«Ma che te stai ad amalgamà? Non è finito un cazzo» urlò sul letto d’ospedale, pochi giorni prima di morire, Roberto Mancini. Al collega che era venuto a trovarlo, mentre le sue condizioni di salute peggioravano, Roberto chiese a che punto erano le sue indagini e alla risposta di pensare a se stesso, alla sua salute, quella fu la risposta. Roberto Mancini si è ammalato indagato sugli eco-camorristi, sugli avvelenatori e devastatori della Campania, della sua terra, del luogo della sua anima e che animava il suo cuore.
«Vi voglio fare un regalo: la mia cartella clinica, come avevamo detto è importante non arrendersi» dice ai colleghi Antonio detto Tonino, interpretato da Silvio Orlando, in una delle scene finali di “Il posto dell’anima” pochi secondi prima di morire. Avvelenato sul posto di lavoro, avvelenato dal lavoro, fino ad esserne ammazzato. Come Roberto Mancini, il poliziotto che scoprì la “Terra dei fuochi”.
«Il coraggio di affrontare un tema così spinoso, così drammatico come era quello della condizione del lavoro» ha sottolineato Riccardo Milani alla stampa alla fine della passeggiata nei luoghi del film a Punta Penna in occasione della proiezione, organizzata dall’ associazione culturale Primo Maggio presieduta da Cesario Bosco, della versione restaurata del film “Il posto dell’anima”. Pellicola girata nel 2002 a Vasto.
«Eravamo consapevoli del tema e di quanto fosse anche difficile far accettare di proporre il film, raccontare in maniera così diretta il tema della salute sul posto di lavoro» ha ricordato il regista che alla domanda se dopo 24 anni il mondo del lavoro è rimasto lo stesso ha risposto di non avere una risposta netta e sottolineando la domanda centrale dei lavoratori protagonisti del film «denunciamo rischiando il posto di lavoro o ci teniamo il lavoro così com’è?»
Un tema centrale nel film e centrale allora come oggi, dalla Taranto “zona di sacrificio” tornata d’attualità nei giorni scorsi – perché questo è un Paese in cui si prescrivono i potenti mentre muoiono i più deboli, i lavoratori, gli impoveriti e saccheggiati – a luoghi a pochi passi da dove Milani ha girato il film ed è tornato il 1° giugno.
Nel film una vedova porta a Salvatore, il sindacalista interpretato da Michele Placido, la cartella clinica del marito morto. Si cita l’amianto nel film, parola che ha segnato la storia industriale vastese, l’insieme di minerali che nella storia di Punta Penna porta alla memoria la Svoa. Operai ammalati, morti, che hanno lavorato alla Svoa ma non solo. Anche nella zona industriale della vicina San Salvo ci sono moltissimi lavoratori che hanno ricevuto incentivi perché l’hanno respirato. Altri nei decenni, ma la correlazione non risulta dimostrata, nella stessa zona industriale o in altri opifici di Punta Penna. Il 3 luglio 2014 l’allora senatore Felice Casson presentò un’interrogazione parlamentare sulla presenza di amianto nelle fabbriche della zona. Oggetto dell’interrogazione una fabbrica in cui fu «impiegato amianto in grandi quantità», oltre ad «altri composti tossici», come diclorometano, fenolo, stirene, acetone, toluolo, butanolo. Drammatico il bilancio. Secondo una stima effettuata da alcuni operai, ci sarebbero stati «153 lavoratori, deceduti 10, 20, 30 e persino 40 anni prima dei loro giorni, dal 2009 ad oggi sono morti prematuramente, di cui i primi 65 avevano un’età media di appena 49 anni, mentre i primi 100 raggiungevano, mediamente, i 55 anni tra i quali solo nel biennio 1993-1995 sono deceduti 13 lavoratori, con età media di 52,3 anni in costanza di rapporto di lavoro mentre, altri 15 lavoratori deceduti, ugualmente, in costanza di rapporto di lavoro e 23 lavoratori di 50 e 60 anni, erano in mobilità o in pensione». Ancor più lungo, aggiunse Felice Casson nell’interrogazione, sarebbe l’elenco degli ex lavoratori colpiti da malattie gravi: «1.044 interventi chirurgici all’apparato respiratorio eseguiti nel periodo 1997-2010” tra cui “14 casi di mesotelioma pleurico, 384 resezioni polmonari, 169 lobectomie, 128 resezioni atipiche parenchimali».
Punta Penna è luogo legato nelle cronache anche a odori molesti la cui fonte non è mai stata dimostrata. Ci sono voci, chiacchiere in libertà, parole che si perdono nell’etere. E nel 2018 una maxi operazione contro un criminale traffico di rifiuti tra Campania, Puglia e Abruzzo documentò che in un capannone furono stoccate illecitamente ecoballe che rendevano l’aria irrespirabile. Un’altra maxi inchiesta, coordinata dalla DDA di Campobasso, ha coinvolto anche Vasto e San Salvo poco più di un anno fa.
L’uso dell’amianto in Italia è stato bandito con la legge 257 del 1992, 62 anni dopo che in Inghilterra se ne dimostrò la pericolosità e 49 anni dopo il primo riconoscimento di risarcimenti ai lavoratori in Germania. Nel 1943 la Germania attestò il cancro al polmone e il mesotelioma come conseguenza dell’inalazione delle fibre, riconoscendo anche risarcimenti per i lavoratori colpiti. Così come accadde in Italia dopo la legge 257. Una legge giunta al termine di un percorso che ha attraversato larga parte del Novecento. Infatti, per la prima volta in Italia una sentenza del Tribunale di Torino dichiarò nocive per la salute le lavorazioni dell’amianto già nel 1906. Una sentenza confermata l’anno dopo dalla Corte d’Appello. Nel 1941 intervenne la Corte di Cassazione, confermando precedenti sentenze di condanna a risarcire i danni subiti da vittime dell’amianto. Due anni dopo la legge 455 indennizzò per la prima volta l’asbestosi come “malattia professionale”. Notevole importanza a livello internazionale ebbe la “Conferenza Internazionale sugli effetti biologici dell’asbesto” che si tenne nel 1964 presso la New York Academy of Sciences. La Conferenza giunse alla conclusione che si doveva evitare qualsiasi esposizione all’amianto, cancerogeno anche a basse dosi.
Ma il killer silenzioso non è solo passato e, ancora oggi, tantissimi sono i luoghi non bonificati mentre secondo alcuni studi scientifici il picco delle morti potrebbe essere arrivato nel 2020, per altri tra l’anno scorso e il 2030.
L’amianto ucciderà ancora per i prossimi 130 anni denunciò il presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto Ezio Bonanni 9 anni fa e che le bonifiche «non finiranno prima di 85 anni». L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato in 125milioni i lavoratori esposti all’amianto killer nel mondo e solo in Italia ogni anno sono 6000 persone circa quelle che uccide, 3600 per tumore polmonare, 1800 per mesotelioma e 600 per asbestosi. Un rapporto di Legambiente qualche anno fa riportò che c’erano ancora circa 370mila strutture che contengono la fibra cancerogena comprese 2400 scuole, 1000 biblioteche e 250 ospedali e almeno 300mila chilometri di tubature idriche. In linea d’aria la distanza tra Roma e Città del Capo, in Sudafrica, è 8.465 chilometri, tra Helsinki e Sydney di 15.222.
La Svoa (Società Vastese Oli Alimentari) chiuse i battenti nel 1993 quando dichiarò fallimento. Per decenni gli operai hanno lavorato in un fabbricato e con macchinari industriali dove l’asbesto (o amianto) era quasi l’unico materiale presente. Nove anni fa raccolsi la testimonianza di Franco Cucinieri, ex lavoratore della fabbrica, oggi tecnico ENEA e referente dell’Osservatore Nazionale Amianto che assiste tutti i lavoratori coinvolti nella vertenza. Iniziata nel 2001 quando lo stesso Cucinieri scoprì la morte di un suo ex collega, Michele Acquarola. Colpito dal mesotelioma, Acquarola aveva subito vari interventi di asportazione di parti del polmone. Chiese il riconoscimento della “malattia professionale” ma non riuscì ad andare oltre l’invalidità civile. Riconoscimento che avevano ottenuto altri due ex operai.
«La vedova Acquarola – raccontò Cucinieri – mi autorizzò ad accedere al certificato necroscopico di Michele. Nel frattempo ci fu un altro decesso, contattai la famiglia e ottenne anche in questo caso di poter accedere al certificato necroscopico».
L’anno dopo nacque il Coordinamento Esposti Amianto. Da un esposto in Procura presentato dal Coordinamento partirono le indagini a carico di tre ex dirigenti dello stabilimento. L’attenzione degli inquirenti si concentra sulla morte di due ex operai della SVOA. Il procedimento è stato chiuso nel 2009 per “intervenuta prescrizione”.
La famiglia Acquarola nel 2006 decise di ricorrere anche al Tribunale del Lavoro. Già l’anno successivo il giudice del lavoro riconosce la “malattia professionale” (sentenza confermata anche dalla Corte d’Appello aquilana), obbligando l’INAIL a riconoscere alla vedova la rendita prevista dalla legge per i familiari di operai morti per asbesto.
È il 2004 quando la partita giudiziaria si apre anche nei confronti dell’INPS per il riconoscimento della pensione relativa a tutti gli ex lavoratori della SVOA. Il Tribunale di Vasto emette una prima sentenza favorevole ai lavoratori nel 2008, confermata l’anno dopo dalla Corte di Appello. L’INPS inizia ad applicare la sentenza ma, contestualmente, promuove ricorso in Cassazione. E il 14 Agosto 2012, con la sentenza n. 14492 la Corte ribalta le precedenti sentenze e accoglie il ricorso dell’istituto previdenziale.
Motivazione: «erroneamente la Corte territoriale non avrebbe considerato, ai fini del riconoscimento del beneficio pensionistico in questione, la soglia espositiva minima pari a 0,1 fibre per centimetro cubo, valore già previsto dal Decreto Legislativo n. 277 del 1991, articolo 24 e poi solo modificato dal Decreto Legge n. 269 del 2003, articolo 47 convertito con modifiche nella Legge n. 326 del 2004».
Nel caso dell’ex SVOA non sarebbe stato documentato in maniera qualificata il superamento di questa soglia. E, scrivono sempre i giudici, «neanche la certificazione INAIL costituisce prova esclusiva dell’esposizione qualificata».





