La diplomazia delle buone maniere è finita. Tra Roma e Madrid non va più in scena una fisiologica dialettica comunitaria, ma un regolamento di conti politico giocato sulla pelle della sicurezza europea. Lo scontro esploso sull’asse Meloni-Sánchez a seguito della crisi di Ceuta — con la decisione italiana di sospendere la libera circolazione di Schengen sulle tratte dalla Spagna e l’ultimatum di Madrid che minaccia contromisure proporzionate — ha il sapore amaro della farsa. Da un lato il governo italiano rivendica la sovranità nazionale e risponde con glaciale distacco di «non accettare diktat»; dall’altro il premier spagnolo accusa l’Italia di comportamenti discriminatori e contrari al diritto europeo. Un braccio di ferro perfetto per infiammare le rispettive tifoserie elettorali, ma che nasconde una fragilità sistemica ben più profonda.
Per comprendere fino in fondo questo cortocircuito, occorre sollevare lo sguardo oltre i varchi di frontiera e osservare il quadro geopolitico globale. La narrazione di un’Europa arbitra del proprio destino crolla miseramente di fronte alla realtà, sia la Spagna sia l’Italia si trovano da mesi nel mirino di Donald Trump e della sua amministrazione.
Il risentimento della Casa Bianca verso Madrid non è un mistero. Pedro Sánchez ha assunto una posizione di aperto rifiuto di fronte all’escalation militare statunitense in Medio Oriente e contro l’Iran, opponendo un secco «No alla guerra» e negando l’uso delle basi strategiche di Rota e Morón per le operazioni americane. Una scelta che ha provocato l’ira del presidente americano, sfociata in aperte minacce commerciali e ritorsioni diplomatiche.
Ma l’illusione che Giorgia Meloni potesse godere di una corsia preferenziale o di un’immunità ideologica a Washington svanisce di fronte alla freddezza dei numeri e della realpolitik. Nonostante i tentativi di Palazzo Chigi di mantenere un canale aperto con la Casa Bianca, Trump ha incluso senza troppi complimenti anche l’Italia nelle sue reprimende verso gli alleati europei, accusando Roma e Madrid di «non aver aiutato affatto» nell’impegno di difesa e nel supporto logistico-militare durante la crisi. Le minacce americane di ridimensionare la presenza militare e le truppe di stanza nei due Paesi della sponda sud sono il sintomo di un’amministrazione che pretendeva un allineamento cieco e incondizionato e che non perdona i distingui di chi deve fare i conti con la propria opinione pubblica e le proprie leggi.
In questo scenario, il contenzioso tra Italia e Spagna assume contorni quasi grotteschi. Due nazioni accomunate dal malcontento e dalla pressione di Washington preferiscono azzannarsi tra loro su Ceuta e sul ripristino dei controlli di frontiera anziché elaborare una risposta strategica comune.
Mentre Sánchez e Meloni si scambiano note diplomatiche e accuse di violazione del Codice Schengen, alla Casa Bianca si osserva con spietato cinismo. Un’Europa meridionale spaccata, in cui la terza e la quarta economia dell’Eurozona si minacciano reciprocamente di ritorsioni, è il miglior regalo possibile per chi da sempre teorizza l’irrilevanza politica dell’Unione Europea.
La partita in atto dimostra che né il progressismo sventolato da Madrid né il sovranismo di governo sbandierato da Roma mettono davvero al riparo i due paesi dai condizionamenti dei giganti globali. La sensazione è che, mentre ci si contende il primato politico nel Mediterraneo a colpi di ultimatum, entrambi i governi stiano semplicemente recitando la parte delle pedine in un gioco molto più grande di loro.





