Il nuovo volto del suprematismo americano e della voglia di rivalsa degli Stati Uniti sul mondo non appare più come un’ipotesi estrema, ma come una traiettoria già annunciata.
Danilo Gullotto porta alla luce un elemento reale eppure poco conosciuto: un recente documento militare e governativo statunitense che, secondo la sua analisi, individua come necessità strategica il ripristino dell’ordine economico e politico americano su scala globale, contro i nuovi soggetti emergenti del XXI secolo, anche attraverso strumenti coercitivi e fuori da ogni cornice di diritto internazionale. È un passaggio che, se letto fino in fondo, apre uno scenario inquietante.
L’analisi di Gullotto colpisce proprio perché non si limita al documento, ma lo collega a una trasformazione più ampia e più oscura dell’Occidente. Un Occidente che, almeno in teoria, si è sempre raccontato come spazio di diritti, pluralismo, libertà e legalità, e che oggi invece sembra scivolare verso una forma sempre più aggressiva, negazionista e autoritaria di se stesso. Non è soltanto una torsione politica: è una mutazione culturale e simbolica.
In questo quadro assume un significato potente anche il filmato in cui Donald Trump compare accanto ai rappresentanti delle chiese evangeliche americane, all’interno di un rituale che restituisce l’immagine di una politica quasi sacerdotale, attraversata da pulsioni mistiche, ossessioni identitarie e vocazione al comando assoluto. È il segno di una nuova temperie ideologica in cui fanatismo religioso, potere politico e liberismo selvaggio si fondono in un unico blocco. Un blocco dentro il quale il suprematismo bianco torna a farsi struttura culturale prima ancora che slogan.
Anche le dichiarazioni di Trump sugli iraniani, descritti in modo indistinto come barbari, violenti e primitivi, rivelano non solo una brutalità propagandistica, ma una profonda ignoranza storica e geopolitica. L’Iran viene spesso confuso, nella narrazione semplificata occidentale, con i talebani, con il califfato dell’ISIS, con il fanatismo puro e lineare. Ma la realtà iraniana è assai più complessa, contraddittoria e stratificata.
L’Iran contemporaneo è un Paese che ha sviluppato nel tempo un sistema parlamentare persino eccessivamente frammentato, dentro cui anche formazioni minime possono entrare nel gioco istituzionale e contribuire agli equilibri di governo. Le alleanze tra gruppi e partiti sono spesso fluide, mobili, talvolta opportunistiche, con continui passaggi tra aree progressiste e conservatrici, secondo una logica che non segue sempre la coerenza ideologica ma gli assetti di potere. È una società che, pur dentro le rigidità del sistema, vive da anni una progressiva occidentalizzazione rielaborata, cioè una modernizzazione assorbita e reinterpretata secondo codici propri.
Anche la struttura del potere religioso e politico iraniano è lontana dalle caricature diffuse in Occidente. Una parte rilevante della classe sacerdotale – tra imam, hojatelislam e ayatollah – si muove da tempo dentro la finanza, l’imprenditoria e i grandi interessi economici. Dai Pasdaran, che controllano settori decisivi dell’economia nazionale, fino all’impero commerciale e immobiliare riconducibile ai Khamenei, il sistema iraniano mostra come il liberismo possa essere rielaborato da ogni cultura secondo i propri assetti storici, sociali e simbolici.
Del resto, l’Iran è da secoli una realtà interculturale e policulturale. Lo è fin dai tempi antichi, quando il mondo persiano incorporò e rielaborò apparati sociali e culturali differenti, dai popoli conquistati della Mesopotamia fino alle influenze dell’India e dell’Asia Centrale, anche grazie alla continuità linguistica dell’area indoiranica. A ciò si aggiungono i rapporti storici con l’Europa, attivi già in epoca rinascimentale e moderna, e i tentativi di riforma filo-occidentale che attraversarono la storia persiana prima ancora dei Pahlavi, fino alla dinastia Qajar.
Persino la figura di Ruhollah Khomeini, spesso ridotta in Occidente a simbolo monolitico del nemico assoluto, va letta dentro una dinamica più complessa. Dopo la rivoluzione del 1979, Khomeini incorporò nel nuovo Stato molte delle strutture portanti del vecchio regime: dall’esercito agli apparati repressivi, fino a segmenti importanti della borghesia commerciale dei bazar. In questo processo vennero invece marginalizzate o annientate le componenti della sinistra radicale islamica che avevano partecipato alla caduta dello Scià, come i Mujahedeen-e Khalq. La nuova Repubblica islamica non nacque dunque come rottura totale, ma anche come riorganizzazione di vecchie continuità di potere.
È su questo sfondo che la guerra in corso assume un significato ancora più cupo. Perché non si combatte soltanto sul terreno militare, ma dentro una gigantesca operazione narrativa che semplifica i nemici, cancella la complessità dei popoli e prepara l’opinione pubblica ad accettare nuove forme di dominio, nuove gerarchie e nuovi stati di eccezione. Ed è proprio qui che il quadro descritto in questo speciale diventa decisivo: non solo per capire il presente, ma per intuire il tipo di mondo che si sta preparando sotto i nostri occhi.





