Un boato immenso, vetri che tremano e paura che si diffonde rapidamente. E lo sguardo volge immediatamente verso la collina di contrada Termine. Un’esplosione alla “polveriera”, è morto un lavoratore. Un drammatico deja vu che si è ripetuto per la terza volta in sei anni giovedì 9 luglio a Casalbordino. Una frase che ha sapore d’antico: un’espressione quasi ottocentesca che racconta un pezzo di novecento nel cuore del terzo millennio.
Carlo Piscopo, caporeparto nello stabilimento, classe 1967, originario della Campania e residente a Casalbordino da qualche decina d’anni è la vittima della terza esplosione in sei anni. Prima di lui sei colleghi sono morti in due esplosioni nel 2020 e nel 2023 e altre tre vittime – due mentre lavoravano in una cava a Rapino – negli anni novanta.
Nello stabilimento lavoravano, fino all’ultima sospensione delle attività nel settembre di tre anni fa, poco meno di 70 dipendenti. «Tasso di mortalità del 10%, uno su dieci, una decimazione», è netto il giudizio del Forum H2O. «Peggio di molti dei siti lavorativi più pericolosi del mondo, ivi comprese quelli posti in nazioni che spesso denigriamo. Ciò senza considerare i feriti. Il tutto, tra l’altro, tra insulti di alcuni rappresentanti degli stessi lavoratori nei confronti di chi come noi in questi anni ha depositato esposti su esposti e osservazioni nei procedimenti denunciando fatti che apparivano gravissimi» accusa il sodalizio autore di diversi esposti dopo la prima esplosione il 21 dicembre 2020.
Nel processo in Tribunale a Vasto, pubblico ministero Silvia Di Nunzio (a cui sono affidate anche le indagini sull’esplosione del 2023 e del 9 luglio), i vertici della Esplodenti Sabino sono stati tutti assolti con formula piena. Le accuse contestate dalla procura, riportò Gianluca Lettieri su Il Centro del 28 novembre 2022, si basarono anche su report recuperati dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Ortona su «cinque episodi classificati dall’azienda come “quasi incidenti”, ovvero fatti che, pur avendone avuto il potenziale, non hanno prodotto danni – citiamo testualmente dall’articolo di Lettieri – I campanelli d’allarme ci sono stati l’11 gennaio 2012, il 18 settembre 2013, il 5 maggio e il 6 novembre 2015 e il 26 giugno 2017». Episodi di cui, però, «“non vi è traccia” nei verbali delle commissioni ispettive e nel Documento di valutazione dei rischi, ovvero il prospetto che racchiude le misure di prevenzione per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro» scrisse sempre il cronista di Il Centro.
Un ferito grave ci fu nell’ottobre 2009, gravissime ustioni ad un operaio di San Salvo. Secondo la ricostruzione dell’epoca durante l’inertizzazione di un razzo militare luminoso una miscela pirica, a contatto con l’aria, esplose provocando una violenta fiammata. Il quotidiano Il Centro nell’edizione del 13 ottobre riportò che l’esplosione era avvenuta in un piazzale dello stabilimento aggiungendo «ed è stata una fortuna che l’incendio non sia riuscito a raggiungere il fabbricato, “se ciò fosse avvenuto l’incidente avrebbe potuto avere proporzioni apocalittiche” sostengono i soccorritori».
La prima tragedia è datata 1992 quando morì Bruno Molisani. Quattro anni dopo ci furono altri due morti all’interno di una cava a Rapino durante un’operazione di inertizzazione di residui bellici. Si legge in un articolo di Repubblica del 4 aprile 1996 «la deflagrazione è avvenuta all’interno di un fornello: almeno cento chili di una miscela di tritolo e T4 e parti di spoletta che non sarebbe stato possibile inertizzare in fabbrica». Nello stesso articolo di Repubblica si sostenne che «un’inchiesta» era stata «avviata alcuni anni fa dalla Procura di Vasto per un’esplosione avvenuta in un suo deposito. Due dirigenti di allora – poi usciti dall’ azienda – furono arrestati in seguito perché fu trovato esplosivo sotterrato nel terreno circostante».
Due anni prima Rifondazione Comunista, il cui attuale segretario nazionale Maurizio Acerbo dopo l’esplosione del 21 dicembre 2020 presentò esposti alla Procura di Vasto, presentò un’interrogazione parlamentare, rimasta sempre senza risposta come l’interrogazione dopo l’esplosione del 13 settembre 2023 presentata dalla deputata Daniela Torto, Movimento 5 Stelle. Il 20 ottobre 1994 Antonio Saia presentò un’interrogazione ai ministri della difesa, degli affari esteri, del commercio con l’estero, dei trasporti e della navigazione e di grazia e giustizia. Consultando l’archivio della Camera dei Deputati l’iter dell’interrogazione, 26 anni dopo, viene testualmente riportato «in corso».
L’IRES, organismo internazionale per lo studio del traffico internazionale di armi, aveva evidenziato «che dai porti abruzzesi negli ultimi anni sarebbero stati esportati grandi quantitativi di armi ed esplodenti, destinati alle aree calde del mondo, sia direttamente sia attraverso passaggi intermedi; in particolare, tra l’altro, attraverso un terzo Paese, i destinatari principali del traffico d’armi sarebbero stati il Medio Oriente e la ex-Jugoslavia».
Un traffico che «si sarebbe svolto attraverso i porti di Pescara, Ortona (CH) e Vasto (CH) e coinvolgerebbe in qualche modo anche la fabbrica Valsella di Brescia che avrebbe fornito l’esplosivo – sottolineavano gli autori dell’interrogazione – misteriosamente scomparso, alla Sabino Esplodenti che era autorizzata anche allo stoccaggio». Saia e i suoi colleghi parlamentari riportarono che era in corso un’indagine dopo la «misteriosa scomparsa di dieci tonnellate di esplosivo T4 e per accertamenti riguardanti le condizioni di sicurezza» sempre secondo l’Ires e che il presunto «traffico di armi» interessava anche sospetti dell’invio di esplosivi in Olanda da dove «armi ed esplodenti» (secondo accuse delle dogane svedesi) sarebbero stati inviati nell’area del Golfo. Dai ministri interrogati non giunse mai nessuna risposta.
Il 16 settembre 2023, tre giorni dopo l’esplosione che causò la morte di tre lavoratori, Il Centro pubblicò la notizia di due possibili progetti di riconversione delle attività produttive. Uno era legato alla costruzione nella zona industriale di Pollutri, a pochi passi dal casello autostradale, di una fabbrica per batterie elettriche. Di questo progetto si parlò per diverso tempo, per mesi e mesi, ma poi si scoprì che la Esplodenti Sabino non aveva nessun legame con quel progetto e una riconversione delle attività produttive non poteva avere nessuna correlazione con quella fabbrica. Perché nacque quella “voce”, perché si correlarono le due realtà ad oggi resta una sorta di mistero. L’altro progetto paventato nell’articolo di Il Centro del 16 settembre 2023 sta diventando realtà: una fabbrica di proiettili con il passaggio di proprietà dalla Esplodenti Sabino alla Arca Defense Italy, ramo italiano della multinazionale turca Arca Defence. La società madre turca risulta essere stata costituita nel 2020, il ramo italiano l’anno scorso. Atto di costituzione datato 17 febbraio 2025, iscrizione nel Registro delle Imprese 7 maggio dell’anno scorso. Capitale sociale 100.000 euro, 10% detenuto dalla vecchia proprietà della Esplodenti Sabino.
Presidente della società italiana è il fondatore della multinazionale madre Ismail Terlemez, amministratore delegato Ciro Milano. Milano, generale di brigata dell’Esercito in pensione, è stato per anni responsabile della Business Unit Esplosivi e Munizionamento dell’Agenzia Industrie Difesa, società del Ministero della Difesa legata alla commessa Nato proveniente dalla Germania legata all’esplosione in cui morirono tre lavoratori a Casalbordino nel 2023. Terlemez, imprenditore turco, ex ufficiale militare e in passato in servizio alla Nato, è ampiamente citato in un articolo di inchiesta pubblicato su L’Indipendente realizzato da Linda Maggiori. Partendo da un’inchiesta della rivista tedesca Deutsche Welle Maggiori ha citato l’indagine condotta dall’FBI e dal Defense Criminal Investigative Service (DCIS) su appalti Nato. Le accuse contro Terlemez, che era stato anche arrestato, furono interamente ritirate nel luglio 2025.





