Siamo nel pieno dell’estate, la stagione del relax, dello svago, del divertimento, del riposo. Di giorno e di sera e anche in piena notte. Pullulano lungo tutto lo Stivale eventi, iniziative, feste, party, concerti. Ci si diverte, si balle, si ride, si sta in compagnia.
Ma non tutti.
Perché anche l’estate, anche le notti di questo periodo dell’anno, per migliaia di donne – di ogni età, anche minorenni – sono incubo. Non c’è nessun sorriso, solo lacrime (per chi ne ha ancora), violenze, botte, rischio della vita. Per ore e ore. Ininterrottamente. Senza nessuna umanità e con brutalità, depravazioni e perversioni indicibili, che è difficile anche a pensare.
C’è chi riesce a fuggire, a liberarsi, a denunciare i suoi carnefici, i suoi stupratori. Riuscendo a ricostruire la propria vita, a costruirsi una nuova vita. Ma le cicatrici restano, riaffiorano, fanno sempre male, sanguinano.
Liliam Altuntas è una ragazza brasiliana coraggiosa, generosa, appassionata, dalla grandissima umanità. La sua storia l’abbiamo raccontata varie volte negli anni, dando voce alla sua testimonianza, alla sua denuncia e lotta abolizionista dello stupro a pagamento, alla sua rinascita. E alle sue cicatrici. Che ci ricordano l’unica vera, reale, essenza della “prostituzione”, dello stupro a pagamento, dell’industria mafiosa e disumana della tratta.
In queste settimane di divertimento e relax, di feste, quando ci lasceremo incantare dal cielo stellato o ci immergeremo nella musica e nello svago notturno (per chi può) un pensiero vada a loro. A coloro che piangono, come piange il cielo nella notte di San Lorenzo, tra i simboli dell’estate, che vivono la notte come un incubo infinito, alle migliaia di donne violentate, stuprate, seviziate, che rischiano di essere uccise (è cronaca recente, ma chi lo ricorda più) e le cui ferite grondano sangue.
Vorrei innanzitutto ringraziare chi mi sta ascoltando.
Se a volte mi emoziono troppo, vi chiedo scusa. Ma c’è una cosa che ho imparato sulla prostituzione: anche quando riesci a uscirne, lei non esce mai completamente da te.
Molte persone pensano che basti andare avanti, dimenticare, ricominciare. Anch’io ci provo ogni giorno. A volte riesco persino a ignorare il passato. Ma quel passato è sempre lì, silenzioso, nascosto dietro un angolo della mente.
Perché non si dimenticano le violenze.
Non si dimenticano gli abusi.
Non si dimenticano le parole.
Le parole restano dentro.
Ho spesso descritto la prostituzione come una bomba atomica.
L’esplosione è la violenza che subisci sul tuo corpo.
Le radiazioni invisibili sono tutte quelle parole umilianti che ti vengono lanciate addosso e che continuano a consumarti per anni. Nessuno le vede, ma continuano a bruciare dentro di te.
Ti entrano nell’anima.
Ti convincono che non vali niente.
Ti convincono che non meriti amore.
Ti convincono che non sei abbastanza.
Io non ho avuto diritto a molte delle cose che dovrebbero essere normali per ogni bambina.
Non ho avuto il diritto di avere una famiglia sicura.
Non ho avuto il diritto di correre libera in bicicletta.
Non ho avuto il diritto di vivere un’infanzia spensierata.
Non ho avuto il diritto di ricevere una lettera d’amore.
Non ho avuto il diritto di innamorarmi serenamente.
Non ho avuto il diritto di scegliere con chi vivere il mio primo amore.
Non scrivo queste parole per fare la vittima.
Non voglio compassione.
Sono una donna adulta e per tutta la vita mi sono sentita dire:
“Sei forte.”
“Hai superato cose peggiori.”
“Dimentica tutto e vivi la tua vita.”
A volte mi viene persino da sorridere amaramente quando sento queste frasi.
Come se dimenticare fosse così semplice.
Come se fosse possibile cancellare tutto ciò che hai visto, sentito e vissuto.
Eppure continuo a provarci.
Parlo non per convincere qualcuno.
Parlo perché il mondo sappia cosa accade davvero nella prostituzione.
Parlo perché si sappia cosa accade nei mondi dell’abuso e dello sfruttamento.
Parlo di un sistema che non vende sesso.
Vende esseri umani.
È un mondo sporco che ti ruba l’essenza.
Ti ruba l’identità.
Ti ruba il nome.
Fino al punto in cui non sai più chi sei.
A volte mi chiedo come sarebbe stata Liliam se non avesse attraversato tutta quella violenza.
Chi sarei stata?
Che donna sarei diventata?
Quali sogni avrei avuto?
Il mio pianto oggi non è debolezza.
È stanchezza.
La stanchezza di una persona che sta tentando, forse per l’ultima volta, di costruire una famiglia e vivere una vita normale.
Ma quella bomba atomica continua a inseguirmi.
Sta distruggendo anche la mia relazione.
Il mio compagno spesso non comprende il peso di ciò che porto dentro.
La sua famiglia non mi accetta più.
Prima ero “cara”.
Oggi, per alcuni, sono soltanto “quella puttana”.
E così torno a essere quella bambina.
Quella donna che sente di non meritare nulla.
Quella donna che sente di non avere il diritto di sposarsi in abito bianco.
Di entrare in una chiesa.
Di costruire una famiglia.
Di essere amata senza essere giudicata.
Tutte cose normali.
Tutte cose che per molte persone sono scontate.
Per me, invece, sono diventate un privilegio che sembra proibito.
Come se fossero riservate alle “ragazze normali”.
Ed è proprio questo il danno più devastante della prostituzione.
La legalizzazione può forse proteggere un contratto.
Può forse proteggere una pensione.
Può forse proteggere un reddito.
Ma non protegge la mente.
Non protegge l’anima.
Non protegge i traumi.
Non protegge le cicatrici invisibili.
La prostituzione non è un lavoro.
Per me è stata una forma di schiavitù.
Una violenza normalizzata.
Un maltrattamento assistito che la società accetta perché il denaro parla più forte della sofferenza.
Ecco perché continuo a raccontare la mia storia.
Non per essere compatita.
Ma perché nessun’altra bambina debba crescere credendo di non avere valore.
Perché nessun’altra donna debba passare la vita a combattere contro una bomba esplosa molti anni prima.
Una bomba che nessuno vede.
Ma che continua a bruciare ogni giorno.
Liliam Altuntas




