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«Non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati»

by Alessio Di Florio
9 Dicembre 2021
in Mafie
Reading Time: 7 mins read
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«È ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire, è l’ora invece di dimenticare le lacrime, è  l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda».

Parole durissime, vere, appassionate, addolorate ed indignate che Salvatore Borsellino pronunciò in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio.

Era il 2007, quattordici anni fa. Il Movimento delle Agende Rosse fu fondato negli anni successivi, facendo diventare patrimonio comune di migliaia di cittadine e cittadini l’indignazione e la lotta del fratello del giudice Paolo.

«Dove sono le migliaia di persone che cacciarono e presero a schiaffi i politici che, scacciati dai funerali di Paolo, avevano osato di andare nella Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi morti insieme a lui, a fingere cordoglio e disputarsi i posti più in vista nei banchi della chiesa?[…] Dove sono le migliaia di giovani, di gente di tutte le età, che ai funerali di Paolo continuavano a gridare il suo nome, Paolo, Paolo, Paolo e costrinsero i politici che avevano permesso che quella strage a stare lontani dalla sua bara anche quando lo andammo a seppellire?» interrogativi rivolti alle coscienze libere e democratiche, a chi non si accontenta di false retoriche e cerimonie di comodo.

Perché, ed è un monito che vale allora come oggi, «non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un’agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. Ricordate che non basta cambiare nome ad un partito […] Ricordate che non basta cambiare il numero d’ordine di una repubblica […]».

Due anni prima Manfredi Borsellino, con parole simili a quelle dello zio, aveva apertamente denunciato «connivenze, ossequi ai potenti e raccomandazioni».

L’attualità di queste parole, quattordici anni dopo, come il gattopardismo italico nel quale tutto cambia perché nulla cambi, risuona nel recente monito dello stesso Salvatore Borsellino.

«Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono diventati dei santini» mentre il tema della lotta contro le mafie «è stato sempre relegato agli ultimi posti, neanche Draghi ne parla e solo quando alcuni giornalisti gli fecero notare della omissione la mise nei sui discorsi» le sue parole riportate da Antimafia2000 e pronunciate ad un incontro organizzato da Wikimafia. «Il 19 luglio 1992 è stata una  strage di Stato – denuncia Salvatore, parole pronunciate anche in interviste che ci ha rilasciato – Di questo mi ero convinto dopo anni di silenzio. In via d’Amelio ci sono stati delle persone in giacca e cravatta che aspettavano per prendere quell’agenda, per farla sparire dalla macchina di Paolo. Perché se non fosse stata fatta sparire quell’agenda sarebbe stata una strage inutile”.

Una strage e una scellerata, squallida, vigliacca, criminale trattativa che – nella compiacenza dei tromboni di regime – per lo Stato Italiano che sbandiera i «santini» è accettabile e non è condannabile. Una Trattativa che, probabilmente, per certi aspetti potrebbe non essere mai finita. Lo vediamo nei ripetuti, numerosi, anche odierni, tentativi di smantellare importanti strumenti nella lotta contro le mafie come il 41bis, l’ergastolo ostativo, la condanna dei reati dei colletti bianchi.

E nella persecuzione, nel disprezzo, nel dileggio, nell’isolamento, nel tentativo di delegittimare chi ancora oggi senza indugio e con coraggio continua a lottare, documentare e denunciare anche nei tribunali le cupole mafiose, le sue trame e le complicità di alto livello. Non si può dimenticare e tacere che c’è chi, connivente e vicino a certi ambienti politici che non disdegnano e anzi prosperano nella vicinanze con le mafie, mesi fa propose perizie psichiatriche per magistrati come Nicola Gratteri.

O i tentativi di infangare un magistrato integerrimo ed esemplare come Sebastiano Ardita nella vicenda della cosiddetta «loggia Ungheria».

La verità è più forte di ogni menzogna ma per giorni ci hanno provato, una vergogna infinita se l’Italia fosse un Paese normale e civile. L’isolamento e gli attacchi contro Nino Di Matteo, nonostante le minacce di morte di Riina sempre attuali, e quelli – sia durante gli anni da magistrato che in questi ultimi dieci – contro Antonio Ingroia, sono fatti che parlano da soli.

La scellerata, vigliacca e criminale trattativa Stato-mafia ha sparso sangue anche successivamente al 1992/1993, ne sono conferma omicidi come quello di Luigi Ilardo e Antonio Lombardo. Le testimonianze umane, affrante ed indignate di Luana Ilardo – da noi tante volte doverosamente pubblicate, pronti sempre a farlo anche in futuro – devono scuotere ogni coscienza, indignarci e portare tutte e tutti a schierarci accanto a lei nella lotta per giustizia, verità, dignità. Così come le recenti novità, riportate in un  articolo del nostro Daniele Ventura, sull’omicidio di Antonio Lombardo.

Il mese scorso la commissione parlamentare Antimafia si è interessata degli omicidi Ilardo e Lombardo con le audizioni dei figli. Raccontando l’audizione dei giorni precedenti Luana Ilardo ha ribadito, nella videointervista che abbiamo pubblicato lo scorso 20 novembre, che il padre Luigi «è stato ammazzato perché ha toccato i nervi scoperti di questo Paese».

«In questo Paese, parafrasando il poeta, “orribilmente sporco” lo Stato – nel corso della sua storia – ha ammazzato i suoi cittadini perchè la verità è sconvolgente – ha sottolineato il nostro direttore Paolo De Chiara -. Chi tocca certi fili muore e viene pure diffamato dopo la morte.

Certe verità non possono assolutamente essere rivelate. E sono tanti gli episodi che ancora sono stati lasciati, intenzionalmente, nell’oblio della storia: dalla strage di Portella (1947) alla strage di via D’Amelio (1992), dalla morte del medico (che operò quel pezzo di merda di Bernardo Provenzano) Attillio Manca (2004) alla morte di Luigi Ilardo (1996)». «La fonte «Oriente» (Luigi Ilardo) – nascosto alla mafia e alle istituzioni – porterà lo Stato a pochi passi dal casolare che “ospitava” Provenzano.

Lo Stato preferirà lasciare il mafioso in latitanza (libero di scrivere i suoi pizzini) e farà uccidere (Catania, 10 maggio 1996) l’uomo che aveva deciso di “saltare il fosso”» ha ricordato Paolo nell’articolo con cui abbiamo pubblicato la videointervista a Luana Ilardo. Riproponendo ancora una volta domande pesanti come macigni sulla coscienza (sporca e allo stesso tempo inesistente) di pupi e purari delle trame della repubblica (sia consentita la minuscola perché è la giusta, a parer dello scrivente, considerazione che di lor signori si deve tenere): «Quando finiranno questi accordi indicibili? Quando verrà tagliato il “nodo politico”? Quando la finiremo di chiamare quell’altro pezzo di merda di Matteo Messina Denaro latitante e cominceremo a definirlo “mafioso protetto dallo Stato deviato”?».

Mentre denunciamo e lottiamo perché queste domande, un giorno, possano avere le sacrosante risposte e si possa vivere in un Paese normale, riascoltiamo e sosteniamo sempre – come ha invitato nell’articolo il nostro direttore – Luana. «Donna dignitosissima che, da troppi anni, sta portando avanti la sua battaglia. La vicenda di suo padre Luigi è emblematica, l’archétipo dell’accordo tra Stato (deviato e schifoso) e mafie».

Pensando all’impegno e alla lotta, per cui ogni coscienza libera e democratica non può che essere loro grato e sostenerla, delle famiglie Ilardo e Lombardo indigna (ed è indicativo di quanto il Paese sporco e marcio lo sia fino alle fondamenta) il diverso trattamento mediatico e, per certi versi, politico per colletti bianchi, politici collusi e corrotti, complici e gli stessi mafiosi rispetto a Luigi Ilardo, Antonio Lombardo e i veri magistrati antimafia, giornalisti coraggiosi e altre vittime delle scellerate trattative.

Dai boss defunti come Bernardo Provenzano e Totò Riina ai capi del Mondo di Mezzo della mafia romana fino a familiari, mai dissociati e anzi sempre «orgogliosi» delle loro mafiose famiglie di appartenenza come Giuseppe Salvatore Riina detto Salvo. Il terzogenito di Totò u curtu su cui siamo tornati, cercando di illuminare le zone grigie e le vergognose, squallide, inaccettabili accondiscendenze sociali, ad esprimere indignazione e ad incalzare in queste settimane.    

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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