Il 5 dicembre, nella Sala Di Liegro di Palazzo Valentini, nel cuore di Roma, l’arte contemporanea è tornata a farsi cura, dialogo e comunità. La terza edizione del Premio Internazionale “Giovan Battista Calapai e Theodora van Mierlo Benedetti”, promosso da A-HEAD Project di Angelo Azzurro Onlus con il patrocinio della Città Metropolitana di Roma Capitale, ha rimesso al centro un tema troppo spesso relegato ai margini: la salute mentale come questione culturale, politica e sociale.
Un’iniziativa, ideata e curata da Piero Gagliardi, che non è semplice premio, ma percorso: un laboratorio pubblico dove arte, psichiatria e comunità si incontrano per scardinare pregiudizi e raccontare la fragilità non come difetto, ma come risorsa.
Biolghini: «L’arte che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo trasforma»
L’apertura della cerimonia è affidata ai saluti istituzionali di Tiziana Biolghini, Consigliera delegata della Città Metropolitana di Roma Capitale (Pari Opportunità, Politiche Sociali, Cultura, Partecipazione, Trasparenza e Anticorruzione).
Biolghini indica con chiarezza il cuore del progetto: le sinergie tra cultura e sociale come necessità, non come orpello.
La città, dice in sintesi la Consigliera, ha bisogno di intrecci: progetti che uniscano generazioni, pratiche, linguaggi differenti per costruire una visione più inclusiva di benessere. Un’idea di cultura che non rimane chiusa nei luoghi istituzionali dell’arte, ma entra nei territori della fragilità, dell’ascolto, della cura.
Un passaggio è emblematico: il grazie rivolto all’associazione e ai giovani artisti e artiste per aver creduto in un’arte che «non si limita a rappresentare il mondo, ma lo trasforma». È la chiave politica di questa edizione.
Calapai: arte e salute mentale, un legame da custodire
La Presidente Stefania Calapai richiama il senso profondo del Premio: custodire il legame tra ricerca artistica e profondità del pensiero.
Il progetto A-HEAD è, prima di tutto, questo: un ponte tra pratica artistica e cura della mente, senza mai perdere di vista la matrice originaria della Onlus Angelo Azzurro. L’obiettivo è chiaro: portare l’arte dentro i centri della cura e combattere, con ostinazione, lo stigma della malattia mentale.
Le opere selezionate – sottolinea Calapai – interrogano materia, corpo e inquietudini contemporanee: un esercizio di verità, necessario in un presente attraversato da ansie collettive, precarietà esistenziali e isolamento sociale.
Qui la fragilità non viene rimossa né edulcorata: viene guardata, nominata e trasformata in linguaggio.
Benedetti: la fragilità come motore creativo
Il curatore Lorenzo Benedetti insiste su un punto decisivo: «la fragilità non è un limite, ma un motore creativo».
I progetti premiati mostrano come l’arte possa ancora essere luogo di trasformazione e rigenerazione, spazio in cui il vissuto personale, il disagio e il conflitto interno diventano forma, gesto, immagine, corpo scenico.
In un sistema dell’arte spesso dominato da logiche di mercato e visibilità, questo Premio assume una posizione controcorrente: riconosce e sostiene pratiche che mettono al centro la persona, il processo, la relazione, non solo l’oggetto-opera.
I premi: Barchitta, Zabarella, Zeroscena
La giuria, composta da Lorenzo Benedetti, Dora Stiefelmeier, Mario Pieroni, Gianfranco Grosso, Francesco Nucci, Davide Sebastian, Simona Spinella, Teresa Macrì, Paolo Grassino e Raffaella De Chirico, ha assegnato tre riconoscimenti che raccontano tre modi diversi di vivere e mettere in scena il rapporto tra corpo, spazio e fragilità.
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Alessio Barchitta si aggiudica il Premio Giovan Battista Calapai (1.200 euro + pubblicazione A-HEAD Edizioni). La sua ricerca attraversa pittura, scultura e installazione, lavorando sulla memoria dei materiali e sulle tensioni tra fragilità e permanenza. Un’indagine sulla materia come luogo di resistenza e vulnerabilità, sulla traccia che il tempo incide sulle cose e sui corpi.
Il premio è stato consegnato da Barbara Salvucci. -
Giulia Zabarella riceve la Menzione Theodora van Mierlo Benedetti (800 euro + pubblicazione) per un lavoro che intreccia performance, corpo e linguaggio, investigando il passaggio dal visibile all’invisibile. Il corpo diventa dispositivo di apparizione e scomparsa, confine mobile tra ciò che si mostra e ciò che resta nell’ombra.
La menzione è stata conferita da Carla Benedetti Bock e Lorenzo Assirio Benedetti. -
Il collettivo Zeroscena (Elisa La Boria e Luka Bagnoli) ottiene il Premio Piero Gagliardi (500 euro + acquisizione di un’opera inedita per il MUSMA di Matera). Il loro progetto trasforma spazi di confinamento e ambienti domestici in dispositivi di interrogazione critica: attraverso un linguaggio scenico e installativo, il “quotidiano” si rovescia e rivela le sue tensioni profonde.
Il premio è stato consegnato da Luca Centola.
3500 cm²: quando l’arte entra nei luoghi della cura
Le opere vincitrici entreranno nella piattaforma 3500 cm², curata da Lorenzo Benedetti, che diffonde manifesti di arte contemporanea in contesti dedicati alla cura e al benessere.
Non si tratta solo di valorizzare gli artisti, ma di portare le opere fuori dai musei e dentro i luoghi dove la sofferenza psichica viene affrontata ogni giorno: centri di cura, strutture sanitarie, spazi riabilitativi.
Ai riconoscimenti economici si affiancano le opere donate da Barbara Salvucci (per il Premio Calapai e la Menzione Benedetti) e da Luca Centola (per il Premio Gagliardi), in un’ulteriore scelta di condivisione e sostegno concreto.
Arte, psichiatria e lotta allo stigma: il cuore di A-HEAD
Durante la cerimonia sono intervenuti il Dott. Alessandro Bellotta, psichiatra e psicoanalista junghiano, e i curatori Lorenzo Benedetti e Roberta Melasecca, che hanno presentato i cataloghi delle vincitrici della prima edizione del Premio, Camilla Gurgone e Gisella Chaudry.
La serata si è conclusa con l’intervento sonoro dell’artista e dj Flavia Lazzarini, che ha intrecciato musica, linguaggio e cura, trasformando la sala in un paesaggio d’ascolto condiviso.
In un contesto culturale segnato da precarietà diffusa, A-HEAD Project ribadisce la necessità di sostenere gli artisti under 35, spesso schiacciati da difficoltà economiche, accessi limitati ai circuiti istituzionali e instabilità lavorativa.
Sostenere queste generazioni significa investire in immaginazione, responsabilità culturale e futuro: permettere a visioni giovani, radicali e sperimentali di emergere e contribuire a ridefinire il nostro tempo.
Dal 2017, un progetto dove la creatività diventa sanità
Il progetto A-HEAD nasce nel 2017 per volontà della famiglia Calapai e dalla collaborazione tra l’Associazione Angelo Azzurro Onlus e artisti internazionali.
L’obiettivo è chiaro: lotta allo stigma dei disturbi mentali e sviluppo di un percorso conoscitivo sulle malattie mentali attraverso l’arte. Dal 2017 al 2022, il progetto A-HEAD Angelo Azzurro – curato da Piero Gagliardi – ha costruito un terreno comune tra laboratori artistici e psicoterapia tradizionale, dimostrando come la creatività, intesa come caratteristica profondamente umana, possa diventare strumento fondamentale per una sana interiorità.
Non è solo cultura, è sanità: i ricavati vengono destinati a progetti riabilitativi della Onlus, legati allo sviluppo di nuove capacità lavorative e creative per giovani che hanno attraversato periodi di forte difficoltà.
Il traguardo è ambizioso e concreto: reinserimento sociale pieno, attraverso percorsi che non si limitano a “curare il sintomo”, ma restituiscono voce, dignità e prospettive.
Quando la fragilità diventa ponte
Alla fine della serata, il messaggio di A-HEAD Project si condensa in una convinzione netta: arte e psichiatria possono, insieme, combattere lo stigma della malattia mentale.
Attraverso questo incontro tra linguaggi e saperi diversi, la fragilità smette di essere un peso da nascondere: diventa forma di conoscenza, ponte tra le persone, possibilità di comunità.
In un tempo che spinge a rimuovere, accelerare, dimenticare, l’esperienza di Palazzo Valentini dice l’esatto contrario: fermarsi, guardare, ascoltare è ancora un atto politico. E l’arte, quando incrocia la cura, può diventare il luogo dove le ferite invisibili trovano finalmente uno spazio per essere narrate.




