Ci sono date che non invecchiano. Il 12 dicembre 1969 non è un anniversario come gli altri: è una ferita che brucia ancora. Quello che accade nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, è un atto di guerra contro la democrazia, una strage fascista.
Pensata per mettere paura, per fermare il Paese, per pilotare il futuro.
Alle 16.37, una bomba squarcia la sala, uccide lavoratori, risparmiatori, persone comuni. Nessun “nemico interno”, nessuna “guerriglia urbana”: solo cittadini in fila, spazzati via da una violenza che non li riguardava, ma che li ha usati come carne da macello. È la nascita ufficiale della strategia della tensione.
La “madre di tutte le stragi”: 17 morti e 88 feriti.

Piazza Fontana, la matrice fascista e la grande menzogna
Oggi lo possiamo dire senza giri di parole: piazza Fontana è una strage fascista. Come tante altre. Non c’entrano gli anarchici, non c’entrano i movimenti sociali. C’entrano il terrorismo nero, gli apparati infedeli, i salotti dove qualcuno decise che per fermare le spinte di cambiamento bisognava far esplodere una bomba e addossarne la colpa a chi chiedeva più diritti, più giustizia sociale, più democrazia reale.
Il disegno è chiarissimo: colpire il Paese, per diffondere panico e invocare ordine. Ordine autoritario, con la paura come strumento di governo. E qui arriva il tradimento dello Stato. La strage fascista è una strage di Stato. Voluta dai fascisti di Stato, seduti con i loro luridi culi sulle poltrone delle Istituzioni repubblicane e antifasciste.
Le indagini vengono “giostrate”, non si guardano gli ambienti neofascisti, eversivi o gli apparati deviati. Cercano, vigliaccamente, il capro espiatorio tra gli anarchici. Si inventa la pista anarchica. Si distrugge la vita di persone innocenti per salvare equilibri di potere sporchi.
Pino Pinelli: un ferroviere, un anarchico, un capro espiatorio. La 18^ vittima di Stato
Nel cuore di questa storia c’è un nome che non può essere messo tra parentesi: Giuseppe “Pino” Pinelli. Ferroviere, militante anarchico, partigiano, uomo di idee e di dignità. Viene prelevato, interrogato, tenuto in questura oltre i limiti di legge.
Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, “cade” dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Suicidio? Malore attivo?
No, le versioni delle Istituzioni sono fasulle come gli stessi uomini che le rappresentano. Viene buttato dalla finestra della Questura di Milano dagli assassini di Stato.
Strage di Stato, depistaggi, silenzi: con Claudia Pinelli la verità torna a chiedere conto
Per decenni, l’Italia ha dovuto ingoiare versioni imbarazzanti: verità deformate dallo Stato. La realtà è una sola: Pino Pinelli è morto sotto la custodia dello Stato. È stato usato come bersaglio per costruire la truffa della pista anarchica. Pinelli non è una “vittima collaterale” di un’indagine sbagliata.
È il simbolo del tradimento istituzionale.
Ricordare piazza Fontana senza ricordare Pino Pinelli è un’operazione di comodo. Serve a ripulire la coscienza di chi ancora oggi non ha il coraggio di dire che quel ferroviere anarchico è stato schiacciato in un meccanismo di potere.
Depistaggi di Stato: la giustizia trasformata in farsa
La storia della strage di piazza Fontana è una catena di processi, rinvii, sentenze ribaltate, accuse formulate e poi smontate. Un labirinto giudiziario dove il risultato finale è grottesco: la matrice neofascista emerge, ma nessuno paga davvero per la strage. Sono stati riconosciuti i depistaggi, sono stati individuati comportamenti gravemente infedeli da parte di uomini dello Stato, sono stati descritti nei dettagli i meccanismi della strategia della tensione. Ma alle famiglie delle vittime, ai feriti, al Paese, non è mai stata consegnata una giustizia all’altezza del crimine.
Questa è la verità più dura da digerire: lo Stato che avrebbe dovuto difendere i suoi cittadini non solo non li ha protetti, è stato complice. E ha anche avvelenato la ricerca della verità. Ha costruito falsi colpevoli, ha coperto responsabilità pesantissime, ha messo sabbia negli ingranaggi della giustizia.
Quando si parla di depistaggi di Stato non si parla di errori in buona fede. Si parla di scelte precise: proteggere pezzi di apparati, relazioni inconfessabili, equilibri politici fragili, sacrificando la verità e la dignità delle vittime.
Verità storica contro verità ufficiale
Cinquantasei anni dopo, siamo ancora imprigionati in una doppia realtà: la verità storica, che parla di strage fascista, terrorismo nero, strategia della tensione, depistaggi, complicità, silenzi; la verità giudiziaria, con responsabilità riconosciute solo a metà e nessun vero colpevole condannato per l’eccidio.
Se un Paese non è in grado di dire con chiarezza chi ha messo le bombe, chi ha coperto i responsabili, chi ha costruito le menzogne, quel Paese resta fragile, esposto, vulnerabile.
Parlare oggi di piazza Fontana non è un esercizio di memoria retorica. È un esame di coscienza collettivo.
Mentre si sdoganano nostalgie del Ventennio, mentre qualcuno insiste a ripulire il fascismo con la favola delle “cose buone”, mentre il linguaggio dell’odio e dell’esclusione torna nei discorsi pubblici, dovremmo ripartire proprio da lì: dalla voragine di quella banca, dai corpi a terra, dal silenzio pesante dopo la bomba.
La memoria vera è sferzante, accusatoria, scomoda. La memoria vera è guardare in faccia la responsabilità dello Stato, accettare che pezzi delle nostre istituzioni hanno tradito la Costituzione, ammettere che la strategia della tensione non è stata un fantasma, ma un progetto politico concreto.
Piazza Fontana e Pino Pinelli: nomi che non si archiviano
Cinquantasei anni dopo, abbiamo il dovere di chiamare le cose col loro nome: strage fascista di piazza Fontana; terrorismo nero al servizio di una strategia politica; depistaggi di Stato che hanno ostacolato la verità; la morte di Pino Pinelli, ferroviere anarchico, lanciato da una finestra di una Questura.
E se oggi vogliamo ancora pronunciare seriamente parole come Costituzione, antifascismo, libertà, dobbiamo avere il coraggio di tenere quei nomi, piazza Fontana, strage fascista, Pino Pinelli, al centro del discorso pubblico.
Non come un rito stanco, ma come un atto d’accusa necessario.

Quando la memoria viene ignorata: a Cremona le istituzioni voltano la faccia





