Ci sono romanzi che raccontano ciò che accade quando l’amore smette di essere soltanto sentimento e diventa febbre, allucinazione, salvezza mancata. La dolce ossessione, di Fabio Cernuto, appartiene a questa categoria.
Al centro della narrazione non c’è soltanto il desiderio di un uomo per una donna lontana, ma il modo in cui quel desiderio colonizza ogni spazio della mente, del corpo e della memoria. L’amore, qui, travolge, sbatte sugli scogli, lascia sale sulle ferite.
La vicenda prende forma tra la Calabria, Tropea, le Eolie, Lipari, Stromboli, Verona, Monaco. I luoghi sono estensioni dell’anima del protagonista. Le Eolie diventano il luogo dell’attesa, dell’illusione, della possibilità. Lipari è approdo e smarrimento. Il paesaggio, nella scrittura di Cernuto, assorbe gli stati d’animo e li restituisce in forma di luce, calore, ombra.
Il protagonista vive un amore costruito nella distanza, nei messaggi, nelle attese, nelle storie social osservate quasi con devozione malata. La donna amata è presenza e assenza, corpo desiderato e figura irraggiungibile. Attorno a lei si organizza tutto: il sonno, la fame, il lavoro, la scrittura, il rapporto con lo zio Nicola, la percezione del tempo.
Uno degli elementi del romanzo è questa rappresentazione della dipendenza affettiva. Cernuto la fa vivere dall’interno, con tutti i suoi autoinganni, le sue contraddizioni, i suoi momenti di esaltazione.
Il romanzo mostra come l’amore possa diventare una forma di occupazione interiore.
La presenza dello zio Nicola è il personaggio che offre al protagonista una possibilità di radicamento, una voce di realtà. Il suo ruolo cresce lentamente fino all’epilogo, dove la sua storia personale, legata ad Annette, apre una nuova profondità narrativa. Interessante anche la scelta di introdurre figure simboliche come il Passero e il Rosmarino. Il primo rappresenta l’impulso, il secondo introduce una riflessione più adulta: amare non può significare annullarsi.
Le poesie inserite tra i capitoli hanno una funzione importante. Sono confessioni, momenti in cui il protagonista non racconta più gli eventi ma riversa il proprio stato emotivo. Alcune risultano più efficaci di altre, ma nel complesso rafforzano l’identità ibrida dell’opera: romanzo, diario, poema amoroso.
La seconda parte, “Orione e Cassiopea”, porta il racconto verso una dimensione più visionaria e dolorosa. Il riferimento alle costellazioni suggerisce un amore che aspira al mito, alla fusione cosmica. Il finale è significativo: non c’è il trionfo romantico. Il romanzo chiude sulla consapevolezza che alcune galassie possono esistere solo nel sogno, non nella vita concreta.
Il limite principale, invece, riguarda la ripetizione di alcuni nuclei emotivi. Il dolore, l’attesa, la gelosia, la nostalgia, il desiderio fisico tornano molte volte, con una dinamica spesso simile. Una maggiore asciuttezza in alcuni passaggi avrebbe reso ancora più potente l’impatto complessivo.
Il romanzo ha una sua identità. Non cerca la misura rassicurante. È un’opera emotiva, imperfetta nel senso più vivo del termine: porta le sue cicatrici, le sue ridondanze, i suoi slanci, le sue cadute. Ma possiede una voce riconoscibile.
Un romanzo intenso, lirico, tormentato, capace di trasformare una vicenda sentimentale in un percorso psicologico ed esistenziale.





