È accaduto nuovamente nell’azienda agricola di Patrizia Rodi Morabito, imprenditrice di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro. Un incendio ha distrutto un ettaro di melograni, ciò che rimaneva dell’impianto di kiwi, diversi filari di aranci antichi ancora produttivi e buona parte del sistema di irrigazione.
Non sono andate in fumo soltanto le piante. È stato colpito – ancora una volta – il lavoro, quello quotidiano e silenzioso.
«Questa volta abbiamo perso melograni, altri kiwi, filari di arance. Di nuovo una mano ignota ha deciso di mettere fine alla vita di queste piante. Di nuovo il lavoro devastato e calpestato».
Così Patrizia Rodi Morabito ha raccontato quanto scoperto questa mattina (5 agosto 2026), ringraziando la Tenenza dei Carabinieri di Rosarno per l’immediato intervento e per il sostegno ricevuto.
La telefonata dell’operaio e la scoperta della devastazione
A informarla dell’accaduto è stato uno dei suoi operai, impegnato sin dalle prime ore della giornata all’interno della vasta azienda.
«Questa mattina il mio operaio mi ha telefonato molto presto. Stiamo iniziando prestissimo a lavorare perché, a una certa ora, bisogna andare via per il troppo caldo.
Mi ha detto che c’era stata una devastazione in uno dei punti dell’azienda».
Le dimensioni dell’area – come ha spiegato Patrizia – rendono impossibile controllare contemporaneamente ogni appezzamento. Le verifiche vengono effettuate progressivamente, spostandosi nei diversi settori per controllare gli impianti e programmare gli interventi necessari. È stato durante uno di questi controlli che l’operaio ha scoperto le conseguenze del nuovo incendio.
Secondo quanto riferito dall’imprenditrice, il rogo si è sviluppato all’interno dell’azienda e non sarebbe stato provocato da un fronte di fuoco proveniente dalle strade circostanti.
Saranno le autorità competenti a stabilirne l’origine e a individuare eventuali responsabilità.
«Il fuoco era all’interno dell’azienda. Non può essere partito da solo né essere arrivato da una delle strade che circondano i terreni».
Distrutto un ettaro di melograni
Il bilancio sembrerebbe molto pesante. Il fuoco ha investito diversi filari di aranci, piante antiche e produttive, e ha distrutto circa un ettaro coltivato a melograni. Le fiamme hanno distrutto ciò che rimaneva dell’impianto di kiwi, già colpito dall’incendio denunciato poche settimane prima.
«Questa volta il fuoco si è portato via diversi filari di alberi d’arancio. Sono alberi antichi che producono. Poi si è portato via un ettaro di melograni e il rimanente dei kiwi che non era andato a fuoco l’ultima volta».
Le piante raggiunte dalle fiamme, spiega Patrizia Rodi Morabito, non sarebbero recuperabili.
Ai danni alle coltivazioni si aggiunge la distruzione di una parte dell’impianto di irrigazione, con tubature e componenti in plastica sciolti dal calore.
«Oltre alle piante distrutte, perché non sono recuperabili, buona parte dell’impianto di irrigazione si è squagliata. E poi è andato in fumo il lavoro».
«Il danno ricade sull’intera comunità»
Patrizia Rodi Morabito respinge una lettura esclusivamente privata della devastazione. Bruciare una coltivazione significa danneggiare l’ambiente, cancellare investimenti, sottrarre opportunità occupazionali e scaricare sulla collettività le conseguenze dell’inquinamento prodotto dal rogo.
«Tutti i danni perpetrati alle piante e al verde sono danni che ricadono su tutta la comunità, perché creano inquinamento e tolgono lavoro. Non lo tolgono soltanto a me».
Il danno economico dovrà essere ancora quantificato e si sommerà a quello provocato dal precedente incendio.
«Ad occhio e croce il danno è importante. Si somma a quello di qualche settimana fa e, insieme, fanno una bella somma».
L’intervento dei Carabinieri di Rosarno
La Tenenza dei Carabinieri di Rosarno è intervenuta immediatamente dopo la segnalazione. L’imprenditrice ha voluto sottolineare ancora una volta la presenza e la professionalità dei militari.
«C’è stato un intervento immediato della Tenenza dei Carabinieri di Rosarno. Sono sempre molto presenti, professionali e veramente attenti alle richieste».
Come la stessa imprenditrice ha ribadito più volte, non si possono formulare accuse senza prove né costruire ricostruzioni arbitrarie. Ma sarebbe irresponsabile ignorare la ripetizione dei danneggiamenti che, dal 2023, stanno colpendo il lavoro e la libertà d’impresa di Patrizia.
«Non conosco il vittimismo: ci rimbocchiamo le maniche»
Nelle sue parole non c’è rassegnazione. C’è la fatica di chi deve ricominciare ancora una volta, ma c’è anche la determinazione a non consegnare la propria terra al silenzio e all’abbandono.
«Bisogna lavorare e, fin quando si può lavorare, si lavora. Quando sarà il momento di intervenire, si interverrà. Ogni cosa a suo tempo. Adesso ci rimbocchiamo le maniche e lavoriamo.
Non conosco la soluzione del piagnisteo, del ripiegamento su se stessi o del vittimismo. Conosco soltanto una cosa: bisogna tirare avanti, progettare, riprogettare e ristabilire l’ordine che viene, di volta in volta, calpestato».
Ma la resistenza individuale ha un limite. Tutta la comunità locale dovrebbe stringersi intorno a Patrizia, soprattutto per comprendere le “motivazioni” (magari legate a qualche ordine da eseguire) di qualche vigliacco (per adesso senza nome e senza volto) che continua a colpire una donna piena di dignità.
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