Morire di lavoro non è fatalità. Nella 26^ puntata di “30 minuti con…”, il format di approfondimento di WordNews.it, il direttore Paolo De Chiara ha ospitato il giornalista e scrittore Giovanni Mancinone, autore del libro “Corpi al macello. Il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”. Una puntata dura, necessaria, a pochi giorni dal Primo maggio.
Mancinone lo ha detto subito: questo libro lo ha fatto soffrire. Tredici storie di persone uscite al mattino per andare a lavorare e mai più rientrate vive. Tredici ferite aperte.
Durante la puntata, con gli interventi di Alessio Di Florio, vicedirettore di WordNews.it, e del collaboratore Antonino Schilirò, il confronto ha allargato lo sguardo: dalle morti nei cantieri alle campagne del caporalato, dai subappalti alle fabbriche esplosive, dal Molise all’Abruzzo, dalla Sicilia al resto d’Italia. Perché la strage del lavoro non conosce confini regionali. È una mappa nazionale del dolore.
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Il lavoro nella Costituzione
Mancinone ha richiamato il senso profondo del Primo maggio, nato dalla lunga lotta dei lavoratori per le otto ore quotidiane e arrivato in Italia alla fine dell’Ottocento come simbolo di emancipazione sociale. Il lavoro è al centro della Costituzione italiana, ma la sicurezza nei luoghi di lavoro resta uno dei diritti più violati.
Mancinone ha insistito su un punto decisivo: il problema non è l’assenza totale di norme. Il dramma nasce quando quelle leggi non vengono applicate, quando i controlli sono pochi o frammentati, quando i lavoratori più deboli non hanno la forza, la possibilità o la protezione per raccontare ciò che subiscono.
Subappalti, precarietà e lavoro nero: la filiera del rischio
Alla domanda di Paolo De Chiara sul perché in Italia si continui a morire di lavoro, Mancinone ha indicato alcuni nodi precisi: subappalti, precarietà, lavoro nero, caporalato, assenza di controlli efficaci e una cultura politica ed economica che troppo spesso considera la sicurezza un peso.
De Chiara ha collegato il tema dei subappalti anche ad altre vicende già affrontate da WordNews.it, richiamando il ruolo dei testimoni di giustizia e le denunce sui lavori affidati, in alcuni casi, a imprese legate alla criminalità organizzata.
Uno dei passaggi più forti della puntata ha riguardato il caporalato. L’autore ha spiegato come questo fenomeno stia cambiando pelle. Non è più soltanto l’immagine tradizionale dei caporali che trasportano braccianti nelle campagne del Sud. Nel Basso Molise, come in molte altre aree del Paese, lo sfruttamento coinvolge lavoratori immigrati, spesso invisibili, senza tutele, senza un nome, costretti ad accettare paghe misere e condizioni ambientali e sanitarie pesantissime.
Alessio Di Florio ha allargato il quadro richiamando diverse notizie recenti legate ai braccianti, agli sfruttamenti nelle campagne, alle condizioni delle donne, alle storie di lavoratori abbandonati, feriti, dimenticati. Il filo rosso è sempre lo stesso: corpi usati fino allo sfinimento, poi cancellati dal dibattito pubblico.
Antonino Schilirò ha posto la domanda più netta: si tratta di fatalità o veri e propri omicidi?
La risposta di Giovanni Mancinone è stata durissima: quando non si creano le condizioni per un lavoro sicuro, quando non si rispettano le norme, quando non si fa formazione esiste una responsabilità. E quella responsabilità non può essere nascosta dietro la parola destino.
La fatalità diventa spesso l’alibi dei responsabili. Nel confronto è emerso anche il tema del salario minimo e della difficoltà italiana nel garantire una soglia dignitosa al lavoro. Perché sicurezza e salario non sono due questioni separate. “Corpi al macello” non è soltanto un libro sulle morti sul lavoro. È un libro sulla dignità umana. Sulla sofferenza dei superstiti. Sul silenzio dei morti. Sul fallimento di un Paese.
La puntata di WordNews.it ha avuto il merito di rimettere al centro una verità scomoda. Non si può uscire di casa per guadagnarsi da vivere e morire perché qualcuno ha risparmiato sulla sicurezza, ha chiuso gli occhi, ha firmato carte, ha evitato controlli, ha preferito il profitto alla vita. A pochi giorni dal Primo maggio, questa puntata non è stata una commemorazione. È stata un’accusa.
Mafie in Molise: verità taciute e silenzi complici. Le denunce di Mancinone e De Chiara




