Una fotografia pubblicata sui canali ufficiali del Ministero della Giustizia ha riacceso un dibattito profondo e doloroso sul valore simbolico delle istituzioni e sull’uguaglianza dei cittadini di fronte allo Stato. L’immagine ritrae il ministro Carlo Nordio mentre riceve, in via informale, Gianni Alemanno — ex ministro ed ex sindaco di Roma, con un passato giudiziario ormai noto — affiancato dal suo legale.
Se, da un lato, il principio costituzionale del reinserimento sociale e della rieducazione deve valere per qualsiasi ex detenuto, dall’altro non si può fare a meno di porsi una domanda fondamentale: queste porte si spalancano davvero per tutti con la stessa facilità?
Un canale privilegiato per i “soliti noti”
Nessuno nega il diritto di chi ha pagato i propri debiti con la giustizia di tornare a esprimersi o a reinserirsi nella società. Tuttavia, il messaggio trasmesso da un incontro formale all’interno dei palazzi del potere solleva dubbi legittimi.
Trattare temi delicati come l’emergenza carceraria insieme a un ex politico condannato rischia di apparire non come un atto di apertura verso la comunità dei detenuti, ma come la concessione di una corsia preferenziale riservata a chi fa parte dello stesso establishment.
Il sospetto che la notorietà e il peso politico garantiscano un’attenzione istituzionale preclusa alla stragrande maggioranza degli ex detenuti “comuni” è difficile da dissipare.
E i testimoni di giustizia?
Il contrasto appare ancora più stridente se si pensa a un’altra categoria di cittadini: i testimoni di giustizia.
Chi sono? Cittadini incensurati, imprenditori e persone comuni che hanno avuto il coraggio di denunciare la mafia, i corrotti e i criminali.
Qual è la loro realtà?
Spesso si trovano ad affrontare l’isolamento, la perdita del lavoro, la rinuncia alla propria identità e lunghe trafile burocratiche per ottenere tutela dallo Stato. A tutto questo si aggiunge il fatto di non essere ascoltati e ricevuti dalle cariche istituzionali.
Mentre chi ha difeso la legalità sconta una sorta di “condanna dell’onestà”, vedendo limitata la propria libertà personale per ragioni di sicurezza e vivendo un esilio forzato dalla propria località di origine, chi ha subito condanne definitive sembra godere di una vetrina istituzionale e di un ascolto privilegiato.
Trattati come VIP, invitati nelle trasmissioni televisive e nelle tribune politiche a tenere comizi.
Il valore simbolico del ruolo istituzionale
Il valore simbolico del ruolo istituzionale è importante.
Un ministro della Repubblica ed ex magistrato conosce perfettamente il valore delle leggi, la distinzione formale e sostanziale tra un cittadino incensurato e chi ha precedenti penali e, soprattutto, l’impatto che determinate immagini hanno sull’opinione pubblica.
Se il criterio per orientare le consultazioni sulle riforme o sulla vita delle carceri diventa la notorietà dell’ex detenuto, la provocazione sorge spontanea: perché non istituire, a questo punto, un tavolo di lavoro o un team di consulenti, coinvolgendo anche altri personaggi noti alle cronache giudiziarie?
Il nodo centrale della questione non riguarda la libertà personale di incontrarsi, ma la responsabilità politica e morale di chi rappresenta lo Stato.
L’ascolto è davvero garantito a tutti?
Il ministro riceverà con la stessa sollecitudine anche gli ex detenuti meno famosi, quelli che non portano in dote visibilità mediatica o bacini di voti?
Qual è il messaggio per il Paese?
Quale segnale si invia ai cittadini che rispettano le regole quando le istituzioni sembrano riabilitare con disinvoltura i percorsi giudiziari della politica?
Le istituzioni appartengono a tutti i cittadini, ma hanno il dovere primario di trasmettere un segnale chiaro: la legalità e l’onestà restano i pilastri fondamentali della Repubblica.
Gennaro Ciliberto
Testimone di giustizia





