La notizia della manifestazione davanti a Montecitorio dell’8 maggio, organizzata da ANSA e da altre sigle, movimenti e realtà sociali contro le uccisioni indiscriminate di giornalisti in Palestina e in altre aree di guerra, introduce la nuova puntata di “PrimaLinea news”.
Ospite della trasmissione è stato il prof. Gaetano Marco Latronico, uno dei nomi importanti del panorama accademico e intellettuale italiano, spesso ignorato dal mainstream. Il suo campo specifico di studio riguarda gli studi decoloniali, ovvero la critica decostruttiva e analitica della storia del postcolonialismo dal Novecento fino ai giorni nostri.
Al centro della puntata una domanda decisiva: che cosa caratterizza oggi la dinamica dell’opposizione globale al sistema mondiale di dominazione, prima bipolare e oggi, almeno sul piano ideologico, in qualche modo monopolare?
Il ragionamento si è sviluppato attorno ai movimenti, alla mobilitazione dal basso, alla massa non più rigidamente ideologizzata o dirigista, ma attraversata dalle categorie della Critical Theory e dal pensiero di alcuni dei suoi riferimenti più importanti: da Frantz Fanon a Gayatri Spivak, fino a Edward Said.
Nel mondo attuale, dominato da una situazione di stallo caotico, tra guerre, finte guerre, tensioni internazionali, opposizioni autocratiche ai deep state e nuovi sovranismi, la domanda diventa ancora più urgente: come si strutturano oggi questi soggetti movimentisti?
Il prof. Latronico ha individuato tre passaggi fondamentali: il periodo 1968-1979, fino all’avvento del riflusso del 1981; l’età degli antagonisti, dal 1999 al 2006; e infine il momento attuale.
Tre stagioni diverse, ma attraversate da una sola idea di fondo: alcuni punti fissi ritornano, vengono rielaborati, riappropriati, trasformati anche nel linguaggio, ma finiscono per riproporre la stessa dinamica movimentistica. Cambiano le parole, cambiano i contesti, ma il fuoco resta acceso sotto la cenere.
In particolare, è stato affrontato il tema del riflusso inverso delle manifestazioni e dell’attivismo a favore della Palestina. In questa nuova fase, il termine giuridico di diritto internazionale “genocidio” viene rielaborato come input politico, morale e simbolico, diventando la scintilla capace di far partire una nuova stagione di protesta.
Ma proprio qui emerge anche la nota dolente: la mancanza di un coordinamento centrale. Esiste una forte componente di coordinazione spontanea, ma non una regia unitaria. In Italia questo limite assume un aspetto quasi drammatico: il movimento appare forte, vitale, attraversato da energie reali, ma ancora segnato da frammentazione e da un frame generalizzato più che da una struttura politica comune.
Su tutto resta sospeso un dato storico non secondario: la memoria di Genova 2001 e della fase immediatamente successiva. Quegli episodi non sono stati dimenticati. I valori primari di quella esperienza non sono morti, ma sono diventati il fondamento di molto di ciò che è venuto dopo, compresa l’attuale fase di risveglio e presa di coscienza.
Nel corso della puntata è intervenuto anche Antonio Mazzeo, con una domanda sulle manifestazioni a picchi alterni per Gaza e sulla validità dell’esperienza in corso della Flotilla. La risposta del prof. Latronico ha confermato proprio la dinamica di “work in progress” della protesta: un processo aperto, mobile, non ancora pienamente definito.
Il caso Flotilla rappresenta, in questo quadro, una vera innovazione nel panorama generale e nella stessa dinamica storica dei movimenti. Una forma di azione capace di spiazzare, al punto da far storcere il naso anche a settori della sinistra radicale.
Infine, la parte forse più drammatica della puntata è arrivata con la domanda di Danilo Gullotto sull’uso, nelle guerre contemporanee, delle nuove tecnologie a basso costo: droni, spyware e strumenti simili.
Da qui è emersa un’analisi amara sul prossimo futuro. Queste tecnologie, apparentemente “low cost”, rappresentano in realtà un enorme affare finanziario. Combattere conflitti attraverso questi apparati diventa un fattore di lucro e speculazione per il neocapitalismo attuale.
La guerra, dunque, non è più soltanto uno strumento geopolitico. Diventa mercato, investimento, industria permanente. Nei prossimi decenni, provocare nuovi fronti di instabilità, nuove tensioni e nuove red lines potrebbe diventare un elemento costitutivo delle politiche internazionali, con l’obiettivo di arricchire i nuovi signori della guerra: una classe di corporations destinata a esercitare un potere sempre più dominante.
Questa, in sintesi, l’interessantissima puntata di “PrimaLinea news”, con approfondimenti, domande e analisi che meritano attenzione. Un confronto capace di collegare la Palestina, i movimenti globali, la memoria di Genova 2001, la Flotilla e le guerre tecnologiche del presente in un’unica grande questione: chi resiste oggi al potere globale, e con quali strumenti?





