In via D’Amelio, davanti all’ulivo diventato simbolo di memoria e resistenza, Salvatore Borsellino ha pronunciato un intervento durissimo, affidando alle nuove generazioni il compito di proseguire una battaglia che dura da oltre trent’anni.
«Le mie gambe non hanno più la forza», ha detto, indicando nei giovani di Our Voice, delle organizzazioni giovanili e del Comitato 23 maggio coloro che dovranno raccogliere il testimone e continuare a gridare «Resistenza» e «Fuori la mafia dallo Stato».
La voce di Salvatore Borsellino, seppure affaticata, non ha rinunciato alla denuncia. Ha ribadito il divieto morale di trasformare via D’Amelio in una passerella per partiti e istituzioni, ha rivendicato il carattere antifascista della manifestazione e ha rivolto accuse pesantissime al Governo Meloni, alla Commissione parlamentare Antimafia, alla sua presidente Chiara Colosimo e al progressivo indebolimento degli strumenti legislativi utilizzati nel contrasto alla criminalità organizzata.
Borsellino ha contestato il tentativo, da lui denunciato, di separare la strage di via D’Amelio da quella di Capaci e dall’intera stagione stragista italiana.
Al centro delle sue parole resta quel «filo nero» dell’eversione neofascista che, secondo la sua ricostruzione, unirebbe le stragi e i depistaggi che hanno attraversato la storia repubblicana.
Un intervento senza mediazioni, pronunciato nel luogo in cui il 19 luglio 1992 furono assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Sono felice di essere anche quest’anno riuscito a venire in questa via. Le mie gambe non hanno più la forza per portarmi in quel Castello Utveggio nel quale c’è stata la cabina di regia della strage compiuta in questo luogo. Ma ci sono altre gambe che camminano al posto mio; la mia voce non è più in grado di gridare “resistenza”, di gridare “fuori la mafia dallo Stato”, ma ci sono altre voci, altri giovani che gridano queste parole al posto mio.
Io ho voluto quest’anno — anche perché non ero sicuro di riuscire a venire in questa via dove vengo da decine di anni — ho voluto delegare la gestione di questa giornata ai giovani: ai giovani di Our Voice, ai giovani delle organizzazioni giovanili, ai giovani del comitato 23 maggio. È per il momento per loro di prendere le redini di questa manifestazione.
Io da anni vengo qui per impedire agli avvoltoi di venire sul luogo della strage, di volteggiare sul luogo della strage e di portare quelle corone di fiori, le “corone di bende morte” che portavano davanti a questo ulivo. È da anni che impedisco ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni, ai rappresentanti dei partiti di venire come tali in questa via. Chiunque può venire come persona, ma nessuno deve venire come rappresentante di partiti che si ricordano soltanto una volta all’anno che c’è stata una via D’Amelio a Palermo; di istituzioni che non sono riuscite ancora, a 34 anni di distanza, a darmi verità e giustizia.
Ho delegato l’iniziativa di questa giornata a questi ragazzi che sicuramente riescono oggi a farlo meglio di me, che non ho più le forze; ho appena le forze per parlare. Ma c’è una cosa che tocca a me, è quella di dire quelle cose che, se dovessero dirle questi ragazzi, poi verrebbero coperti — come è successo — da querele per intimidirli. È purtroppo questa la strategia che adoperano, quindi se qualcuno deve dirle, devo dirlo io al posto loro.
Voglio dire anche una cosa a Giovanni Paparcuri: vedi, sono stato io a volere che i fascisti non potessero entrare in questa via, a confinarli lontano, in via dell’Autonomia Siciliana. Volevano rubarci addirittura il nostro palco, questo è quello che volevano fare. Io non lo permetterò finché sarò vivo: qui i fascisti non entreranno. Con i fascisti non c’è possibilità di accordo, e li combatterò finché avrò vita.
Ed è per questo che voglio ricordare a quella che oggi è la signora che è qua da Presidente del Consiglio nel nostro paese: di non dire di ispirarsi a Paolo Borsellino soltanto perché, all’atto della sua consacrazione come presidente del governo, è passata davanti al poster di Paolo Borsellino. Non basta! Non basta, caro Presidente del Consiglio, non basta. Puoi farlo perché a Paolo Borsellino ormai non puoi chiedere neanche di fare un selfie per poi pubblicarlo sui tuoi post; l’hai dovuto chiedere a Trump di fare un selfie insieme per far salire i tuoi contatti, facendo strame dell’orgoglio del nostro paese chiedendogli un selfie soltanto per avere più visibilità. Non è questo ispirarsi a Paolo Borsellino, Presidente del Consiglio, non è questo.
Non è ispirarsi a Paolo Borsellino distruggere tutto quel patrimonio di leggi che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano dato alla magistratura e alle forze dell’ordine per poter combattere la criminalità organizzata. È stato fatto strame di tutto questo: ergastolo ostativo, 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia, intercettazioni. Hanno tolto tutte le armi ai magistrati per non permettergli di combattere come dovrebbero fare la criminalità organizzata. E hanno anche depenalizzato l’abuso d’ufficio, quello che era il punto di ingresso, l’arma di difesa dei sindaci del nostro paese: quando qualcuno voleva imporgli degli appalti, si facevano difendere con lo scudo dell’abuso d’ufficio. Oggi, purtroppo, non possono farlo più.
E non è soltanto questo: questo governo ha anche tolto al Parlamento la sua funzione. Il Parlamento non esiste più; quello che era il potere legislativo del nostro paese affidato al Parlamento non esiste più. Si va avanti a forza di decreti legge e nient’altro. E purtroppo questi decreti legge non sono decreti legge da nulla. C’è una legge che è stata fatta passare nell’articolo 31 di quello che chiamano i “dispositivi di sicurezza” [decreto sicurezza] che, come ha ricordato oggi anche un altro familiare di vittime di mafia, dà ai servizi segreti — che sempre l’hanno fatto — la possibilità di fare quello che sempre hanno fatto: cioè di partecipare ad associazioni terroristiche, di detenere esplosivo, di guidare addirittura associazioni terroristiche, addirittura di compiere omicidi senza doverne rispondere alla magistratura. Cioè quello che hanno sempre fatto e che ha permesso di dare vita a questa lunga serie di stragi che parte, potrei dire, da Portella della Ginestra, ma mi limito a dire da Piazza Fontana in poi; ed è stata quella che ha ribaltato l’ordine democratico del nostro paese e ha permesso di arrivare a questo governo, a questo sistema di potere.
Un sistema che mette in piedi una Commissione Parlamentare Antimafia che, piuttosto che cercare la verità su una strage da cui sono passati ormai 34 anni, sta facendo esattamente il contrario. Ha innanzitutto tentato di estromettere [Roberto Scarpinato] per un preteso conflitto di interessi, che se qualcuno ce l’ha è proprio la Colosimo, che i suoi interessi li mostra sui post con fotografie accanto ad assassini, con terroristi come Ciavardini: è questo che sta facendo quella commissione. E soprattutto cerca di isolare la strage di via D’Amelio dalle altre, come se fosse una strage a sé stante, staccata dalle altre e soprattutto dalla strage di Capaci.
Invece via D’Amelio, io ritengo sia la diretta conseguenza di Capaci. Ho a lungo creduto che mio fratello fosse stato ucciso così in fretta perché si era opposto alla trattativa; sicuramente alla trattativa si sarà opposto, però la sua opposizione alla trattativa non avrebbe giustificato l’accelerazione di quella strage. Mentre la strage di Capaci è stata una strage preparata a lungo, e con mezzi che non erano certo a disposizione dei soli imputati poi accusati di avere compiuto quella strage. Il telecomando che aveva in mano Brusca probabilmente non era in grado neanche di accendere una televisione: lì c’è voluto ben altro. C’è voluto un doppio comando, sono voluti esplosivi di cui i mafiosi non avevano la disponibilità per riuscire a centrare una macchina che andava a più di 120 all’ora su un tratto di autostrada, mentre passava su quel cunicolo riempito di morte, di tritolo, di Semtex, di T4… esplosivi che non sono a disposizione dei mafiosi, ma sono a disposizione di questi servizi segreti di cui l’articolo 31 di quel decreto sicurezza decreta l’impunità. Devono rispondere soltanto al capo del governo. E se il capo del governo è una persona come la Meloni, allora è meglio che tutto questo non succeda.
E purtroppo un Presidente della Repubblica a cui noi deleghiamo il compito di difendere la nostra Costituzione, purtroppo ha firmato questo decreto. Nonostante l’opposizione del coordinamento dei familiari di vittime di mafia, ha firmato quel decreto come si trattasse di tagliare un nastro delle tante inaugurazioni a cui presiede. Questo purtroppo è il nostro paese.
Questo è quello che sta facendo questa Commissione Parlamentare Antimafia: piuttosto che cercare la verità, sta cercando di occultare la verità, di riscrivere la storia del nostro paese, di eliminare dalla sequenza delle stragi quel filo nero dell’eversione neofascista che la lega, che lega tutta questa sequenza di stragi che sono quelle attraverso le quali questo sistema di potere è arrivato oggi a governarci.
Vedi Giovanni [Paparcuri], non so se sei ancora qua: io ho sempre accettato che i cittadini palermitani che partecipano a quella fiaccolata vengano in via D’Amelio. L’ho sempre accettato. Ma purtroppo alla testa di questo corteo, di questa fiaccolata, arriveranno certi personaggi che invece io qui dentro non accetto. E probabilmente mi è giunta voce che arriveranno anche con cartelli con croci celtiche e altre cose del genere; è per questo che ho voluto preparare questi cartelli per tirarli fuori qualora mi dovessero servire.





