Erano le 21:30 del 5 gennaio 1984 quando, a Catania, il giornalista, scrittore, drammaturgo, saggista, sceneggiatore e pittore Giuseppe Fava fu assassinato da Cosa nostra per mano del mafioso Aldo Ercolano, su mandato del boss Nitto Santapaola, come definitivamente accertato dalla Corte di Cassazione con la sentenza che, diciannove anni più tardi, pose fine all’iter processuale.
Un anno prima del suo assassinio, Fava aveva fondato il progetto editoriale I Siciliani, un mensile destinato a diventare uno dei principali punti di riferimento del giornalismo antimafia italiano e che vedeva la partecipazione di figure quali Riccardo Orioles, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Claudio Fava, Graziella Proto, Lillo Venezia, Elena Brancati, Rosario Lanza e Mincuccio Fontana.
Anche dopo la sua morte, e per i tre anni successivi, vecchi e nuovi collaboratori proseguirono l’esperienza del mensile, raccogliendone il testimone e trasmettendolo, in seguito, al progetto editoriale de I Siciliani Giovani. Ancora oggi, quest’ultimo custodisce e rinnova l’eredità storica lasciata dal giornalista, grazie al contributo di firme autorevoli quali Riccardo Orioles, Antonio Mazzeo, Gianpiero Caldarella, Giuseppe Pipitone e Silvia Bellotti.
Per comprendere che cosa significasse fare giornalismo antimafia negli anni vissuti da Pippo Fava, Prima Linea News ha intervistato un’altra figura di spicco de I Siciliani Giovani: l’attuale vicedirettore Giovani Caruso, già docente, giornalista, fotografo e militante di Sinistra Anticapitalista. La sua vicenda personale si intrecciò con quella del giornalista di Palazzolo Acreide negli anni in cui collaborò con I Siciliani nelle vesti di “caruso” di Pippo Fava, appellativo, in questo caso nomen omen, con il quale il fondatore della rivista era solito indicare i giovani allievi che lo affiancavano nella redazione dello storico mensile antimafia.
Caruso racconta di avere iniziato a collaborare con Fava fin da ragazzo. Il giornalista si ricordava di lui sin dall’infanzia, poiché il padre di Caruso lavorava come giornalista presso Il Giornale dell’Isola, quotidiano che sarebbe poi diventato La Sicilia sotto la direzione del gruppo Ciancio-Sanfilippo.
Dopo una breve parentesi a L’Espresso Sera, Fava si trasferì a Roma, dove, oltre a dedicarsi alla pittura, come appurato recentemente dai posteri, scrisse sceneggiature cinematografiche e opere teatrali.
Nel 1980, quando Fava era già direttore del Giornale del Sud, Caruso si presentò in redazione con l’intenzione di entrare a far parte della squadra giornalistica. In quegli anni, ricorda il vicedirettore de I Siciliani Giovani, Fava desiderava circondarsi di giovani del Mezzogiorno pronti a misurarsi con il mestiere del giornalismo d’inchiesta.
Molti di loro sarebbero poi confluiti nella redazione che diede vita al mensile I Siciliani, dopo che Fava fu estromesso dalla direzione del Giornale del Sud a causa del malcontento suscitato negli imprenditori proprietari della testata, soprattutto per gli articoli nei quali criticava l’installazione della base missilistica di Comiso e perorava l’arresto del boss mafioso Alfio Ferlito.
Da quanto emerge dalle parole di Caruso, a decretare il successo del mensile I Siciliani furono soprattutto le inchieste dedicate agli intrecci tra politica e mafia nella Catania di quegli anni. Il contesto era quello della guerra di mafia esplosa tra i clan Santapaola e Ferlito, espressione, rispettivamente, del nuovo assetto emergente della criminalità mafiosa catanese degli anni Ottanta — caratterizzato dalla stretta alleanza con il gruppo dei corleonesi guidato da Totò Riina e dalla conseguente escalation di violenza — e di un ordine mafioso più tradizionale, legato ai precedenti equilibri di potere.
Fu proprio l’esperienza maturata da Fava, corroborata dai suoi saggi sulla mafia e dalle interviste realizzate a figure di primo piano del mondo politico-mafioso, come quella al boss Giuseppe Genco Russo, a mettere in luce la reale portata di quanto stava accadendo a Catania.
Non si trattava, infatti, di semplici rivalità tra bande criminali più o meno organizzate — quelle che Caruso definisce, ricorrendo a una colorita espressione del dialetto siciliano, degli «scassa pagghiara» — bensì di una profonda ridefinizione dei rapporti di forza tra le principali organizzazioni mafiose che controllavano la città.
Nel corso dell’intervista, Giuseppe Notaro chiede a Caruso quale sia il suo giudizio sull’evoluzione del giornalismo d’inchiesta negli ultimi decenni. Con tono lapidario, il vicedirettore de I Siciliani Giovani sostiene che il giornalismo contemporaneo, nel suo complesso, abbia conosciuto un’involuzione rispetto al passato.
A suo avviso, la diffusione del web, il progressivo declino della carta stampata, i compensi sempre più esigui riconosciuti ai collaboratori, la scarsa tutela legale garantita dagli editori e il crescente ricorso alle querele temerarie hanno finito per impoverire il giornalismo investigativo, trasformandolo in un’attività sostenibile quasi esclusivamente dai grandi gruppi editoriali.
Nonostante ciò, Caruso sottolinea come, pur disponendo di risorse limitate, le ragazze e i ragazzi de I Siciliani Giovani continuino a realizzare piccole inchieste giornalistiche. Tra queste cita il lavoro di Matteo Iannitti che, su impulso del direttore Riccardo Orioles, sta seguendo da vicino la vicenda del Porto Rossi di Catania, un porticciolo privato appartenente alla società MEC Auto S.r.l.
Secondo Caruso, quell’opera non avrebbe mai dovuto essere realizzata e avrebbe finito per compromettere ulteriormente la costa catanese, anche a causa delle macerie lasciate dal recente ciclone Harry.
Successivamente, Marco Giuseppe Toma domanda a Caruso come sia stato possibile che, proprio tra gli anni Sessanta e Ottanta, in una fase storica in cui la Prima Repubblica appariva ancora “blindata”, il giornalismo d’inchiesta e i movimenti di opinione riuscissero a esprimere una tale compattezza e incisività, grazie anche all’opera di figure come Mauro Rostagno e Giancarlo Siani, in netto contrasto con il clima di frammentazione sociale che caratterizza il presente.
Nel rispondere, Caruso ricorda anzitutto Peppino Impastato che, attraverso l’esperienza di Radio Aut, seppe sperimentare nuove forme di comunicazione, contribuendo in maniera decisiva allo sviluppo di quella che oggi definiremmo un’antimafia sociale.
Richiamando quell’esperienza, il vicedirettore osserva come la comunicazione antimafia non si apprenda nelle aule universitarie, ma maturi soprattutto nelle strade, nei quartieri popolari e nelle pratiche quotidiane di partecipazione civile.
Secondo Caruso, tuttavia, quelle realtà descritte da Toma non esistono più. A suo giudizio, Cosa nostra «ha soltanto cambiato pelle come un camaleonte» ed è ormai «una mafia con giacca e cravatta, dove i figli si laureano, diventano avvocati, commercialisti, ecc.».
Dopo le stragi del 1992, prosegue, l’organizzazione criminale avrebbe assunto un volto più raffinato, riuscendo persino a esercitare forme di controllo sull’informazione e sul lavoro dei giornalisti.
A suo avviso, anche molte associazioni antimafia si sarebbero progressivamente indebolite, arrivando talvolta a contrapporsi tra loro. Un ulteriore problema riguarda, inoltre, le criticità nella gestione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose, denunciate anche attraverso l’iniziativa itinerante Le scarpe dell’antimafia, promossa da I Siciliani Giovani insieme ad ARCI Sicilia.
Per tutte queste ragioni, conclude Caruso, chi oggi intenda dedicarsi al giornalismo d’inchiesta disponendo di pochi mezzi deve necessariamente dimostrare una straordinaria tenacia e una grande capacità di perseveranza.
Caruso menziona anche Il Giardino di Scidà, uno spazio di rigenerazione urbana ricavato all’interno di una villa con giardino confiscata alla mafia e oggi gestito da I Siciliani Giovani. In questo luogo vengono spesso accolti studenti e studentesse per approfondire il fenomeno mafioso e conoscere la figura di Giuseppe Fava, insieme a quella di altre personalità uccise dalla criminalità organizzata.
Con una punta di amarezza, Caruso racconta, tuttavia, che molti dei giovani che partecipano a queste iniziative dimostrano di possedere una conoscenza piuttosto limitata della storia della mafia e del peso che essa continua ad avere nella società contemporanea.
A suo giudizio, oggi non esiste più un movimento antimafia capace, sul piano dell’informazione e dell’associazionismo, di esercitare un’effettiva pressione nei confronti delle organizzazioni criminali.
A rendere ancora più fosche le tinte del quadro, secondo il vicedirettore de I Siciliani Giovani, contribuiscono i persistenti intrecci tra mafia e politica. A questo proposito, richiama il caso del vicepresidente del Consiglio comunale di Catania, Riccardo Pellegrino, finito al centro di accese polemiche per avere pubblicamente rivendicato la propria amicizia con esponenti del clan mafioso dei Mazzei, noto anche come quello dei «Carcagnusi».
Caruso osserva come vicende di questo tipo non rappresentino certo una novità nella storia della città. Ricorda, infatti, che già nel 1980, durante una fase di intensa espansione edilizia, Claudio Fava e Riccardo Orioles, allora giornalisti del Giornale del Sud, scoprirono che nella Giunta comunale di Catania sedeva, con l’incarico di assessore ai Lavori pubblici, un parente del boss Alfio Ferlito.
Secondo Caruso, un altro fattore che ostacola la capacità delle nuove generazioni di incidere realmente sulla società è rappresentato dal peso assunto dalle moderne piattaforme social, che tendono a distogliere l’attenzione dal giornalismo professionale e dall’approfondimento informativo. Ciononostante, egli invita a non assumere una visione esclusivamente pessimistica del rapporto tra nuove tecnologie e informazione.
A sostegno di questa riflessione, richiama quanto accadde durante il G8 di Genova del 2001, quando la diffusione dei telefoni cellulari dotati di fotocamera consentì a numerosi cittadini — ragazze e ragazzi privi di una qualifica professionale nel campo dell’informazione — di documentare episodi di violenza che, altrimenti, sarebbero rimasti nell’ombra.
Quelle immagini contribuirono a portare all’attenzione dell’opinione pubblica fatti che, secondo Caruso, alcuni organi di informazione vicini ai poteri istituzionali avevano tentato di minimizzare o ignorare.
Per questa ragione, il vicedirettore precisa che, a suo avviso, essere giornalisti professionisti non significa necessariamente possedere il tesserino dell’Ordine professionale. Significa, piuttosto, aderire a quei principi etici che Pippo Fava trasmise ai suoi allievi e che trovano espressione nella celebre affermazione:
«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera […] il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società.»
La conversazione con Giovani Caruso ha offerto anche l’occasione per ricordare i nove giornalisti che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, persero la vita per mano della mafia o a causa delle loro inchieste sulle organizzazioni mafiose.
Per rendere loro omaggio, Prima Linea News (WordNews.it) conclude con un elenco che ne ricorda le circostanze della morte e la data dell’assassinio.
Cosimo Cristina: trovato morto a Termini Imerese nel maggio 1960. I suoi assassini mascherarono l’omicidio da suicidio.
Mauro De Mauro: cronista de L’Ora, rapito a Palermo il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato.
Giovanni Spampinato: corrispondente de L’Ora, assassinato a Ragusa il 27 ottobre 1972.
Peppino Impastato: attivista, conduttore radiofonico e giornalista di Onda Pazza, ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978.
Mario Francese: cronista giudiziario del Giornale di Sicilia, assassinato a Palermo il 26 gennaio 1979.
Giuseppe “Pippo” Fava: fondatore della rivista I Siciliani, assassinato a Catania il 5 gennaio 1984.
Mauro Rostagno: giornalista e sociologo, ucciso in un agguato nei pressi di Trapani il 26 settembre 1988.
Giuseppe “Beppe” Alfano: corrispondente del quotidiano La Sicilia, assassinato a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993.
Giancarlo Siani: giornalista del quotidiano Il Mattino, assassinato a Napoli il 23 settembre 1985 per le sue inchieste sulla camorra. Pur non essendo siciliano, viene talvolta ricordato accanto ai giornalisti caduti nella lotta contro le mafie per il valore simbolico del suo impegno civile.





