Oggi, 27 ottobre 2026, si vota in Israele. E a guardare le urne aperte in queste ore, si ha l’impressione che il Paese si trovi davanti allo specchio più impietoso della sua storia recente. Non è una tornata elettorale come le altre, un semplice avvicendamento tra partiti o una normale verifica di metà mandato. È il giudizio universale – e drammaticamente interno – di una nazione sfinita da anni di fratture costituzionali, spaccata a metà tra chi vuole blindare lo Stato dietro una cortina di ferro e chi sente che, continuando così, a evaporare non saranno solo i confini, ma l’anima stessa della democrazia.
Il punto, però, è che bisogna sgomberare subito il campo da un grande equivoco ovvero pensare che un’eventuale, storica batosta elettorale per Benjamin Netanyahu equivalga a un magico interruttore capace di spegnere la guerra d’emblée, cancellando d’un tratto anni di tensioni, sangue e radicalizzazione.
Sarebbe bellissimo, quasi salvifico, credere che caduto il “re” crolli automaticamente l’impalcatura del conflitto. Ma la realtà geopolitica è molto più cinica e pesante. La macchina bellica, l’architettura blindata della sicurezza nazionale, la rabbia accumulata, i traumi collettivi e le dinamiche spietate del Medio Oriente hanno ormai una loro autonomia, un’inerzia spaventosa che non si arresta con un semplice cambio di timoniere alla Knesset.
Nessun nuovo governo, che sia espressione del centro, della sinistra o di un’improbabile e sofferta coalizione trasversale, potrà svegliarsi domattina e cancellare d’un tratto la postura militare di Israele, o riannodare i fili della pace con un colpo di spugna. Le ferite aperte nel tessuto profondo della regione sono troppo profonde per cicatrizzare a comando.
Eppure – e qui sta il vero bivio – archiviare l’era Netanyahu cambierebbe radicalmente il metodo. Significherebbe smettere di gestire lo Stato con la logica perenne dell’emergenza e del nemico assoluto. Significherebbe togliere il monopolio della sopravvivenza nazionale a una leadership che ha fatto della polarizzazione interna la sua polizza vita politica. Non la pace immediata, dunque, ma la restituzione a Israele della possibilità di scegliere che strada prendere, sottraendo il Paese a una deriva monolitica che lo isola progressivamente dal resto del mondo.
Il voto di oggi non cade nel vuoto cosmico, né si consuma in una bolla isolata. Al contrario, si inserisce all’interno di un autunno geopolitico globale straordinariamente denso, in cui le urne stanno ridisegnando gli equilibri di interi continenti.
Pensiamo a quello che è appena successo in Serbia, dove la storica vittoria della Lista Studentesca ha fatto barcollare e poi crollare il regime di ferro di Aleksandar Vučić dopo quattordici anni di dominio incontrastato. È la dimostrazione plastica che quando una società civile – e in particolare le nuove generazioni – si stanca di subire e di vedere calpestati i propri diritti, i muri di potere che sembravano eterni possono sgretolarsi all’improvviso, ribaltando i rapporti di forza.
O pensiamo al Brasile, dove la riconferma di Lula, tra le urgenze, le tensioni e i veleni di un Paese drammaticamente spaccato in due, mostra quanto sia difficile, ma al contempo vitale, tenere in piedi il recinto democratico di fronte all’avanzata furiosa dei populismi d’assalto e delle eversioni sotterranee.
In questo quadro di turbolenza planetaria, le elezioni israeliane si legano a doppio filo con le imminenti elezioni di midterm negli Stati Uniti. A seconda di chi vince oggi a Gerusalemme e di come si muoverà l’amministrazione americana domani, l’asse occidentale in Medio Oriente potrebbe irrigidirsi ulteriormente o cercare una disperata, faticosa via d’uscita diplomatica. È una tenaglia geopolitica pesantissima, in cui ogni mossa a livello locale riflette e amplifica le tensioni globali.
Israele oggi va alle urne consapevole che non esistono sconti, né soluzioni a costo zero. Continuare a puntare tutto e solo sulla forza della spada rischia di svuotare la nazione di ogni energia morale, riducendola a un fortino perennemente sottoassedio.
La sfida vera che si gioca non è soltanto stabilire chi vince e chi perde la poltrona, ma capire se il Paese avrà ancora la forza di rimettere in moto la politica, la discussione, il compromesso e la visione. Perché alla fine, in questo gioco di specchi e di paure, la vera sconfitta sarebbe perdere del tutto la speranza che un’alternativa esista. E senza quella speranza, a dissolversi non è solo una maggioranza di governo, ma l’idea stessa di futuro.



