Dopo la lunga intervista rilasciata a WordNews.it sui ripetuti danneggiamenti subiti dalla sua azienda agricola nella Piana di Gioia Tauro, Patrizia Rodi Morabito torna a parlare con noi per chiarire una frase che, sostiene, non le appartiene. Un articolo (pubblicato da una testata calabrese) le ha attribuito l’affermazione «hanno catturato i miei attentatori», trasformando un suo messaggio di gratitudine alle Forze dell’ordine in una ricostruzione diversa da quella che aveva espresso.
Da qui nasce questa nuova intervista: non per alimentare una polemica. Solo per ristabilire il significato delle parole. Nella precedente intervista pubblicata l’11 luglio 2026, Patrizia Rodi Morabito aveva raccontato incendi, danneggiamenti, denunce e la scelta di non abbandonare la propria terra, evitando accuse non sostenute da elementi certi.
Oggi ribadisce lo stesso principio: stabilire la natura degli episodi e le eventuali responsabilità spetta a chi conduce le indagini.
Un articolo ti ha attribuito l’affermazione «hanno catturato i miei attentatori», parole che hai dichiarato di non avere mai pronunciato. Che cosa avevi realmente scritto e quale messaggio volevi trasmettere?
«Non ho mai pronunciato la parola “attentatori”, perché non c’erano attentatori nelle parole del post che ho reso pubblico. Mi sembrava giusto raccontare un fatto accaduto qualche mese fa, in occasione del quale le Forze dell’ordine e i Carabinieri erano intervenuti con una presenza importante, grande rapidità ed energia. Volevo esprimere la mia gratitudine alla Tenenza dei Carabinieri di Rosarno e al 112, che risponde sempre. Dopo la pubblicazione del post, una persona mi ha telefonato per chiedermi che cosa fosse accaduto. Le ho risposto: “Esattamente quello che leggi. C’è stato un problema e alcune persone, colte in flagranza di reato, sono state arrestate. Non posso dirti altro, ma puoi rivolgerti alla Tenenza dei Carabinieri: lì ci sono persone gentili, preparate e professionali, che possono spiegarti che cosa può essere detto e che cosa, in questo momento, non serve a nessuno divulgare”. Quella persona mi disse che lo avrebbe fatto. Io volevo soltanto esprimere una parte della mia immensa gratitudine. I Carabinieri sono presenti non solo quando accolgono chi va a denunciare: ci mettono passione, ti fanno sentire accompagnata e non sola. Quando chiami, nel giro di pochissimo tempo li vedi arrivare.
Ho colto l’occasione di quegli arresti non per andare contro le persone arrestate, perché mi dispiace che si verifichino queste situazioni, ma per dire grazie a donne e uomini che ci sono e lavorano tanto. Gli arresti erano legati a quell’episodio specifico, non a tutto ciò che è accaduto intorno alla mia azienda».
Hai scritto di avere compreso quanto ci si senta impotenti davanti a una menzogna ormai messa in circolazione. Come hai vissuto questa esperienza?
«L’ho vissuta molto male, perché per menzogna intendo quel termine che mi è stato messo sulle labbra. È stata una deduzione di chi ha scritto, senza avere evidentemente chiamato la Tenenza per chiedere che cosa fosse successo.
Ho capito quanto una parola piccolissima possa diventare un macigno. Ho citato San Filippo Neri, che parla di ciò che accade alle persone quando finiscono dentro un racconto costruito da altri e ne subiscono le conseguenze. Esiste anche la storia delle piume di una gallina disperse nell’aria: una volta lanciate, non puoi più raccoglierle tutte.
Ho sentito quanto sia doloroso vedersi mettere sulle labbra qualcosa che non si è mai detto e neppure pensato. Ti senti ripiegata su te stessa. Dietro una parola fatta scivolare dentro un discorso può esserci una forma di violenza.
Una ricostruzione non corretta può provocare danni anche gravissimi. Nel mio caso, l’espressione attribuitami potrebbe far pensare a una conclusione vittoriosa: “Hanno preso i miei aggressori, è tutto finito”. Ma non è così. Io parlavo di un fatto accaduto mesi fa e, nel frattempo, si sono verificati altri episodi. Una frase di poche parole, isolata da un contesto più ampio e trasformata in un titolo, può cambiare completamente il senso della realtà.
L’articolo ha avuto grande rilevanza, anche in prima pagina. Ringrazio chi ha voluto prestare attenzione alla mia situazione, ma una cosa è dare attenzione a me, un’altra è distorcere ciò che mi appartiene. Parlo con te proprio perché mi interessa che si conoscano le cose per quello che sono».
Hai paragonato le parole ai funghi velenosi capaci di contaminare tutto ciò che di buono si trova nel paniere. Perché hai scelto questa immagine?
«Mi sono venute in mente le amanite, quei funghi rossi con i puntini bianchi. Sono molto belli, li trovi qua e là. Ho pensato a una persona che va a raccogliere funghi senza conoscerli e, insieme agli altri, mette nel cestino anche quelli velenosi. Il fungo velenoso contamina ciò che ha intorno e alla fine sei costretto a buttare via tutto.
Così può essere distrutto anche un messaggio di costruzione e di speranza. Le parole, quando non esprimono la verità, contaminano tutto il resto. Quell’articolo era lungo, interessante e bello: parlava di speranza, del rispetto per lo Stato e per le Forze dell’ordine. Eppure che cosa è stato ripreso? La parola che mi era stata attribuita.
È questo il fungo velenoso: fai scivolare una frase dentro un bell’articolo, poi la sbatti in prima pagina e hai contaminato tutto, il lavoro e l’esperienza di tutti. Hai dissolto il resto».
Una rettifica o una smentita possono davvero riparare il danno prodotto?
«È assolutamente necessario correggere, ma il fungo ha già contaminato un percorso fatto di fatica e attenzione.
Penso ancora alla storia delle piume. Un sacerdote consigliò a una donna abituata a raccontare falsità e pettegolezzi di spennare una gallina, camminare per le vie del paese disperdendo le penne e, dopo un po’ di tempo, tornare indietro per raccoglierle tutte. Non avrebbe potuto farlo, perché il vento le avrebbe portate chissà dove.
Funziona così ed è per questo che bisogna essere molto attenti. Di solito non rilascio interviste a chiunque e non mi esprimo con tutti, perché le cose possono essere travisate. Avevo chiesto espressamente a quella persona di chiamare la Tenenza e domandare di che cosa stessimo parlando. Le avevo detto che nel post non c’era una parola in più né una in meno e che, per sapere altro, avrebbe dovuto rivolgersi ai Carabinieri.
Non lo ha fatto. Ha lasciato lavorare la propria mente secondo i suoi criteri e, personalmente, mi ha fatto molto male».
Nel racconto dell’antimafia si ricorre spesso a etichette, toni enfatici e rappresentazioni eroiche. Come si può raccontare chi resiste rispettandone la storia e la complessità?
«Grazie a Dio esiste chi lavora nell’antimafia e ha le competenze per valutare, sulla base di ciò che accade e delle denunce, se esista una presenza mafiosa oppure se si tratti di invidia comune, atti vandalici o antipatie tra vicini. Le possibilità sono tante e oggi, purtroppo, si rischia di fare rientrare tutto sotto la parola “mafia”. Non funziona così.
C’è chi sta lavorando per stabilire se quello che accade sia un fenomeno generico oppure debba essere attribuito, nel nostro territorio, alla ’ndrangheta. Esistono la Procura e la Direzione distrettuale antimafia. Sono gli organi competenti a valutare.
Tu mi hai mai sentita pronunciare le espressioni “attacchi di ’ndrangheta”, “criminalità” o “microcriminalità”? Non l’ho fatto neppure quando mi avete conferito il Premio nazionale Lea Garofalo, perché non spetta a me stabilirlo. C’è chi indaga e chi valuta.
Ogni cittadino, sia che litighi con un vicino sia che venga colpito dalla criminalità organizzata, quando denuncia deve essere seguito. Non si può trasformare arbitrariamente una vicenda in qualcosa che la persona interessata non ha mai affermato».
Continuerai a raccontare pubblicamente la tua esperienza oppure il timore di essere fraintesa potrebbe spingerti al silenzio?
«Continuo a raccontare perché, se non c’è una narrazione della storia, dei fatti e degli avvenimenti, cala il silenzio su tutto un mondo che non deve godere del silenzio.
Continuerò a scrivere e a parlare. Se vedrò qualcosa che non va bene, mi appellerò alla forza della legge che mi tutela. Non ho accusato nessuno, perché prima voglio comprendere i veri motivi dell’inserimento arbitrario di una frase all’interno di un mio discorso, che era un post di quattro righe.
Se mi chiamano persone equilibrate, continuo a partecipare e mi fa piacere. Il silenzio va mantenuto quando le cose non si conoscono o non si sono vissute, oppure quando si è già parlato nei luoghi competenti e non esiste alcun motivo per divulgare determinate notizie».
Quale messaggio vuoi rivolgere a chi comunica pubblicamente, affinché le parole servano a informare e non diventino strumenti capaci di ferire o mettere in pericolo una persona?
«Guarda, sulle parole avrei diversi punti che provengono dalle diverse filosofie che ho studiato, però so pesare le parole. Quando si scrive, al di là dello scoop e delle notizie — siamo comunque dei grandi curiosi e ormai tutto viene lanciato sulle piattaforme — bisogna prestare attenzione, perché esiste una legge umana che interviene quando si parla in un certo modo. Poi c’è comunque qualcosa al di sopra di noi, chiamalo come vuoi, anche karma. Esiste una legge al di sopra di noi, una legge etica e morale che sancisce determinati principi. Quando devi fare i conti con quella, poi, è dura».
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