Il bersaglio è doppio. Da un lato il potere di Nicolás Maduro, descritto come autoritario e repressivo. Dall’altro l’idea, definita “temeraria narrazione”, che un’azione statunitense, attribuita a Donald Trump e raccontata come “giustizia” o “liberazione”, possa portare libertà e prosperità.
Il messaggio è brutale nella sua semplicità: quando la libertà arriva con l’elmetto, spesso porta in tasca un contratto. E quasi mai è intestato al popolo.
“Maduro comunista”? No: per il PCL è l’opposto
Uno dei nodi centrali della lettera riguarda una parola usata come clava: “comunista”. Il PCL Molise sostiene che appiccicarla al governo Maduro non sia solo un errore: è una scorciatoia utile a chi vuole ridurre tutto a una favola per bambini (“noi buoni, loro cattivi”).
Maduro, spiega il PCL Molise, non rappresenta affatto un progetto socialista: viene descritto come un potere antioperaio, capitalista, reazionario, con una gestione che ha schiacciato i salari e reso la vita quotidiana un esercizio di sopravvivenza. Non un’utopia fallita, ma una realtà concreta: la povertà come sistema.
E qui arriva un punto politico preciso: l’opposizione al regime, per chi si colloca a sinistra, non è una concessione all’Occidente ma una battaglia interna, sociale, di classe. La lettera richiama infatti Marea Socialista, indicata come opposizione a Maduro “da sinistra”, legata alla prospettiva della classe lavoratrice.
Petrolio e potere: la vera moneta della geopolitica
Se il testo dovesse essere riassunto in una frase, sarebbe questa: il Venezuela non è solo un Paese, è un giacimento con una bandiera. La lettera insiste su un punto: il settore energetico, anziché diventare leva di sovranità e benessere, sarebbe rimasto impigliato tra interessi multinazionali, corruzione, indebolimento della capacità nazionale. Viene citata PDVSA come simbolo di una sovranità depredatа e di un sistema che avrebbe favorito l’estrazione e la commercializzazione a vantaggio di grandi gruppi e apparati di potere, mentre al popolo restava la fame.
Poi arriva la scintilla geopolitica: la lettera sostiene che parte del petrolio venezuelano sia stato indirizzato anche verso Cina e Russia, cioè verso potenze rivali degli Stati Uniti. Ed è qui che, nella visione del PCL Molise, il quadro cambia: non più “democrazia contro dittatura”, ma controllo dell’energia contro chi prova a spostare i flussi fuori dall’orbita USA. In altre parole: la democrazia diventa un cappotto elegante. Sotto c’è la vecchia giacca del potere.
La lettera smonta anche la giustificazione più spendibile in Occidente: la lotta al narcotraffico. La definisce un “ridicolo pretesto”, utile a rendere presentabile qualsiasi azione.
Il PCL Molise rovescia il tavolo: sostiene che questa narrazione serva a colpire i rapporti commerciali e marittimi del Venezuela e a spezzare legami con concorrenti geopolitici. E aggiunge un elemento drammatico: le conseguenze, secondo il testo, ricadrebbero anche su innocenti, fino a “stragi” che coinvolgerebbero lavoratori poveri.
Qui non siamo nel campo delle sfumature: è un’accusa politica frontale. E l’obiettivo, per la lettera, resta sempre lo stesso: risorse e profitti.
Un passaggio forte riguarda chi scompare dalle analisi ufficiali: la gente. La lettera mette al centro una contraddizione feroce: un Paese ricchissimo di petrolio, gas e risorse viene raccontato come un luogo dove “tanta popolazione è ridotta in miseria”.
Secondo il PCL Molise, la popolazione venezuelana sarebbe schiacciata da due forze:
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un potere interno che reprime e governa con apparati burocratici e militari;
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una pressione esterna che, tra sanzioni e aggressività geopolitica, non libererebbe nessuno, ma peggiorerebbe la vita quotidiana.
Ed è qui che il testo prova a spezzare la tentazione più facile: tifare per “il nemico del mio nemico”. La lettera dice, in sostanza: se odi Maduro, non per questo devi amare chi ti punta addosso la “libertà” come fosse un ultimatum.
La lettera allarga lo sguardo e lancia un avvertimento: l’interventismo statunitense, secondo questa prospettiva, non porta stabilità ma macerie politiche. Viene citato l’esempio dell’Afghanistan come emblema di un “dopo” che non mantiene le promesse.
È un messaggio rivolto anche a chi vive in Molise e guarda da lontano: non confondere i titoli dei telegiornali con la tua vita reale, con i tuoi parenti, con la tua comunità. Perché le grandi potenze giocano a scacchi, ma spesso le pedine hanno nomi e volti.
La chiusura della lettera è una domanda che non fa sconti e non offre anestesia: perché, con tante risorse, tanta gente vive nella miseria?
La risposta proposta dal PCL Molise è radicale e coerente con la sua identità: uscire dalla morsa “capitalisti da una parte, burocrati e militari corrotti dall’altra”. Rivendicare un modello in cui le risorse siano sottratte ai profitti privati e alla gestione autoritaria, e poste sotto controllo sociale e dei lavoratori, per costruire industrie nazionali efficienti e orientate al benessere collettivo.
È un progetto che si può condividere o contestare. Ma è una linea politica netta. E soprattutto ha il coraggio di dire una cosa impopolare: non esiste liberazione senza autodeterminazione.
Il punto finale della lettera è chiaro: respingere la narrazione secondo cui la “libertà” arrivi per decreto. Perché se la libertà te la consegna qualcuno dall’alto, spesso ti chiede la firma in fondo. E in piccolo, quasi invisibile, c’è scritto: petrolio.
Il potere mascherato da democrazia: il Venezuela, il petrolio e la resa del diritto internazionale





