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Nino Agostino e Ida Castelluccio: il racconto di Nino Morana dal processo d’appello

L’udienza per il duplice omicidio, le dichiarazioni di Vito Galatolo e la richiesta di acquisire la testimonianza di Giovanni Falcone sull’Addaura: memoria e ricerca della verità nelle parole del nipote.

by Redazione Web
12 Ottobre 2026
in L'Opinione
Reading Time: 9 mins read
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Nei giorni scorsi si è svolta un’udienza, durata diverse ore, del processo d’appello per il duplice omicidio dei miei zii, Nino Agostino e Ida Castelluccio, che vede imputato Gaetano Scotto.

Nell’aula adiacente era invece in corso l’udienza per la strage di Monreale, in cui persero la vita i giovani Salvatore Turdo, Massimo Pirozzo e Andrea Miceli. Lì abbiamo incontrato e abbracciato la madre e la sorella di Massimo, la cui forza e nobiltà d’animo sono straordinarie e fonte di profonda ispirazione.

Chi avrebbe mai detto che, sotto lo stesso tetto, si sarebbero celebrati due processi così diversi e, al tempo stesso, caratterizzati da dinamiche umane così simili? È bastato un abbraccio tra le nostre famiglie per dirci tutto, senza bisogno di aggiungere parole.

Le dichiarazioni di Vito Galatolo e il dolore delle famiglie

Mentre nell’udienza per la strage di Monreale venivano ascoltati sei testimoni, nel processo per i miei zii è stata depositata la testimonianza di Vito Galatolo, esponente della famiglia mafiosa dell’Acquasanta.

In questi anni di processi ho ascoltato decine di dichiarazioni di collaboratori di giustizia. In tutti quegli agghiaccianti racconti ho sempre intravisto la feroce banalità del male. Tuttavia, ascoltare le parole di Galatolo durante l’udienza mi ha gelato il sangue.

Ha descritto decine di persone uccise in vicolo Pipitone, i cui corpi venivano sciolti nell’acido. Ha ricostruito come da quello stesso vicolo partissero le condanne a morte di valorosi servitori dello Stato: il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, l’onorevole Pio La Torre e lo stesso zio Nino.

Un altro aspetto profondamente doloroso è stato ascoltare il racconto di uomini infedeli dello Stato che entravano in quel vicolo e sedevano a tavolino con i Madonia, con Scotto e con i Galatolo.

La richiesta di acquisire la testimonianza di Giovanni Falcone

Il nostro avvocato, Fabio Repici, ha inoltre chiesto l’acquisizione della testimonianza resa dal giudice Giovanni Falcone il 4 dicembre 1990 alla Procura di Caltanissetta, riguardante il fallito attentato all’Addaura.

Si tratta di un documento recuperato dalla giornalista e amica Stefania Limiti e pubblicato nel suo libro Il Nemico, di cui consiglio vivamente la lettura.

Di seguito riporto i passaggi dedicati a zio Nino tratti dal lavoro di Stefania. Le ricostruzioni e le dichiarazioni contenute nell’estratto sono riportate con le attribuzioni presenti nel testo originale.

Nino Agostino, l’Addaura e la ricerca della verità: l’estratto dal libro

La forza di Nino Madonia e del suo clan dipendeva dalla loro abilità a coltivare un’ampia varietà di relazioni con uomini degli apparati, tra i quali va ricordato anche il dirigente della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: colui che condusse le indagini sull’attentato all’Addaura – ma di questa clamorosa sovrapposizione di interessi Falcone non avrebbe mai saputo nulla.

La caratura «istituzionale» dei Madonia all’interno di Cosa nostra qualifica l’Addaura come un luogo di incrocio di variegati interessi. Non sfuggì all’attenzione di Falcone, inoltre, il raffinato tentativo di depistaggio architettato per confondere le indagini: si diffusero voci che accreditavano un ruolo nella tentata strage del poliziotto Nino Agostino, ucciso nell’agosto successivo all’Addaura, e di un collaboratore del Sisde, Emanuele Piazza, anch’egli vittima della stessa brutale sorte. Falcone disse che qualcuno teneva a stabilire un legame tra quelle due persone e quei fatti che, invece, non erano per niente legati tra loro, facendo capire che erano in atto manovre diversive: «avevo registrato che, specie a livello di stampa, è ricorrente l’ipotesi che i due [Agostino e Piazza] fossero in qualche modo collegati con il mio attentato. Le indagini, tutt’ora condotte con impegno e scrupolo, non hanno dato tuttavia alcuni concreti riscontri a questi sospetti» (Testimonianza di Giovanni Falcone, 4 dicembre 1990, Procura di Caltanissetta).

La posta in gioco era molto alta, al punto da stimolare la costruzione di una pista inventata, pur di non disturbare le delicate relazioni della famiglia di Resuttana.

La base operativa dei Madonia, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, era in vicolo Pipitone a Palermo, ma anche questo Falcone non può sapere. Quella strada è il loro ufficio, dove organizzano traffici e incontrano amici e protettori e dove si recano personalmente anche personaggi di notevole calibro – dovevano sentirsi tutti invincibili. Vito Galatolo, figlio di Vincenzo, spietato killer del clan, ha raccontato le scene a cui egli stesso ha assistito quando arrivavano nel vicolo Contrada, e Aiello, il suo ex collega ormai senza divisa, a disposizione per i lavori sporchi. Vito ha descritto con ricchezza di dettagli un loro incontro con i vertici della famiglia mafiosa poco tempo prima dell’attentato all’Addaura, mentre sua sorella Giovanna ha perfino saputo da conversazioni di famiglia che l’attentato era stato organizzato con la complicità dei Servizi segreti. L’uomo di collegamento tra i capi dei Madonia e i Servizi è Gaetano Scotto che svolse il delicato ruolo fino al 1992, in prossimità della strage di Capaci, recandosi spesso sul monte Pellegrino, e non per allegre escursioni. In quel luogo che domina l’intera città di Palermo, dentro le stanze del Castello Utveggio, svolgeva allora la sua attività, sotto la copertura di un ente regionale, il Centro ricerche e studi direzionali, un’appendice del Sisde: Scotto godeva lì di una certa agibilità, potendo utilizzare il centralino senza che venisse annotato il destinatario, come prevedeva il regolamento interno. Il Centro venne poi smobilitato di gran lena nel 1992, all’indomani della strage di via d’Amelio, per evitare seccature e interferenze delle indagini, visto che le sue stanze offrivano una formidabile visuale proprio sull’area dell’eccidio. Paolo Borsellino, nell’ultima fase della sua vita, stava ben attento a chiudere le tende della sua camera da letto che pure guardava il Castello e da dove poteva essere spiato: «ci possono vedere a casa», diceva alla moglie.

Tante di queste cose Falcone non le saprà mai, eppure aveva ben inquadrato la natura «ibrida» di quel che era successo – già dal 1986 egli parlava di «ibridi connubi». All’Addaura per caso si evitò la strage: le schegge contenute nella bomba nascosta tra gli scogli avrebbero potuto colpire nel raggio di 60 metri. Anche se l’esatta dinamica dei fatti venne ricostruita solo molto tempo dopo la sua morte, nel giugno del 1989 Giovanni Falcone aveva consapevolezza della dinamica dell’attentato e dei suoi ispiratori. Anche perché aveva capito che i Servizi giocavano una loro partita.

(—)

In questa continua e affilata esplorazione, Falcone incrocia anche il poliziotto Agostino che si alterna ai turni di servizio della sua scorta. Agostino fa capo al commissariato di San Lorenzo, un posto dove nessuno voleva andare a lavorare per evitare le asprezze di una vasta area che va dallo Zen a via del Fante e da viale della Libertà fino a viale Lazio. Il giovane non è un semplice poliziotto, svolge un lavoro particolare, dalla doppia valenza, al servizio di un gruppo clandestino completamente fuori dal controllo delle gerarchie e dagli obiettivi di pubblica sicurezza, una sorta di terra di mezzo dove si svolgono attività tradizionali della polizia, insieme a quelle di agente sotto copertura o di infiltrato, un luogo dove sfuma il confine tra Stato e criminalità, confusi dentro un unico ambiente dove la prossimità con la mafia è la norma, e dove è di casa anche Bruno Contrada. Agostino partecipa credendo di trovarsi tra i «buoni», tra fedeli servitori dello Stato che combattono il male con più spregiudicatezza, si crede agente segreto o prossimo a diventarlo, tra ingenua presunzione e giovanile leggerezza. Racconta delle sue attività a Falcone con cui si ritrova spesso a parlare ma con molta riservatezza. Un collega di Nino Agostino, anch’egli in servizio alle scorte di Falcone, ha detto che spesso il magistrato faceva allontanare tutti e si chiudeva in automobile con Nino, i due parlavano fitto fitto; sappiamo che Agostino si recava spessissimo a Trapani, in abiti borghesi, alla ricerca di qualcosa ma sicuramente non per motivi di servizio, di certo non aveva interessi familiari da quelle parti. Forse andava a esplorare per conto di Falcone? Il magistrato sapeva che l’agente era in rapporti di confidenza con Nino Madonia, sapeva poi che si era interessato alle oscure dinamiche dell’attentato all’Addaura attorno al quale ruotava l’angosciato interesse di Falcone, alla caccia delle «menti raffinatissime». Il magistrato ne parlò anche con il collaboratore Francesco Marino Mannoia, durante una pausa di uno dei lunghissimi interrogatori: «spontaneamente mi disse che Agostino si era interessato dell’attentato all’Addaura. Mi disse, mi fece capire, che aveva avuto un ruolo, io compresi di tipo investigativo. Falcone ne parlava, comunque, come di una persona certamente dalla parte dello Stato». Falcone deve essersi fidato molto di Nino Agostino, incaricato di tutelare l’incolumità di Alberto Volo nel periodo in cui questo personaggio un po’ naïf ma ben informato gli offriva la sua collaborazione.

(Tra le altre testimonianze quella del collega Domenico La Monica, ispettore di Ps, riportata già nel 1993 in una relazione di servizio: «mi disse che lavorava per i Servizi», «si mise a ridere e disse: “Tu vuoi parlare di Volo a me?”, era a conoscenza di retroscena che riguardavano l’attentato all’Addaura, “A me ne devi parlare dell’Addaura?” facendomi intendere di essere bene a conoscenza anche di questa vicenda», Ordinanza Agostino, p. 303.)

La confidenza di Agostino con quella struttura underground, con fatti, nomi e volti ad essa legati, lo rende fragile obiettivo di chi ne tutelava invece il segreto, fino a diventare la causa della brutale morte del giovane che la sorte aveva inviato sulla strada delle indagini di Falcone. Suo malgrado, Nino divenne testimone di relazioni spericolate e indicibili. Si recava spesso in vicolo Pipitone, insieme al suo amico e collega Emanuele Piazza, a dare un’occhiata e a fare foto, proprio lì dove erano di casa Bruno Contrada e il suo amico Giovanni Aiello che andavano a mercanteggiare i loro rapporti con i Madonia e i Galatolo: troppa gente per un luogo così piccolo e angusto. Giovanna Galatolo, che aveva lo sguardo della sua famiglia mafiosa, comprese che Agostino si muoveva lungo crinali impervi, ha detto poi che aveva annusato il suo «doppio gioco, fingeva di portare notizie [alle famiglie mafiose dei Galatolo e dei Madonia] ma in realtà le acquisiva e le portava da altri».

(…) (Diversi collaboratori di giustizia (Oreste Pagano, Vito Galatolo, Vito Lo Forte, Giovanna Galatolo, Giuseppe Marchese, Francesco Di Carlo e Francesco Marino Mannoia) hanno riferito che Agostino fu ucciso perché era venuto a conoscenza di rapporti segreti e illeciti tra la mafia e alte sfere della polizia, che si era rivelato inaffidabile e che la stessa sorte toccò a sua moglie perché era stata messa dal coniuge al corrente dei suoi segreti. Netto al riguardo il collaboratore Oreste Pagano: «Il poliziotto era stato ucciso perché voleva “rivelare legami della mafia con alcuni componenti della Questura di Palermo”», Ordinanza Agostino, p. 76.)

Non potevano mancare i tentativi di inquinare le acque dell’inchiesta: nelle prime ore venne costruito l’inesistente movente passionale, poi entrò in scena anche Arnaldo La Barbera che provò a convincere il balordo della Guadagna, Vincenzo Scarantino, a lungo ritenuto lo stragista di via D’Amelio, ad accollarsi la responsabilità del duplice omicidio: andava in giro con la foto di Scarantino in tasca, sperando che il padre di Nino, Vincenzo, prima o dopo si convincesse a riconoscerlo, ma la tecnica del pentito passe-partout in quel caso non funzionò.

L’uccisione di Nino e di sua moglie era stata notata nell’ambiente della sicurezza oltre confine, come raccontò il boss Francesco Di Carlo che aveva raccolto in carcere a Londra il disappunto dei Servizi inglesi: «se cominciano ad eliminare persone che hanno adoperato, finiranno male […]. Questo lo fate voi di Cosa nostra, non si fa in Polizia»: allusione alla spregiudicatezza criminale del gruppo in cui Nino pensava di essere un agente segreto.

Quando Agostino venne assassinato, Falcone andò a rendergli omaggio alla camera ardente ed era come se la morte di quel giovane da poco entrato nella sua vita gli appartenesse, lo riguardasse molto da vicino. Prese sottobraccio l’ex capo del commissariato San Lorenzo, Saverio Montalbano, a cui si rivolse con il tu, forse un segno spontaneo dell’emotività e della complicità di quel momento, sussurrando: «questa di Agostino è una cosa fatta contro di me e contro di te». Qualunque cosa abbia voluto dire, stabilì una connessione tra sé stesso, Agostino e Montalbano: quest’ultimo aveva messo in atto un repulisti dentro il commissariato San Lorenzo (dove arrivò nel maggio del 1989), luogo infestato da persone esterne e da attività opache. Montalbano è un poliziotto capace, con una visione ampia delle cose siciliane. Nel 1983 aveva svolto indagini sulla presenza dei neofascisti nell’isola, in particolare su Concutelli, Mangiameli, Volo e le loro attività di addestramento militare a Castelvetrano, per questo Falcone lo aveva coinvolto nelle sue indagini, affidandogli nel 1987 una ricerca dei luoghi frequentati da Valerio Fioravanti durante il suo soggiorno siciliano di sette anni prima. Montalbano conosceva bene gli ambienti fascisti e la loro collateralità con strutture dello Stato come quelle nelle quali era stato arruolato Agostino e sulle quali Falcone aveva tutte le intenzioni di fare luce.

Nino Morana

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