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Patrizia Rodi Morabito: «Colpiscono la terra e il lavoro, ma io non ho paura e non me ne vado»

L'imprenditrice calabrese, Premio nazionale Lea Garofalo 2024, racconta a WordNews.it l’ultimo incendio nella sua azienda, i ripetuti danneggiamenti, le denunce e la scelta di continuare a lavorare nella Piana di Gioia Tauro: «Non voglio soldi, chiedo soltanto di essere tutelata e di poter creare occupazione».

by Paolo De Chiara
11 Luglio 2026
in Interviste
Reading Time: 23 mins read
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Patrizia Rodi Morabito, imprenditrice agricola calabrese e vincitrice del Premio nazionale Lea Garofalo 2024, torna a parlare dopo l’ennesimo incendio che ha colpito la sua azienda.

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Nella lunga intervista concessa a WordNews.it ricostruisce i danni, le denunce, la vicinanza delle istituzioni e la solidarietà ricevuta. Non formula accuse prive di riscontri e chiarisce di non avere mai ricevuto richieste di vendita dei terreni. Ma su un punto non arretra: «Questi gesti sono fortemente minacciosi. Io non ho paura, sono preoccupata perché non mi lasciano lavorare».

Quando hai visto la terra annerita e il fumo sollevarsi dalle coltivazioni, qual è stato il tuo primo pensiero?

«Il primo pensiero è stato cercare di capire quanto fosse profondo lo strato di cenere che continuava a fumare e quanto il fuoco potesse avere intaccato i materiali plastici sovrastanti, quelli utilizzati per l’irrigazione e per il tendone dell’impianto dei kiwi.Mi sono anche preoccupata per l’operaio e per me stessa, perché ci stavamo avvicinando con la macchina e non sapevamo quanto potesse essere ancora caldo il terreno».

Come è stato scoperto l’incendio e quali coltivazioni sono state danneggiate?

«L’operaio che aveva iniziato il turno del mattino doveva aprire l’acqua. Nei giorni precedenti era stata tagliata una bocchetta dell’impianto di irrigazione e lui, dopo averla riparata, era andato ad aprire l’acqua per controllare se funzionasse correttamente.

È stato allora che si è trovato davanti a questa tristezza e mi ha chiamata immediatamente. Prima di andare in caserma passo sempre a verificare quale possa essere l’entità del danno da denunciare. Mentre mi recavo a vedere quel danno, ne ho scoperto un altro. Abbiamo cominciato a osservare attentamente tutta l’area e a realizzare una vera e propria mappatura dei danni provocati durante l’ultimo fine settimana».



È possibile quantificare il danno economico?

«Non l’ho ancora quantificato precisamente. Se volessi ricostruire l’impianto di kiwi dovrei considerare che impianti del genere hanno un costo che parte generalmente da circa trentamila euro per ettaro, a seconda del tipo di intervento che si vuole realizzare. In quel punto ci sono circa due ettari e mezzo. Ci sono poi gli alberi di ulivo che avevo potato lo scorso anno e che adesso erano pieni di piccoli frutti: quella produzione è perduta. Sono stati raggiunti dal fuoco anche gli alberi di agrumi. Bisognerà capire nel tempo come reagiranno.

È certamente un danno importante. Non si tratta soltanto del dispiacere per avere perso un raccolto: quello è un danno economico vero e proprio. Il mio dispiacere più profondo nasce dal fatto che è stata colpita la natura. In quei punti non ci sarà alcun raccolto e gli alberi rappresentano una forza vitale non soltanto per il terreno coltivato, ma per tutto l’ambiente circostante e per tutti noi».

Hai dichiarato che il fuoco potrebbe essere stato fatto “camminare ad arte”. Che cosa intendevi?

«I Vigili del fuoco non sono intervenuti su questo specifico incendio e, quindi, io non posso definirlo tecnicamente doloso. Tuttavia, osservando il modo in cui il fuoco si è sviluppato, mi è sembrato che, se fosse stato lasciato libero di procedere da solo, si sarebbe probabilmente spostato in modo diverso.

A occhio di contadina e di imprenditrice agricola, non mi sembra un fuoco accidentale. Per raggiungere quel punto bisogna entrare all’interno dell’azienda. Non può essere stato il mozzicone di una sigaretta gettato distrattamente dalla strada. Bisogna entrare, raggiungere un luogo preciso e riuscire ad appiccare il fuoco. Non è neppure così semplice fare in modo che il fuoco attecchisca.

Quando ho detto che è stato fatto “ad arte” intendevo questo: potrebbe esserci stata una mano capace di accenderlo e di farlo propagare in quel modo».



Quanto tempo servirà per recuperare ciò che è andato perduto?

«Non posso ancora saperlo. Bisogna vedere come reagiranno le piante, gli ulivi, gli aranci e i mandarini. I frutti di quest’anno sono ormai perduti e il fogliame bruciato non potrà svolgere la propria funzione a favore della pianta. Le foglie dell’ulivo, in particolare, hanno una funzione molto importante.

Non so quanto tempo sarà necessario perché le piante tornino a produrre. Dovrò confrontarmi con una persona esperta di potatura per capire quanto e come intervenire sugli alberi».

Il danneggiamento della bocchetta dell’impianto di irrigazione e l’incendio potrebbero essere collegati?

«Non lo so e non posso dirlo. I due episodi sono molto vicini nel tempo, vicinissimi, ma non conosco le dinamiche di chi si muove in questo modo e non riesco a comprenderle.

Non posso affermare che qualcuno abbia rotto l’impianto per impedirmi di andare a irrigare un’altra zona. Posso soltanto dire che i due danni si sono verificati a pochissima distanza l’uno dall’altro».



Furti, incendi, alberi tagliati e impianti danneggiati: ritieni che esista una pressione sistematica contro la tua azienda?

«Non ho prove che mi consentano di affermarlo. Quello che posso dire è che io vivo tutto questo come una violenza, come un accanimento contro un luogo.

È come se qualcuno venisse continuamente a interrompere il tuo lavoro, a rompere i tuoi computer, i tuoi tablet, a distruggere le tue penne. Alla fine, semplicemente, non ti fanno lavorare».

Hai mai ricevuto minacce personali esplicite?

«No, mai. Nessuna minaccia personale esplicita. Soltanto le persone più care mi minacciano, perché pare che io non cucini bene», risponde con ironia.

Possiamo considerare i danneggiamenti come un messaggio indiretto rivolto contro di te?

«Io trovo minacciosi questi gesti. Certamente non li considero amichevoli. Non mi sembra che qualcuno bruci o distrugga una coltivazione per proporre una collaborazione.

Per me è un gesto fortemente minaccioso, anche se nessuno mi ha mai avvicinata per avanzare una richiesta. Nessuno è mai venuto a dirmi: “Voglio quella parte di terreno” oppure “Voglio quella pietra”.

Lo ripeto sempre, forse anche in maniera nauseante: se qualcuno ha una necessità, possiamo parlarne. Se un vicino mi segnala che una siepe sta invadendo il suo spazio e gli crea fastidio, entro due o tre giorni la faccio sistemare. L’estensione della proprietà è grande e qualcosa può sfuggirmi, ma basta parlarsi».

I vicini hanno mai notato persone o movimenti sospetti intorno all’azienda?

«Sì, qualche vicino mi ha raccontato di essersi fermato dopo avere notato lungo la strada una persona che non gli piaceva e di averle gridato contro.

Un altro vicino mi chiama quando vede del fumo e mi dice: “Corri, vengo ad accompagnarti anch’io”. C’è persino chi, quando passa per controllare la propria terra, fa un giro anche intorno alla nostra azienda, in modo da poterci avvisare immediatamente se nota un filo di fumo.

Per questo dico che ho anche un buon vicinato. Intorno a me esiste una rete di persone attente e solidali».

Hai mai ricevuto pressioni per vendere o cedere i terreni, proposte anomale o avvicinamenti che oggi consideri sospetti?

«Mai. Ed è proprio questo che mi lascia perplessa. Nessuno mi ha mai avvicinata per chiedermi di vendere un terreno o per minacciarmi. Mai.

Quando ho avuto bisogno di trovare una ditta contoterzista per effettuare la raccolta, ho chiesto informazioni e mi sono stati indicati dei nomi. Sono stata anche aiutata.

Da quando sono arrivata, nessuno mi ha mai fatto la minima richiesta. Non è mai accaduto neppure durante una normale conversazione tra persone che svolgono lo stesso lavoro. Nessuno mi ha mai detto: “Se vendete è meglio”.

Al contrario, la frase che mi sono sentita ripetere è stata: “La vostra famiglia ha avuto questa terra, è bello che continuiate”. Questo è ciò che mi è stato detto».

Chi potrebbe trarre vantaggio dall’indebolimento o dalla chiusura della Tenuta Badia?

«Me lo sono chiesto tante volte. Chi potrebbe avere interesse a creare tutto questo caos? Mi piacerebbe avere più personale e riuscire a coltivare la terra in un certo modo, ma non riesco a capire chi possa trarre un vantaggio da questa devastazione.

Non ho individuato nessuno. Se avessi avuto anche il minimo sospetto su una persona, lo avrei riferito a chi sta lavorando sugli episodi. Avrei potuto segnalare qualcuno che passa frequentemente o che lancia determinate battute, ma non ho elementi del genere.

Ho invece incontrato persone che mi hanno detto: “Non preoccupatevi, veniamo con voi”. Una volta sono arrivata in campagna accompagnata da una piccola delegazione di vicini. Altri mi hanno aiutata a spegnere il fuoco con le pale mentre stavano arrivando i Vigili del fuoco.

Circa venti giorni fa era partito un incendio lungo una siepe esterna. Ho chiamato uno dei proprietari della ditta che sta effettuando le potature. È partito, è venuto a Rosarno, ha preso un trattore e ha cominciato a gettare sabbia e terra sul fuoco in attesa dei pompieri.

Questa solidarietà esiste. Se qualcuno, vicino o lontano, avesse delle mire sulla terra e contemporaneamente la distruggesse in questo modo, continuerei a non comprenderne la logica».



Quante denunce hai presentato? Gli episodi potrebbero essere esaminati come un’unica strategia?

«Non so se gli episodi siano esaminati in maniera unitaria. Quando le autorità lavorano su qualcosa, normalmente non informano la persona interessata. Nel mio caso è probabilmente giusto così, perché sono totalmente estranea a determinate dinamiche e potrei involontariamente creare più danni che benefici.

Per quanto riguarda le denunce, ho un faldone pieno. Dal 2023 ho raccolto uno spessore di circa quattro dita di fogli e denunce».

Le indagini hanno portato all’individuazione di qualche responsabile?

«Per quanto ne so, fino a questo momento no. Ma ribadisco che non conosco il lavoro investigativo svolto e non so quali accertamenti siano in corso.

Essere completamente fuori da determinate dinamiche potrebbe portarmi a commettere degli errori. So comunque che nei miei confronti esiste attenzione. La prefetta è venuta due volte in azienda ed è molto presente sul territorio. Non sono l’unica imprenditrice che ha ricevuto la sua visita. Credo che voglia realizzare un’importante opera di risanamento».

Dopo l’ultimo incendio sono state adottate misure concrete per proteggere te, la tua famiglia, i lavoratori e l’azienda?

«L’ultimo episodio è troppo recente e non so se siano già state prese delle decisioni. Non posso entrare nel merito delle misure adottate, ma posso dire che esiste una forte attenzione».

È la Procura di Palmi a coordinare gli accertamenti?

«Credo che il riferimento sia la Procura di Palmi, ma non so dove vengano poi trasmessi o riuniti tutti i fascicoli. Le comunicazioni che ho ricevuto provenivano da lì».

La FLAI CGIL ha parlato di un episodio con i tratti dell’intimidazione mafiosa. Condividi questa lettura?

«In molti hanno utilizzato questa definizione. Bloccare il lavoro di qualcuno, bruciare, tagliare e ripetere nel tempo questi comportamenti può essere letto come l’espressione di un unico pensiero.

Il termine “mafia” viene oggi utilizzato per racchiudere comportamenti reiterati, lesivi e intimidatori nei confronti delle persone colpite. Immagino che abbiano definito mafioso proprio questo modo di agire.

Anche voi mi avete attribuito un riconoscimento importante come il Premio Lea Garofalo. Evidentemente avete ritenuto che la matrice di determinati gesti non potesse essere ricondotta soltanto al delinquente di passaggio, a un piromane o a una persona che gira con una motosega.

All’inizio consideravo gli episodi come fatti singoli da denunciare, forse slegati tra loro. Ma se da tre anni, dopo ogni episodio, tante persone propongono la stessa lettura, allora comincio a interrogarmi. O si sta spettacolarizzando la mia persona, e non ne vedo la ragione, oppure tutti stanno leggendo qualcosa che io non riesco a vedere.

Non voglio apparire ingenua. Giornalisti che conoscono profondamente certe storie continuano a proporre la stessa interpretazione. Per un lungo periodo non ho pubblicato nulla, nonostante i tanti danni subiti. Poi ho cominciato a domandarmi perché tutti parlassero di uno stampo mafioso.

Certo, soprattutto quando si parla delle nostre zone, ogni cosa rischia di essere collocata sotto l’ombra della mafia. Ma quando giornalisti, sindacati e persone diverse formulano la stessa valutazione, mi chiedo se non esista davvero un mondo che non riesco a individuare e che mi ha presa di mira.

Non sono ingenua, ma posso essere ignara. Non è il mio mondo. Il mio mondo è un’altra cosa e forse per questo riesco a non trasformare tutto in una malattia».

Qual è il tuo mondo?

«Il mio mondo è vivo. Non parlo soltanto della natura, ma anche dei rapporti umani e della mia quotidianità.

Quando qualcuno dà fuoco a un albero sul quale avrei dovuto lavorare da quest’anno, senza che prima sia arrivata una minaccia o una richiesta, io rimango basita. Mi sembra di andare d’accordo con tutti. Quando nasce una controversia cerco di risolverla immediatamente: vado dalla persona e le chiedo di chiarire. Non perché abbia paura, ma perché non mi piace lasciare le questioni irrisolte e sospese.

Non capisco chi agisca, come e perché. Non riesco a seguire una logica, quindi continuo a lavorare.

Intorno a me esiste un mare di solidarietà. È possibile persino che tra coloro che mi sorridono ci sia qualcuno che poi mi colpisce: nella nostra terra esiste anche un sorriso molto arcaico, quello di chi ti sorride davanti e poi fa altro. Ma c’è veramente tanta gente che mi aiuta e si dà da fare. Continuo a chiedermi: che cosa ho fatto a questa terra? Se esiste un problema, ditemelo».

Che cosa significa fare impresa nella legalità in un territorio complesso come la Piana di Gioia Tauro?

«Partirei proprio dalla parola “legalità”, che è diventata inflazionata. Basta sbandierarla continuamente. Ci sono persone che parlano di legalità e poi, magari, hanno una collaboratrice domestica alla quale non versano i contributi.

Se una persona deve lavorare per te e tu non le riconosci i suoi diritti, stai assumendo un comportamento mafioso. Quando parliamo di legalità dobbiamo quindi prestare molta attenzione.

Fare impresa qui, con idee come le mie, può essere complicato. Tuttavia, ho incontrato tante persone che vogliono fare impresa nello stesso modo e che ci stanno provando concretamente.

Esiste un problema culturale, ma non riguarda soltanto la Calabria. Tutti parlano della Piana di Gioia Tauro, ma il bracciante al quale fu amputato un braccio e che venne abbandonato davanti a casa non lavorava nella Piana. Anche recenti casi di caporalato, con persone pagate due euro, sono stati scoperti nel Nord Italia.

Io sono campanilista, perché nella Piana di Gioia Tauro vive e lavora tantissima gente seria. Non possiamo continuare a etichettare un intero territorio.

Il vero problema culturale nasce quando l’essere umano viene considerato un oggetto, uno schiavo o uno strumento utile soltanto a produrre denaro. Da questa visione è nata la società dello sfruttamento.

Qui il problema può essere più radicato perché esiste da molto tempo una determinata mentalità. Fare impresa applicando regole che in passato non sono mai state rispettate può risultare complicato.

Un’azienda deve avere il Documento di valutazione dei rischi. Gli operai devono seguire corsi sulla sicurezza; per utilizzare determinate attrezzature devono possedere un patentino e per guidare un trattore devono avere una specifica abilitazione. Bisogna spiegare che queste regole sono obbligatorie e servono alla sicurezza di tutti.

Qui dobbiamo avviare un mondo nuovo, ma questo mondo si sta già muovendo. Le associazioni datoriali stanno svolgendo un lavoro enorme, insieme a singoli imprenditori».

Nella Piana si sta facendo abbastanza contro i ghetti e lo sfruttamento?

«Si sta svolgendo un lavoro capillare contro i ghetti. La prefetta continua a convocare tavoli, anche non esclusivamente istituzionali, per affrontare il tema dell’immigrazione. Sono coinvolti i sindaci, le associazioni e i cittadini.

Si cerca in ogni modo di mettere insieme la domanda e l’offerta di lavoro, evitando che l’offerta diventi un obbligo e che il lavoratore si trasformi in uno sfruttato. È un lavoro importantissimo».

Conosci altri imprenditori colpiti da episodi simili che hanno scelto di non denunciare?

«Sì».

Per quale ragione non denunciano?

«Hanno paura».

Dopo ogni attentato arrivano numerosi messaggi di solidarietà. Che cosa hai ricevuto dopo l’ultimo episodio?

«Sono rimasta stravolta dalla quantità di gesti ricevuti. Una persona mi ha contattata chiedendomi il logo dell’azienda e, quando ho spiegato che non ne avevo ancora uno aggiornato, mi ha richiamata per dirmi che avrebbe voluto regalarci gratuitamente il nuovo logo e tutta la grafica.

Mi ha telefonato anche una persona da Pisa. Aveva cercato il mio numero attraverso Coldiretti perché voleva acquistare i nostri prodotti e non riusciva a trovare il sito internet. Gli ho spiegato che, al momento, non lavoriamo al dettaglio: i prodotti freschi vengono ritirati e fino a oggi non avevamo avuto bisogno di un sito.

Quella persona voleva anche offrirci del denaro, ma noi non accettiamo soldi. Non vogliamo crowdfunding. Ho ricevuto proposte persino da società importanti che avrebbero voluto reimpiantare gli ulivi.

Io non voglio niente. Voglio ciò che l’azienda riesce a ottenere con il proprio lavoro. Può essere anche poco, ma deve essere stato creato attraverso la fatica dell’azienda. Voglio soltanto poter lavorare e creare altro lavoro».

Quando la solidarietà diventa un aiuto concreto e quando si riduce a un rituale?

«Diventa un rituale quando ci si limita al comunicato, alla fotografia e alla pacca sulla spalla. Ci si abbraccia davanti all’obiettivo e poi tutto finisce. Ho conosciuto molte persone così e ho imparato a evitarle.

La vicinanza diventa concreta quando lo Stato viene in azienda e fa sentire la propria presenza; quando esiste un rapporto continuo con le forze dell’ordine; quando io presento una denuncia e ricevo una risposta.

È concreta quando i cittadini, oltre alla telefonata o alla pacca sulla spalla, propongono qualcosa che possa essere realmente attuato per aiutarti. In questo periodo sto ricevendo molte proposte del genere.

È utile anche il lavoro che si fa nelle scuole. La divulgazione è fondamentale».

Hai espresso delle riserve sul modo in cui viene raccontata la lotta alla mafia. Qual è il rischio?

«Trovo controproducente puntare continuamente il dito. Sappiamo che esistono comportamenti non civilmente accettabili, ma se continuiamo a costruire la lista dei buoni e quella dei cattivi, i buoni si sentiranno sempre più buoni e non saranno più capaci di dialogare con chi viene collocato nella lista dei cattivi.

Dove è possibile, bisogna cercare di parlare. Dove non è possibile, sappiamo quanta durezza possa essere entrata nella mente e nel cuore di certe persone. Ma dobbiamo fare attenzione a non attribuire ulteriore potere alla figura del cattivo.

Quanti giovani, guardando determinati film o serie televisive, si sentono più forti perché desiderano appartenere al mondo dei “cattivissimi”? Continuare a ripetere a qualcuno che è potente perché è cattivo può trasmettere un messaggio pericoloso a un giovane che cerca proprio quello strapotere.

Molti ragazzi hanno un desiderio di rivalsa, vogliono sentirsi forti. Qualcuno mette loro in mano un’automobile da duecentomila euro, anche se non sarà mai realmente loro, e li attira verso quel mondo.

Noi, attraverso certi atteggiamenti e determinati discorsi, rischiamo di spingerli ancora di più in quella direzione. Il nostro mondo, quello del lavoro e dell’impegno, spesso non appare abbastanza attraente. Veniamo raccontati soltanto come vittime».

Che cosa chiedi al Governo, alla Prefettura e alla Regione Calabria?

«Chiedo di essere tutelata. Chiedo che le persone che vengono a lavorare da me possano sentirsi tranquille e che l’azienda possa produrre.

Non voglio niente dallo Stato in termini economici. Non voglio che mi vengano dati dei soldi. Voglio poter lavorare, rimanere a casa mia e creare posti di lavoro.

In questo momento non riesco a farlo perché devo continuamente compensare i danni. Sto lavorando soprattutto con contoterzisti perché non posso assumere stabilmente altre persone. Anche i lavoratori stagionali possono essere impiegati per un determinato numero di giornate, ma oggi non posso farlo con più persone.

Desidero vivere in un ambiente sano e sentirmi tutelata. In questo momento non mi sento pienamente tutelata».

Hai paura per te, per i tuoi familiari e per i lavoratori?

«Non ho paura. Mi preoccupo, ed è umano e legittimo preoccuparsi, ma la mia non è una paura bloccante.

Sono preoccupata per questa terra che non riesco a lavorare e per un’attività che non può decollare. Se avessi paura significherebbe che conosco la provenienza dell’attacco. Se sapessi che una determinata persona, particolarmente pericolosa, ce l’ha con me, sarebbe naturale spaventarmi.

Io, invece, non so da dove provengano questi attacchi. Sono preoccupata perché non posso lavorare come vorrei. Il mio regime di lavoro è sempre impostato sulla difesa.

Negli scacchi, se giochi sempre in difesa, alla fine hai perso. Io non posso trascorrere tutto il tempo a riparare ciò che viene distrutto. L’altra mattina un operaio ha impiegato tre ore per sistemare la bocchetta dell’acqua e poi ha perso altro tempo per raggiungere la zona danneggiata. Come possiamo lavorare in questo modo?

Trovo questi gesti minacciosi e li vivo come una minaccia, ma è una minaccia rivolta alla mia libertà e al mio lavoro. È il lavoro a essere minacciato».

Quando sei tornata in Calabria per occuparti dell’azienda familiare?

«Ho cominciato a vivere stabilmente qui intorno al 2014. In realtà ero tornata per rientrare a casa, senza avere inizialmente l’intenzione di dedicarmi completamente all’azienda di famiglia.

Poi, seguendo mio padre, mi sono innamorata di questo lavoro e ho cominciato a studiare. Ho chiesto alla mia famiglia se, invece di affidarsi a un amministratore esterno, volessero permettermi di occuparmi dell’azienda. La proposta è stata accettata.

Ho detto: “Proviamo. Se scopriremo che non è il mio lavoro, ci sono tanti bravi professionisti”. Ho iniziato così a occuparmi dell’azienda, con grande attenzione.

Mi considero la custode di questo spazio e svolgo il mio lavoro con grande passione. Ho studiato, continuo ad aggiornarmi e seguo le attività formative messe a disposizione degli agricoltori, cercando di migliorare costantemente».

Conoscendo le difficoltà affrontate, torneresti ancora in Calabria?

«Sarei tornata anche prima. Se avessi saputo quale battaglia mi aspettava, sarei arrivata prima perché all’epoca c’erano molte persone che successivamente sono andate via e dalle quali avrei potuto imparare».

Hai mai pensato di abbandonare tutto?

«No. A me piace quello che faccio ed è proprio per questo che sono preoccupata. Mi piace stare qui, amo questa terra e le persone che ci vivono. Le conosco, conosco la lingua, so di cosa parliamo e conosco la storia.

Abbandonare per fare che cosa? Per andare da un’altra parte a lavorare? Ovunque fossi andata avrei comunque dovuto lavorare. E chi mi garantisce che altrove non avrei trovato persino di peggio?

La mia famiglia aveva già subito dei danni prima del mio ritorno in Calabria. In un capannone, dove si trovava una carpenteria metallica, si verificò un altro incendio. Abbiamo sempre conosciuto questa manifestazione silenziosa del danneggiamento, anche se non con la frequenza quasi settimanale che devo affrontare oggi.

Ogni volta mi domando se riuscirò ad arrivare al lunedì mattina senza dover correre in campagna insieme alla polizia giudiziaria, ai Carabinieri, alla Polizia o ai Vigili del fuoco».

Che cosa diresti alla persona o alle persone che hanno appiccato il fuoco?

«Direi che stanno sbagliando. Prima di tutto, quando questi episodi diventano pubblici, fuori dalla Calabria si parla male di noi. Questo mi dispiace molto perché sono campanilista.

Ma c’è una ragione ancora più importante. Siamo tutti interconnessi e ogni volta che provochiamo un danno di questa portata all’ambiente, le conseguenze ricadono sull’intero territorio e su ogni persona che lo abita.

Chi appicca un incendio potrebbe contribuire a causare, in futuro, una malattia a uno dei propri figli, alla propria moglie, al proprio marito o a se stesso. Le malattie che ritroviamo nel piatto in cui mangiamo vengono provocate anche attraverso questi comportamenti.

Non dico che chi ha agito sia poco intelligente. Potrebbe essere intelligentissimo, ma è certamente poco informato. Sta provocando a se stesso, agli altri e all’ambiente un danno incalcolabile.

Quando dai fuoco a un terreno o a una fabbrica e si alza una colonna di fumo nero, quel veleno ritorna nell’acqua che berrai, nella verdura e nella frutta che mangerai. È un suicidio».

Che cosa significa per te continuare a restare nella tua terra?

«Non me lo chiedo neppure, perché mi sembra normale. Restare significa assumere l’impegno di migliorare il tempo nel quale sto vivendo. Sono credente e penso che la nostra unica vera eredità sia Cristo. Non voglio lasciare qualcosa che porti semplicemente il mio nome.

Voglio però che lo spazio nel quale vivo oggi sia bello e diventi migliore. Non soltanto per me. Voglio che questo frammento di tempo nel quale siamo stati collocati possa essere bello. Tutto qui».


«Sono tornata a vivere in Calabria perché lo volevo»


Premio Nazionale Lea Garofalo alla “Testimone del nostro tempo” Patrizia Rodi Morabito, Cittanova (RC), novembre 2024

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Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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