In nome del popolo italiano
La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, visto l’articolo 627 del Codice di procedura penale, decidendo a seguito del rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, che con sentenza del 16 dicembre 2024 ha annullato la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria il 25 marzo 2023 nei confronti di Filippone Rocco Santo e Graviano Giuseppe,
conferma la sentenza emessa il 24 luglio 2020 dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria.
Condanna gli imputati al pagamento delle spese processuali del presente grado di giudizio, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili, liquidate come di seguito specificato:
- complessivi 2.000 euro ciascuno, oltre IVA e CPA come per legge, in favore del Comune di Rosarno;
- complessivi 3.000 euro, oltre IVA e CPA come per legge, in favore di Pasqua Vincenzo;
- complessivi 3.000 euro, oltre accessori come per legge, in favore di Musico Bartolomeo;
- complessivi 3.600 euro, oltre accessori come per legge, in favore di Vicari Teresa e Fava Maria Antonia;
- complessivi 3.000 euro, oltre accessori come per legge, in favore di Garofalo Carmelo;
- complessivi 5.500 euro, oltre accessori come per legge, in favore di Anile Antonia, Fava Ivana, Fava Valerio, Scano Patrizia, Garofalo Guglielmo, classe 1988, e Garofalo Andrea.
Decide, con separato provvedimento, in ordine alle spese richieste dalla parte civile Garofalo Loredana, ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
Indica in novanta giorni il termine per il deposito della motivazione.
L’udienza è tolta.
Ecco le parole pronunciate nell’aula bunker calabrese: la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, presieduta dal magistrato Angelina Bandiera, con Caterina Asciutto giudice a latere, ha confermato la sentenza emessa il 24 luglio 2020 dalla Corte d’Assise reggina.
Per Giuseppe Graviano, boss del mandamento palermitano di Brancaccio, e Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della potente cosca Piromalli di Gioia Tauro, resta la condanna all’ergastolo.
Fine pena mai per i due mafiosi, mandanti e assassini. Due guappi di cartone assetati di sangue e di potere criminale.
La Corte ha condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali del nuovo grado di giudizio e alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili, tra le quali figurano il Comune di Rosarno e i familiari delle vittime.
Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.
Confermata la sentenza del 2020
«La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, visto l’articolo 627 del Codice di procedura penale, decidendo sul rinvio della Corte di Cassazione, che con sentenza del 16 dicembre 2024 ha annullato la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria il 25 marzo 2023 nei confronti di Filippone Rocco Santo e Graviano Giuseppe, conferma la sentenza emessa in data 24 luglio 2020 dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria».
La strage di Scilla e i carabinieri Fava e Garofalo
La sera del 18 gennaio 1994 gli appuntati dei carabinieri Antonino Fava (36 anni) e Vincenzo Garofalo (31 anni) stanno percorrendo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria a bordo di un’Alfa 75. Nei pressi dello svincolo di Scilla, una Fiat Regata segue la pattuglia. Usa gli abbaglianti per avere un contatto, per costringere i militari a rallentare.
Poi l’agguato da parte dei mafiosi vigliacchi. Vengono esplosi colpi di fucile a pallettoni e raffiche di mitra. Fava e Garofalo vengono trucidati.
Quel duplice omicidio, insieme ad altri due attentati contro pattuglie dell’Arma, rappresentava quella strategia stragista nata per colpire direttamente lo Stato.
Cosa nostra e ‘ndrangheta: il patto per colpire lo Stato
Il processo ha affrontato il “livello superiore” degli attentati. Al centro dell’impianto accusatorio c’è l’alleanza tra Cosa nostra e i vertici della ‘ndrangheta durante la stagione delle bombe e degli omicidi (tra il 1992 e il 1994).
Dopo Capaci e via D’Amelio, il crimine (insieme alle “menti raffinatissime” legate e/o in rappresentanza delle Istituzioni italiane deviate) si sposta sul continente. Firenze, Milano e Roma. Bombe contro il patrimonio artistico, i cittadini, le istituzioni.
Il fallito attentato allo Stadio Olimpico progettato per massacrare centinaia di carabinieri e civili. Rientrato al secondo tentativo. L’accordo tra mafia e Stato (deviato) era stato raggiunto.
Ne abbiamo parlato anche con Salvatore Borsellino:
Secondo l’accusa, Giuseppe Graviano rappresentava la componente siciliana di quel progetto criminale. Rocco Santo Filippone avrebbe costituito il punto di collegamento con la cosca Piromalli e con i livelli apicali della mafia calabrese. Due organizzazioni schifose, unite per mostrare la potenza militare e costringere lo Stato a trattare.
Un percorso giudiziario tormentato
La prima sentenza è del 24 luglio 2020. La Corte d’Assise di Reggio Calabria condannò Graviano e Filippone all’ergastolo. Il 25 marzo 2023 la Corte d’Assise d’Appello confermò entrambe le condanne. Il 16 dicembre 2024 la Corte di Cassazione annullò quella decisione con rinvio. Riparte il nuovo processo davanti a un diverso collegio della Corte d’Assise d’Appello. Lo scorso 10 luglio 2026, il nuovo verdetto: la sentenza del 2020 viene confermata.
Lombardo e il “cortocircuito” della Cassazione
Nel corso della requisitoria, il magistrato Giuseppe Lombardo aveva attaccato duramente la motivazione con cui la Cassazione aveva disposto il rinvio. Come ricostruito da WordNews.it nell’approfondimento del 22 aprile 2026, Lombardo aveva sostenuto che il vero cortocircuito non si trovasse nelle precedenti sentenze di merito, ma proprio nella decisione della Suprema Corte:
«Il cortocircuito, se un cortocircuito c’è, è presente esclusivamente nella motivazione della sesta sezione della Corte di Cassazione».
Il magistrato aveva contestato errori nella ricostruzione degli atti processuali, nella cronologia delle dichiarazioni e nella valutazione dei racconti dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani.
«La verità non teme il tempo, solo la bugia teme il tempo».
Lombardo aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. La Corte ha accolto quella richiesta.






