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Archiviazione di Dell’Utri per le stragi mafiose del 1993-1994: ma le domande restano aperte

Il 15 gennaio il GIP Patrizia Martucci, su richiesta dei pubblici ministeri, ha archiviato le indagini a carico di Dell'Utri (già condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) per le stragi mafiose del "continente" del 1993-1994.

by Antonino Schilirò
10 Giugno 2026
in Mafie
Reading Time: 7 mins read
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Sono passati 33 anni dalle stragi che colpirono Firenze, Roma e Milano e del fallito attentato del gennaio 1994 allo stadio Olimpico e che avrebbe dovuto uccidere diverse decine di carabinieri ma gli interrogativi restano ancora aperti. Sappiamo molto, non tutto, sugli esecutori ma nessuno sui mandanti esterni:

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  • chi ha indicato quelle zone da colpire?
  • Possiamo realmente credere che dei pecorai sapevano dell’esistenza delle basiliche, della Galleria degli Uffizi e di tutto il patrimonio artistico nazionale che poi venne colpito?
  • E l’attentato, fortunatamente fallito, del 23 gennaio 1994 perché non è stato eseguito successivamente?
  • E, soprattutto, perché all’improvviso si fermò tutto?

Se andiamo a quel gennaio del 1994 vediamo che nel giro di pochi giorni si verificarono diversi fatti: il 23 il fallito attentato, il 26 Silvio Berlusconi scende in campo in politica con la famosa frase “l’Italia è il paese che amo” e il 27, a Milano, vengono arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano.

  • Cosa sappiamo cosa successe effettivamente in quelle giornate?

Ma torniamo all’archiviazione. Abbiamo avuto la possibilità di leggere il dispositivo datato 15 gennaio, e già questa è la prima stranezza:

  • perché è stato reso pubblico dopo quasi 5 mesi?

Poi si contano ben 12 “OMISSIS“:

  • cosa significa?
  • Ci sono ulteriori sviluppi investigativi?

Questo procedimento aveva come oggetto

“l’attività di indagine finalizzata ad accertare l’origine e la motivazione della strategia stragista del biennio 1993-1994 e conseguentemente a verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti, rispetto a quelli già condannati in via definitiva, nell’attività di ideazione, progettazione ed esecuzione della stessa.”

I pubblici ministeri scrivono:

“L’attacco sarebbe dovuto essere funzionale alla creazione di un nuovo assetto di potere ritenuto funzionale alle proprie aspettative, riannodando il rapporto politico/mafioso chiuso con i precedenti referenti ritenuti inadeguati e, perciò, eliminati o, comunque, abbandonati, contemporaneamente condizionando la politica legislativa del governo e del parlamento, in modo da ottenere vantaggi sul terreno carcerario (con l’abolizione del carcere duro di cui all’art. 41 bis O. P. e dell’ergastolo), e su quello del pentitismo e del sequestro dei beni mafiosi.”

Vengono chiamate in causa, sempre dai pm, diverse sentenze già passate in giudicato:

“«… erano in corso trattative con canali istituzionali che si erano condensate nell’arcinoto ‘papello’, che era una sorta di cahier de doléances che costituiva per Riina la base per una seria trattativa con lo Stato».

Ed ancora: «…l’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata ad indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti, potesse assicurare come per il passato le necessarie complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato».

«Ritornando al tema delle trattative va rammentato che Cancemi, in sede di riesame ha fatto riferimento ai contatti avuti da Riina con gli onorevoli Dell’Utri e Berlusconi …. contatti che, a suo dire, avevano lo scopo di ottenere provvedimenti legislativi favorevoli all’organizzazione; annullare la legge sui pentiti, abolire l’ergastolo, eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze. Anche Brusca ha riferito di una trattativa, a cavallo delle stragi, condotta da Salvatore Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, di sequestri di beni, di collaboratori di giustizia, nonché del progetto di attentato nei confronti del giudice Grasso, essendosi inasprite le trattative in corso, dopo la strage di Via D’Amelio. Dell’esistenza di contatti tra Salvatore Riina con rappresentanti istituzionali si trae conferma come ha ricordato lo stesso Brusca, dalle dichiarazioni rese dal gen. Mori e dal magg. De Donno… Tali trattative, nel cui ambito si inserì anche Vito Ciancimino, sfociate nel notissimo “papello”, vennero intraprese nel quadro di una serie di iniziative del ROS, volte alla cattura di Riina e Provenzano.

I vertici di Cosa Nostra, subito dopo la strage di Capaci, avevano ricevuto un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, convalidava la bontà delle prospettive che si aprivano in concomitanza con le stragi, tant’è che Riina aveva cercato di rivitalizzare, dopo la strage di Via D’Amelio, la trattativa con il progetto di attentato nei confronti del dr. Pietro Grasso. Difatti, la trattativa condotta dagli ufficiali del ROS con Ciancimino si era bloccata, avendo quest’ultimo chiesto una pausa di riflessione». (cfr. sentenza Corte d’assise d’appello di Caltanissetta, depositata il 23 giugno 2001 e ormai definitiva).”

Scrivendo dell’ultima sentenza di Cassazione del 2024, relativa al processo cosiddetto “Trattativa” e che ha prosciolto coloro che avrebbero dovuto essere stati i referenti di quella trattativa, Mario Mori e Giuseppe De Donno, viene sottolineato come

“non appare smentita visto che l’assoluzione è stata motivata sulla carenza dell’elemento psicologico della fattispecie in contestazione.”

Nella ricostruzione del GIP viene chiamato in causa anche il caso Equalize:

“il rapporto a livello investigativo con la Procura Distrettuale di Milano ha offerto elementi di novità connessi alle dichiarazioni di altro collaboratore di giustizia, G. Marasco ma anche all’audizione di un soggetto coinvolto nell’indagine milanese “Equalize”, Calamucci; da lì sono venute ulteriori conferme al legame fra ambienti di cosa nostra e Silvio Berlusconi risalenti ad una data antecedente alle stragi del 1993-1994.”

Viene richiamata anche la figura di V. De Marzio, militare del ROS di Milano nel 1994:

“Al contempo, sempre da quella collaborazione, emergeva la figura di V. De Marzio, militare del Ros di Milano nel 1994, che, non solo avrebbe ascoltato il Mangano ma potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso, per diretta esperienza di servizio, sulla figura di Silvio Berlusconi  e di Mario Mori, Comandante operativo del Ros alla data in cui il De Marzio prestava servizio a Milano.”

A seguito di queste ricostruzione il GIP scrive che:

“seppure si configuri un quadro indiziario significativo quanto alla posizione del Dell’Utri OMISSIS non vi sono elementi che consentano di formulare una ragionevole previsione di condanna, intesa come probabilità qualificata di esito sfavorevole per gli indagati, non riducibile a mera possibilità. Infatti, gli esiti investigativi prospettano che vi siano soggetti, OMISSIS in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, OMISSIS mai veicolate alla magistratura e destinatario di confidenze fattegli da OMISSIS OMISSIS mancano, però, allo stato, elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri (stretto collaboratore di Berlusconi) OMISSIS OMISSIS contatti che possano dimostrare l’assunto investigativo di cui si è detto in premessa ovvero che l’attacco stragista del 1993-94 abbia avvantaggiato gli interessi di Berlusconi.”

A seguito di questa archiviazione, il tutto racchiusa in poco più di quattro pagine, e contenente tutti questi OMISSIS, volti a tagliare nomi e parti integranti, viene da chiedere:

  • quali indagini ci sono in corso? Perché tutto fa pensare che ci saranno ulteriori importanti sviluppi nei prossimi mesi.

Nel frattempo ci tocca ricordare, visto anche le dichiarazioni all’unanimità sulla “santificazione” da parte della classe politica dei Dell’Utri e Berlusconi, che Dell’Utri è stato condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e in quel dispositivo di sentenza, confermato poi in Cassazione nel 2014, c’è scritto che:

“L’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso mai sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello di protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo di protezione”

certificando che il Cavaliere avrebbe pagato cosa nostra dal 1974 al 1992.


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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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