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«Rita Atria ha creduto nella giustizia ma è la giustizia che l’ha scaricata come scaricò Paolo Borsellino»

Nelle librerie dal 29 maggio il libro inchiesta di Giovanna Cucé e Nadia Furnari «Rita Atria, la settima vittima di via D’Amelio», Nadia Furnari: «la cosa che fa rabbrividire è che nessuno tra quelli che hanno conosciuto Rita Atria abbia sentito l’esigenza di dire: io l’ho conosciuta». Perché? Perché sanno benissimo che si infilerebbero in un gioco più grande di loro».

by Alessio Di Florio
19 Maggio 2026
in Mafie
Reading Time: 8 mins read
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Siamo nel pieno del maggio della memoria, quel mese particolare che in realtà si concluderà a fine luglio. Settimane contrassegnate da ricorrenze, commemorazioni, santini, parate, altarini, cerimonie e retoriche continue. Un lungo mese ancor più particolare perché inizia e finisce con due persone non istituzionali e istituzionalizzabili. Ma che da sempre si cercare di ridurre a icone e santini da altarini.

Peppino Impastato era irriverente, totalmente alieno da ogni giostra della politica politicante. Per lui non c’erano cose dicibili e altre indicibili perché «poco opportune». Rita Atria era una ragazza giovanissima, morta a 17 anni ma molto più matura di tanti adulti che della retorica, delle strumentalizzazioni e delle santificazioni di comodo hanno fatto carriera.

“Chi vo fa fa, chi nin vò fa cumman”, chi vuol fare fa e chi non vuol fare comanda. È un proverbio abruzzese di cui esistono anche varianti, non tutte riproducibili in un articolo. È un modo di dire della tradizione tra tronto e trigno ma racconta tanto, forse fin troppo, di un (mal)costume diffuso dall’Alpe a Sicilia o, se preferite, tra Trieste in giù.

Rita Atria scrisse che «forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare» concludendo «forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo». Rita, giovanissima, rompe ogni schema di omertà e fatalismo, non “cumman” e non si pone domande inutili e (per troppi in-coscienze comode) arriva dritta al cuore, racconta e denuncia, porta avanti il suo impegno per provare a cambiare. Non sa se ce la si farà ma non si tira indietro, non si adagia e non si accontenta del mondo squallido e omertoso di quella mafia che respirava fin dentro casa.

L’Associazione Antimafie Rita Atria in questi decenni varie volte si è trovata di fronte al bivio e la strada della settima vittima di via D’Amelio ha cercato di continuare a percorrerla nella stessa maniera. «Oggi non riusciamo più a dirlo che si è suicidata, ci viene difficile» disse quasi quattro anni fa Nadia Furnari, fondatrice e vicepresidente dell’Associazione Antimafie Rita Atria.

«Ringrazio sempre l’Associazione Antimafie “Rita Atria” e la sua vice presidente, Nadia Furnari, che hanno voluto tornare a parlare di lei portando avanti un vero e proprio lavoro di inchiesta che vuole fare luce sui dubbi che si hanno rispetto alla morte di mia sorella. Quale dubbio? Il fatto che Rita possibilmente non si sia uccisa» ha dichiarato Anna Maria Atria, sorella di Rita, intervista da Gilda Sciortino per la rivista Vita nei giorni dell’anniversario l’anno scorso.

«Rita si può senza ombra di dubbio considerare la settima vittima di via D’Amelio, come la definiscono nel libro-inchiesta che ricostruisce la sua storia scomoda e tutto quello che, in trent’anni, non è mai stato cercato, chiesto, investigato, scritto – sottolinea Gilda Sciortino sulle pagine della rivista Vita – Un libro arricchito di nuove scoperte e che ridarà ancora più luce alla storia di una ragazza che, con la forza dei suoi 17 anni, denunciò la mafia del suo paese, Partanna, in provincia di Trapani, mettendo in mano al giudice Paolo Borsellino la sua vita. Una storia piena più di ombre che di luci, che aspetta ancora verità e giustizia, tanto che la stessa sorella e l’Associazione Antimafie Rita Atria hanno chiesto la riapertura delle indagini».

Rita Atria è la settima vittima della strage di via D’Amelio, la sua vita e la sua morte sono legati indissolubilmente a Paolo Borsellino. Eppure come vittima della strategia stragista di Cosa Nostra (si può ancora dire che sono state stragi di mafia quelle sul continente del 1993 e l’anno prima Capaci e via D’Amelio? O arrivano scomuniche?) non viene citata quasi mai, omessa.

La narrazione ufficiale, e c’è chi esprime fastidio esultando persino per la censura tentata di una giornalista coraggiosa come Giovanna Cucé, riporta che Rita Atria si sarebbe suicidata, che avrebbe deciso di porre fine volontariamente alla sua vita. Dubbi, interrogativi, zone grigie esistono, persistono, sono anche fin troppo evidenti. Ma un certo pensiero unico, che ribalta e mette in discussione anche l’indiscutibile e si lancia in ardite ricostruzioni, sulla morte di Rita Atria non accetta tentennamenti e considera intoccabile la narrazione ufficiale.



Il 29 maggio sarà disponibile nelle librerie (e negli store online) “Rita Atria, la settima vittima di via D’Amelio”, libro inchiesta di Giovanna Cucé e Nadia Furnari, edito da Mesogea.

«La sua tragica morte viene archiviata come suicidio, ma la verità rimane oscurata da troppe ombre, troppi dubbi, troppe contraddizioni e omissioni – si legge nella presentazione pubblicata sul sito web della casa editrice – Parte da qui l’incessante lavoro di ricerca delle autrici di questo libro-inchiesta» che «ricostruisce sulla base di ulteriori documentazioni d’archivio e testimonianze la storia di Rita Atria non solo come una ‘storia di mafia’, ma come una storia emblematica di abbandono da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerla. Un abbandono di Stato che fa della giovane la settima vittima indiretta della strage di via D’Amelio e che rende impossibile considerare la sua scomparsa un caso chiuso. Questo libro intende contribuire a riaprirlo. Per rendere giustizia a Rita; per non vanificare l’impegno di chi ha lottato e lotta autenticamente contro le mafie».

Nadia Furnari ha riassunto la genesi degli esposti presentati dall’avv. Goffredo D’Antona, per conto dell’Associazione Antimafie Rita Atria e della sorella, dell’inchiesta e delle reazioni (e non reazioni) che la battaglia legale, giornalistica e civile ormai portata avanti sta suscitando (o non suscitando) in una intervista pubblicata di recente su Girodivite.it. Questi alcuni stralci dell’intervista dedicati al libro “Rita Atria, la settima vittima di via D’Amelio”.

Il libro «sarà molto spinto sulla componente delle cose che sono state trovate, che sono state messe all’attenzione della magistratura e che la magistratura sta ignorando. E sono state messe davanti anche alla politica, non solo alla magistratura».

«Noi chiediamo a chi ci ascolta di fare un esercizio di onestà intellettuale: «prendete quello che vi stiamo dicendo, quello che abbiamo scritto, le indagini portate avanti dal nostro team di legali, capitanato da Goffredo D’Antona [avvocato del Foro di Catania], dai nostri consulenti, quanto abbiamo trovato noi e mettete tutto in fila». Noi affermiamo semplicemente questo: Rita ha creduto nella giustizia, ma è la giustizia che l’ha scaricata. Come ha scaricato Paolo Borsellino. Quindi, state dando ragione a Rita almeno per una cosa, per quello che lei aveva capito all’indomani di quella strage, ossia che, senza Paolo Borsellino, nessuno – e, quando dico nessuno, dico proprio nessuno – l’avrebbe protetta. E non dal punto di vista giudiziario, ma dal punto di vista personale. La cosa che fa rabbrividire è che nessuno tra quelli che hanno conosciuto Rita Atria abbia sentito l’esigenza di dire: io l’ho conosciuta». Perché? Perché sanno benissimo che si infilerebbero in un gioco più grande di loro».

«A oggi nessuno sta supportando la nostra richiesta di riapertura [delle indagini], né amici, né parenti, tranne Anna Maria Atria, sua sorella, che si è unita a noi nella richiesta e devo dire che, grazie a lei – che è stata vilipesa, giudicata e tanto altro –, noi abbiamo acquisito la cartella clinica di Rita, in virtù della quale siamo riusciti a fare una perizia. Oltre a lei, però, nessuno, proprio nessuno, nessuno. Anzi, nel nuovo libro metteremo in fila tutte le contraddizioni di tutte le dichiarazioni rese in questi 32 anni. Nessuno riguarda anche gli ex colleghi di Paolo Borsellino, nessuno che abbia detto: «chiediamo anche noi la riapertura, perché Rita se lo merita. Rita si era affidata a noi». Nessuno parla. Sebbene li abbiamo trovati tutti. Li abbiamo trovati tutti, anche chi, dopo gli appelli a “Chi l’ha visto?”12, non si è fatto trovare. Li abbiamo trovati. Sono riuscita a trovarli. E sai perché sono riuscita a farlo? Perché Rita, nelle sue lettere, nei suoi diari, aveva lasciato le mollichine, come Pollicino. E, allora, mi domando: «io sono una persona della società civile, non svolgo il mestiere di magistrato. Perché la magistratura, perché la politica – in un’indagine seria in una commissione antimafia, regionale o nazionale – non hanno sentito l’esigenza di dire: “noi vogliamo sapere”»? Non lo ha fatto nessun esponente della maggioranza, ma non lo ha fatto neanche un esponente dell’opposizione. Nessuno ha voluto portare in queste sedi la storia di Rita Atria, dicendo: «proviamo a capire se le cose scritte in questo volume abbiano o meno un fondamento». Ci hanno chiuso letteralmente tutte le porte. E sarà chiaro nella nuova edizione chi ha chiuso queste porte. E ognuno, poi, si farà la propria idea. Si continuino a fare spettacoli, film, fiction, si continui a lacrimare in televisione mentre si parla della povera picciridda, con delle ricostruzioni altisonanti e, soprattutto, infondate. Questi, con la loro popolarità, surclasseranno sempre la tua voce piccola, non divulgata, accanto alla quale nessuno vuole metterci la faccia, perché metterci la faccia, spesso, significa rimanere isolati. Anche se non ho ben capito isolati da cosa. Certo, quando tu davanti alla verità metti un tuo interesse personale, allora non stai cercando quella verità; tu hai fallito. Rita diceva che, per sconfiggere la mafia, bisognava partire da sé stessi, sconfiggere la mafia in noi, e poi si poteva combattere la mafia attorno a noi; lei non si è privata del diritto di amare suo padre e suo fratello, ma li ha giudicati. E aveva 17 anni. Noi non siamo degni di parlare di Rita, se non partiamo da una nostra valutazione, dicendo: «noi siamo pronti a mettere in discussione, perché si faccia chiarezza, anche la persona con la quale siamo stati gomito a gomito fino all’altro ieri»?»

«Quanti chiederanno di presentare questo libro? Voglio proprio vedere. Quanti chiederanno a noi di presentarlo? Quanto faranno tam-tam. Qualcuno dice che facciamo i soldi. Il ricavato della prima edizione è stato tutto devoluto. Quanto ai diritti, ai grandi diritti, chi scrive sa quanti diritti, soprattutto nelle case editrici meno grandi, spettano agli autori. Soprattutto, quando fai libri di inchiesta, quando rischi di avere problemi come ne abbiamo avuti noi, con diffide, richieste di sequestro e altro. Se tu sei fuori da certi circuiti, il libro non te lo fanno mettere neanche sul tavolino, lo sai?»

L’intervista integrale, in cui sono stati affrontati tanti temi legati anche all’antimafia “ufficiale”, di comodo, alle consorterie che si definiscono antimafia, alle convenienze con cui si tace o ci si oppone alla parola in nome della propria “antimafia”, è disponibile qui

https://www.girodivite.it/IMG/pdf/Furnari_-_intervista_integrale_definitiva.pdf

https://www.girodivite.it/Mafia-antimafia-e-democrazia.html

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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