì esistono i santi in paradiso. Non è giusto. La legge dovrebbe essere uguale per tutti. Anche qui, invece, ci sono disparità e non va bene. Promettono di darti un consulente che dovrebbe istruirti su quello che devi fare e aggiornarti sulla legge, ma non esiste niente. Fanno quello che vogliono e non va bene. Così la gente cade nello sconforto e non sa più che cosa fare.

Se oggi un imprenditore sottoposto a estorsione ti chiedesse se denunciare, che cosa gli risponderesti?

Gli risponderei che, se deve denunciare, deve farlo immediatamente. Però deve stare attento anche allo Stato, perché, dopo che hai denunciato e hai fatto il tuo dovere, lo Stato ti procura più danni di quanti tu possa immaginare.

Più di quelli provocati dall’organizzazione criminale?

Di sicuro. E gli direi certamente di non spostarsi dal luogo in cui vive, perché il dramma più grande è perdere le proprie radici. Dopo nessuno ti aiuta a rifarti una vita: sono soltanto pubblicità televisive. Ritengo fondamentale che una persona non venga allontanata dal proprio posto e dalle proprie radici. È lì che lo Stato dovrebbe proteggerla e fare in modo che continui a condurre una vita normale. Abbandonare il luogo d’origine è il dramma più grande: per me, per i miei figli, per tutti. In una zona in cui nessuno ti conosce non sai più chi sei, vivi proprio l’inferno. Si dovrebbe rimanere nelle proprie case, nella propria zona, senza andare via, perché ricostruirsi una vita a centinaia di chilometri di distanza non è facile.



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  • 5 dicembre 2022 – A Lea
  • 4 dicembre 2022 – Gli occhi dell’innocenza
  • 3 dicembre 2022 – Il silenzio urla il tuo nome, Lea
  • 3 dicembre 2022 – “Una fimmina calabrese”: l’intervista con Paolo De Chiara
  • 27 novembre 2022 – Lettera a Lea
  • 26 novembre 2022 – Ingiustizia
  • 26 novembre 2022 – Il sindaco di Petilia Policastro: «Non abbiamo dimenticato Lea»
  • 24 novembre 2022 – Una canzone sulla storia di Lea
  • 23 novembre 2022 – Lettera a Denise 2
  • 22 novembre 2022 – Lettera a Denise
  • 18 novembre 2022 – “Una fimmina calabrese”, da oggi in tutte le librerie e online
  • 12 novembre 2022 – Lea Garofalo, 13 anni dopo: la presentazione del libro a Petilia Policastro
  • 11 novembre 2022 – Lea Garofalo è viva: nessun silenzio davanti alla sua storia
  • 2 ottobre 2022 – Scempio a Pagliarelle: colpita la pietra che ricorda Lea Garofalo
  • 6 settembre 2022 – Carlo Cosco, l’ergastolano parlante: non fate demagogia pietosa
  • 8 agosto 2022 – Una pietra d’inciampo per Lea Garofalo 2
  • 2 agosto 2022 – Una pietra d’inciampo per Lea Garofalo
  • 24 luglio 2022 – Tutti dovremmo prendere esempio dal coraggio di Lea Garofalo
  • 24 luglio 2022 – La rabbiosa reazione dei Cosco
  • 22 luglio 2022 – Carlo Cosco, la “bestia”, si sta riorganizzando sul territorio
  • 20 luglio 2022 – Una strada per Lea Garofalo a Pagliarelle
  • 16 luglio 2022 – Il ritorno della “bestia” Carlo Cosco
  • 10 luglio 2022 – Una montagna di sterco
  • 8 marzo 2022 – Il coraggio di dire no: la poesia
  • 6 marzo 2022 – Il coraggio di dire no a Taurianova

  • 24 novembre 2021 – Per non dimenticare la “fimmina calabrese” che sfidò la schifosa ’ndrangheta
  • 22 novembre 2021 – In ricordo di Lea Garofalo e Giusy Potenza
  • 19 novembre 2021 – Lea Garofalo, il coraggio di dire no
  • 3 novembre 2021 – Superate le 15 mila firme per la “fimmina” che sfidò la schifosa ’ndrangheta
  • 28 ottobre 2021 – Una strada per Lea Garofalo a Campobasso
  • 29 settembre 2021 – Lea Garofalo fa ancora paura
  • 30 luglio 2021 – Percorsi di lettura e di antimafia sociale: si parla di Lea Garofalo
  • 5 maggio 2021 – Lea Garofalo, 5 maggio 2009: il tentato sequestro di Campobasso

  • 24 novembre 2020 – Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ’ndrangheta
  • 23 novembre 2020 – Lea Garofalo è una testimone di giustizia
  • 22 novembre 2020 – Il grido d’aiuto inascoltato di Lea Garofalo
  • 21 ottobre 2020 – Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello
  • 5 maggio 2020 – Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili
  • 5 maggio 2020 – Lea Garofalo, il tentato sequestro di Campobasso
  • 5 maggio 2020 – Undici anni dopo
  • 8 marzo 2020 – Una panchina rossa per Lea
  • 8 marzo 2020 – Lea, in vita, non è stata mai creduta
  • 26 gennaio 2020 – Canusia, tra cultura popolare e impegno civile
  • 13 gennaio 2020 – Lea Garofalo, il prete che nega l’evidenza: «Mai conosciuta»

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Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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