“Passata la festa gabbato lo santo” recita la vecchia saggezza popolare. In questi tempi ci sono invece “santi” che vengono gabbati prima, durante e dopo la festa.
Passano gli anniversari, si superano le date cerchiate in rosso sul calendario e – parafrasando Guccini – si torna al punto di partenza. Anzi, non si parte e non si arriva, si rimane inchiodati come un’auto in piena bufera di neve. Ma la neve che inchioda non è meteorologica, non è la soffice coltre che copre in pieno inverno.
Un inverno che non dura solo tre mesi sul calendario ma molti più mesi, anni, lustri, decenni. Fitto come il banco di nebbia più accecante possibile. Sono neve e nebbia che hanno nomi, cognomi, responsabilità ben precise, trame, depistaggi, inazione complice.
“Un bel tacer mai scritto fu” esclamò Ericlea, la nutrice di Ulisse, nel quinto atto dell’opera lirica “Il ritorno di Ulisse” nel 1641. Son passati 380 anni esatti ma son parole di oggi. Tacere è una delle più subdole, ipocrite e vigliacche complicità all’arroganza, alla violenza, alla prepotenza, del Potere. Tacere appare comodo, facile, basta girarsi dall’altra parte. C’è chi il torcicollo dell’omertà, dell’accucciarsi, dei silenzi complici e conniventi non l’ha mai conosciuto.
Rita Atria è diventata negli anni sempre più un santino da esporre nelle feste comandate, “ricordare” (le virgolette non sono casuali) la povera ragazza fragile e distrutta dal dolore, la picciridda muta sugli altarini, è facile esercizio retorico per pulire le (non)coscienze nell’Arno delle cerimonie e dei meme da social. Ma Rita Atria non fu questo, non fu solo una piccola ragazzina. Fu «una ribelle consapevole, una testimone lucida e scomoda» ha sottolineato l’Associazione Antimafie Rita Atria nell’anniversario della morte. Rita Atria è il «grillo parlante», come la definì Nadia Furnari nell’intervista a Girodivite.it mesi fa (disponibile integralmente al link https://www.girodivite.it/IMG/pdf/Furnari_-_intervista_integrale_definitiva.pdf ), a coscienze anestetizzate e imbevute di facili verità, pregiudizi e comode narrazioni.
«La memoria attiva è un esercizio scomodo, ostacolato non solo dall’indifferenza, ma da veri e propri silenzi istituzionali, politici e anche antimafiosi. Parlare di Rita Atria significa assumersi una responsabilità: non lasciarla morire una seconda volta nel disinteresse generale. Una responsabilità che ci siamo presi ogni giorno» sottolinea l’Associazione ricordando che sono passati quattro anni dalla presentazione dell’esposto alla Procura di Roma per chiedere di riaprire le indagini sulla morte di Rita Atria.
«Nel 2022, l’avvocato Goffredo D’Antona, a nome dell’Associazione e della sorella Anna Maria Atria, ha depositato un esposto con la richiesta di riapertura delle indagini sulla morte di Rita. A quell’esposto sono seguite integrazioni, relazioni, nuove perizie – ricostruisce il sodalizio – Nell’esposto abbiamo sollevato dubbi, ricostruito i punti controversi, disvelato incongruenze, indizi che ci pongono di fronte a nuovi scenari, con profili inquietanti da chiarire. Tutto ciò è stato approfondito nel libro inchiesta “Rita Atria, la settima vittima di via d’Amelio” della vicepresidente dell’Associazione Nadia Furnari e della giornalista Giovanni Cucé – edizioni Mesogea Culture Mediterranee. Abbiamo ripercorso le tracce per rendere finalmente giustizia a Rita, per aprire un varco in quello scorcio del 1992, dove in molti hanno messo a soqquadro e nascosto insieme ai tasselli della vita della giovane testimone di giustizia, il vero intreccio della storia del nostro Paese, sperando che nessuno li trovasse più».
Quattro anni dopo l’Associazione Antimafie Rita Atria chiede alla Procura di Roma «di non tardare oltre. Ad oggi, risuona ancora un silenzio assordante. Un silenzio che non possiamo più accettare. Come non possiamo accettare che molti fingano che il libro di inchiesta su Rita non esista, che i dubbi fondati e circostanziati sulla sua morte siano solo invenzioni, che Rita Atria debba restare per sempre la “povera ragazza affranta dal dolore” e non invece una ribelle consapevole, una testimone lucida e scomoda».
L’Associazione Antimafie Rita Atria ribadisce che non si arrenderà: «continuiamo a chiedere che la vicenda di Rita Atria non venga rimossa, e che le sue denunce — e la sua morte — trovino finalmente ascolto e giustizia» e «ancora una volta» al Comune di Roma di accogliere «la nostra richiesta di cittadinanza onoraria a Rita e che l’area verde in Viale Amelia venga intitolata “Giardino Rita Atria – Testimone di giustizia e vittima innocente della mafia (1974-1992)”. In viale Amelia, ci saremo sempre, quest’anno più che mai perché Rita ha atteso anche troppo» sottolinea il sodalizio.
«Vi preghiamo di non commemorare la “picciridda” ma di chiedere insieme a noi, a voce alta e senza paura, la verità, quella scomoda – l’appello dell’Associazione Antimafie Rita Atria – Noi chiediamo a chi ha visto, ha taciuto, di trovare, anche solo per un giorno, un rigurgito di dignità, pensando ad una giovane donna che a 17 anni non ha solo denunciato la mafia, ma ha lasciato una traccia fondamentale per opporsi alle connivenze, a quell’area grigia che consente ai poteri mafiosi di proliferare, per disvelare gli “ibridi connubi” di cui parlava il giudice Giovanni Falcone. Noi vogliamo consapevolmente sapere! Vi esortiamo a non tacere, a chiedere giustizia fermamente insieme a noi, a dare voce, tutte e tutti, a questa denuncia, a testimoniare collettivamente per Rita, come lei ci ha insegnato. Noi non dimentichiamo. E non ci arrendiamo, metteremo insieme un tassello dopo l’altro per giungere alla verità, per Rita, con Rita: «La verità vive». “Senza scappare, senza tradire, senza corruzioni, o sottomissioni. A testa alta. Orgogliosamente”».





